(di Francesca Romana Riello) La parola «artigianale» adesso costa cara: un bar prepara il gelato nel proprio laboratorio ma non è iscritto all’Albo delle imprese artigiane. Da questa settimana non può più venderlo come «gelato artigianale». Può scrivere «di produzione propria», può definirlo «di qualità», ma quella parola no.

Una differenza che può sembrare marginale, ma non lo è: una violazione può costare almeno 25 mila euro.

Dal 7 settembre anche in Veneto sono diventate operative, sul fronte dei controlli e delle sanzioni, le nuove disposizioni che proteggono l’uso delle denominazioni «artigianato», «artigiano» e «artigianale». La legge è in vigore dal 7 aprile, mentre la Regione ha ora definito l’applicazione del sistema sanzionatorio.

Quelle parole non possono più essere utilizzate liberamente per rendere più invitante un prodotto o un servizio: sono riservate alle imprese che possiedono effettivamente la qualifica artigiana e risultano iscritte all’apposito Albo presso la Camera di Commercio.

E la questione, a Verona, riguarda un settore tutt’altro che marginale: in provincia ci sono circa 22.600 imprese artigiane.

Dai ristoranti ai social

Il divieto non riguarda soltanto l’insegna di un negozio o l’etichetta applicata su un prodotto. Vale per pubblicità, confezioni, siti internet, e-commerce e social network.

Anche una parola inserita nella presentazione di un’attività online può diventare un problema, se chi la utilizza non possiede i requisiti previsti.

La norma coinvolge anche chi non opera sotto forma di impresa: un titolare di partita Iva non iscritto all’Albo delle imprese artigiane non può presentarsi come artigiano, e lo stesso vale per gli hobbisti che vendono occasionalmente prodotti o servizi.

Restano, tuttavia, alcune distinzioni tra chi produce e chi vende.

Un commerciante che vende un oggetto effettivamente prodotto da un’impresa artigiana può indicarlo come tale, a condizione di essere in grado di dimostrarne la provenienza. Se soltanto una parte del prodotto ha origine artigiana, è possibile valorizzare quella componente, senza però trasferire automaticamente la definizione all’intero prodotto.

Restano utilizzabili termini come «fatto a mano», «tradizionale», «sartoriale», «su misura» o «realizzato con manualità», purché non vengano impiegati in maniera ingannevole.

Non cambiano invece le discipline specifiche già esistenti, come quella relativa alla birra artigianale o alle Indicazioni Geografiche Protette.

La parola «artigianale» adesso costa cara
Davis Zenari presidente Confartigianato

La parola «artigianale» adesso costa cara

Per chi utilizza impropriamente le denominazioni protette è prevista una multa pari all’1 per cento del fatturato, che non può comunque scendere sotto i 25 mila euro per ciascuna violazione.

Confartigianato stima che in Italia siano almeno 850 mila i cosiddetti «finti artigiani», a fronte di 588 mila imprese artigiane regolari nei comparti considerati più esposti al fenomeno.

I settori interessati sono molto diversi: alimentare, moda, arredamento, artigianato artistico, ma anche acconciatori, idraulici e autoriparatori.

Per Confartigianato Verona la norma mette fine a un’ambiguità che dura da anni: utilizzare il richiamo all’artigianalità senza appartenere a quel mondo significa beneficiare di una reputazione costruita da chi invece ne possiede i requisiti.

«Abbiamo finalmente una norma che chiarisce chi può qualificarsi come artigiano e utilizzare denominazioni che evocano ai consumatori qualità, competenza, origine e lavorazione artigiana», sottolinea il presidente provinciale Devis Zenari.

La tutela, osserva Zenari, riguarda anche chi compra. Presentare qualcosa come artigianale porta infatti il consumatore ad attribuirgli determinate caratteristiche e una precisa modalità di produzione, che deve poter essere verificata.

Il rischio di un Far West

C’è però un altro aspetto sul quale la stessa Confartigianato invita alla cautela.

I controlli e l’applicazione delle sanzioni spettano ai Comuni, chiamati ora a confrontarsi con una normativa nuova e con casi che potrebbero non essere sempre immediati da interpretare.

Zenari parla apertamente di una «materia delicata» e invita le amministrazioni a muoversi con attenzione, per evitare quello che definisce un «far west» di denunce e segnalazioni immotivate.

Proprio per chiarire dove passa il confine tra un utilizzo consentito e uno improprio, Confartigianato ha preparato il vademecum «Pubblicità e artigianato», destinato alle imprese e ai consumatori ma anche alle amministrazioni che dovranno effettuare i controlli.

La guida raccoglie esempi pratici e sarà inviata a tutti i Comuni della provincia di Verona.

«Vogliamo aiutare imprese, consumatori e Comuni chiamati a controlli e sanzioni a orientarsi nella nuova normativa», spiega la segretaria provinciale Giorgia Speri.

Da ora, per imprese e consumatori, la differenza tra «prodotto da noi» e «prodotto artigianale» non è soltanto una questione di parole: usarne una impropriamente può costare almeno 25 mila euro.