(di Elisabetta Gallina) – La natura selvaggia occupa oggi sul pianeta molto meno spazio di quanto siamo portati a immaginare: i mammiferi selvatici rappresentano appena il 4% della biomassa complessiva dei mammiferi sulla Terra. Un dato che Cesare Avesani Zaborra, biologo, direttore scientifico per oltre trent’anni del Parco Natura Viva e oggi presidente dell’Unione Italiana Zoo e Aquari UIZA, ha scelto tra i punti di partenza del viaggio per parole e immagini proposto agli ospiti del Rotary Club Verona Nord a Villa Quaranta, conducendo il pubblico dall’Europa all’Africa tra specie a rischio, progetti di conservazione e nuove responsabilità del turismo naturalistico.
Da sempre impegnato in progetti internazionali per la tutela della biodiversità (co-autore di 106 pubblicazioni scientifiche, nel 2010 organizzò il primo meeting europeo in Italia dei giardini zoologici che si tenne proprio a Verona), Avesani Zaborra non ha proposto una semplice sequenza di fotografie e video-incontri ma un racconto sul rapporto, sempre più complesso, tra uomo e fauna selvatica. Un rapporto che chiama in causa la conservazione degli ecosistemi, il turismo, le comunità locali e i comportamenti di chi sceglie di avvicinarsi alla natura nei suoi ambienti più autentici.
Un principio che dal 2022 è entrato anche nella Costituzione italiana. L’articolo 9 affida infatti alla Repubblica la tutela «dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni» e stabilisce che la legge dello Stato disciplini «i modi e le forme di tutela degli animali».

Il viaggio di Avesani comincia molto più vicino a casa nostra di quanto si possa pensare, guardando verso est. Il Friuli Venezia Giulia, ad esempio, è una porta naturale attraverso la quale specie un tempo scomparse o inattese tornano a muoversi. Tra la foce dell’Isonzo e le aree orientali del Paese trovano spazio il grifone, capace di sfiorare i tre metri di apertura alare, l’allocco degli Urali, la lince, lo sciacallo dorato e la lontra. È l’Europa di una biodiversità che prova a riconquistare territori perduti.
Da qui il racconto si sposta verso i Carpazi e su uno dei casi più emblematici della conservazione europea: il bisonte europeo. Scomparso in natura all’inizio del Novecento, è sopravvissuto grazie agli animali mantenuti in cattività e l’intera popolazione odierna (circa 11mila esemplari) discende da appena dodici esemplari fondatori. Oggi i progetti di reintroduzione lo stanno riportando in diverse aree dell’Europa orientale, Carpazi compresi. Un successo straordinario, ma anche un monito: una specie può tornare numericamente consistente conservando una fragilità genetica che richiede interventi e monitoraggio continui.
Poi l’Africa. In Botswana, nella riserva di Limpopo-Lipadi, Avesani porta il pubblico dentro un ambiente nel quale osservare un animale significa prima di tutto imparare a leggerne il contesto. Ci sono i tracker, specialisti capaci di interpretare impronte e tracce quasi invisibili, i ranger impegnati ogni giorno nella lotta contro il bracconaggio e guide sulle quali ricade una responsabilità che va ben oltre l’accompagnamento del turista.
Ed è proprio l’etica del turismo naturalistico uno dei temi centrali della serata. «Il turista deve essere informato quando decide di visitare la fauna selvatica nel suo ambiente naturale – sottolinea Avesani –. Troppo spesso la ricerca dell’incontro ravvicinato o della fotografia eccezionale induce comportamenti che possono mettere a rischio le persone e interferire con quelli naturali degli animali».
Vale per i rinoceronti, bersaglio di un bracconaggio alimentato dall’enorme valore illegale attribuito al loro corno, ma anche per specie apparentemente meno esposte. Vale perfino davanti a un animale malato: «La malattia è parte della selezione naturale. Anche questo deve essere mostrato e spiegato al visitatore, senza trasformare la natura in uno spettacolo costruito secondo le nostre aspettative».
Il percorso attraversa il Chobe, tra acqua e isole di vegetazione galleggiante, incontra il temuto serpente mamba nero e i grandi mammiferi africani, per arrivare fino al Madagascar, uno dei più straordinari laboratori naturali del pianeta. Qui livelli di endemismo eccezionali (98%) hanno prodotto specie che non esistono in nessun altro luogo della Terra. Tra queste l’indri, il più grande tra i lemuri viventi, riconoscibile anche per le potenti vocalizzazioni che attraversano la foresta: autentici “cantanti” della natura malgascia.

Ma dietro la meraviglia resta la domanda che attraversa tutta la serata: come possiamo continuare a incontrare la natura senza consumarla? Per Avesani la risposta passa anche dal turismo. La presenza dei visitatori può diventare una risorsa per la conservazione quando genera reddito e opportunità per le comunità che convivono quotidianamente con elefanti, grandi carnivori e altra macrofauna. Al contrario, se i benefici economici rimangono altrove, il conflitto tra uomo e animali è destinato ad aumentare, soprattutto nei territori sottoposti alla pressione di una popolazione umana in crescita.
«La bellezza della fauna selvatica deve portarci a riflettere su una nuova modalità di convivenza», è il messaggio con cui Avesani chiude idealmente il suo giro del mondo. Non basta più vedere gli animali. Occorre comprendere gli ecosistemi, conoscere le regole dei luoghi che si visitano, rispettare le comunità che li abitano e accettare che la natura non sia un palcoscenico predisposto per il turista.
Perché il futuro del viaggio naturalistico, alla fine, dipenderà sempre meno da quanto riusciremo ad avvicinarci agli animali e sempre più da quanto saremo capaci di non alterare il loro mondo per poterli osservare.

