Sulla scia dell’approvazione delle alghe regionale del Veneto sul suicidio medicalmente assistito sulle pagine de L’Adige s’è avviato un interessante dibattito tra coloro che sono favorevoli e coloro che sono contrari a qualsiasi intervento che possa accorciare la vita di un paziente, ancorché gravemente malato, sofferente e senza speranza. E’ intento del nostro giornale rappresentare tutte le posizioni su un tema così importante qual’è quello del fine vita. Per questo volentieri pubblichiamo la posizione della signora Angela D’Alessandro di Bolzano del Comitato Prolife insieme.
( Angela D’Alessandro) Io accuso l’eutanasia perché! L’accuso perché la vita ha valore inestimabile. L’accuso perché viola principi etici, religiosi, sociali, medici.
Il principio etico si fonda sul valore sacro della vita della quale non si può disporre a piacimento.
Nessuno si può arrogare il diritto di mettervi fine.
Il principio religioso di molte fedi, cattolica inclusa, considera la vita come un dono di Dio creatore al quale solo appartiene.
L’eutanasia diventa allora un atto gravissimo che lede la dignità umana.
Il principio sociale contempla il rischio di abusi.
Nessuno potrà mai garantire, come di fatto avviene in Paesi in cui questa pratica è già legge, che possa estendersi a persone che non la richiedono ( anziani, disabili) o a chi è particolarmente vulnerabile.
Non è raro che malati gravi, anziani o persone fragili possano sentirsi di peso e magari subire pressioni familiari o economiche che li potrebbero portare a scegliere di morire.
La china è quindi particolarmente sfuggente anche per quel che riguarda la libertà di decisione.
Nessuno può davvero accertare se la richiesta di morire da parte di una persona sia del tutto libera da angoscia derivante da depressione e solitudine.
Il principio medico che è quello che recita “curare sempre” perché inguaribile, però non significa incurabile.
Se la malattia è cronica, senza speranza di guarigione si può e si deve continuare a curare la persona.
In medicina esistono le cure palliative che intervengono sul dolore fisico e psicologico.
Queste offrono sostegno e solidarietà umana ai malati e alle loro famiglie senza peraltro ricorrere a gesti estremi.
L’etica medica, il giuramento di Ippocrate del medico, impone di “difendere la vita e di non somministrare mai medicamenti che ne provocherebbero la morte”.
Un operatore sanitario non può trasformarsi in un “boia”.
Concludo allora con un aforisma del saggista Fabrizio Caramagna che mi pare calzante: “Abbi cura di godermi, esplorarmi, proteggermi. Non capiterò una seconda volta” mi disse la vita.
