Patria o Muerte era la parola d’ordine della Rivoluzione cubana che nel 1959 cambiò il destino dell’isola caraibica togliendola al dominio degli Stati Uniti, che avevano portato solo povertà, corruzione, criminalità. Ora l’amministrazione Trump con sanzioni sempre più dure sta cercando di stringere un cappio attorno alla gola di Cuba creando un crisi umanitaria senza precedenti, nella mai sopita speranza di riprendere i controllo dell’Isola, al tempo stesso gli Stati Uniti hanno rilanciato un offensiva in quello che loro definiscono il cortile di casa  l’America Latina , la  Groenlandia e il Canada.

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ne ha parlato con il dott. Marco Ghisetti, esperto di Politica Mondiale  e Relazioni Internazionali è responsabile per l’Area Anglosassone  presso   il “ Centro Studi Eurasia e Mediterraneo”, dottorando presso l’Università della Lapponia e Ricercatore presso il Centro Artico di Rovaniemi . Autore di diversi articoli e saggi pubblicati su  Visione & Global Trend, Opinio Juris, Eurasia Rivista di Studi Geopolitici.

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Marco Ghisetti

Dott. Ghisetti stiamo assistendo in questi ultimi mesi ad un intensificarsi delle pressioni degli Stati Uniti nel continente Latino Americano. Da Washington Trump ripropone con toni minacciosi la continuazione della “dottrina Monroe”. Ci può spiegare per i nostri lettori in cosa consiste e perché mai in un mondo in rapido cambiamento geopolitico, gli Stati Uniti si ostinerebbero su questa linea? 

«La Dottrina Monroe, proclamata dagli Stati Uniti nel 1823, nacque nel contesto dell’espansione americana sul continente. Agli occhi degli statunitensi rappresentò una sorta di seconda dichiarazione d’indipendenza dopo la guerra del 1812-1815 contro la Gran Bretagna. In quel momento gli Stati Uniti non si limitarono a rivendicare la propria autonomia, ma affermarono anche la differenza, geografica e soprattutto identitaria, del Nuovo Mondo rispetto al Vecchio Mondo.

Il messaggio era chiaro: le potenze europee dovevano restare fuori dall’emisfero occidentale, che Washington considerava ormai parte della propria sfera di tutela. Con il tempo, però, la Dottrina Monroe si è ampliata ben oltre i suoi obiettivi originari. Una volta raggiunto il Pacifico, gli Stati Uniti iniziarono infatti a proiettare la propria influenza anche al di fuori delle Americhe.

Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato. Con la fine del momento unipolare seguito alla Guerra fredda, Washington si è resa conto di aver esteso il proprio raggio d’azione oltre ciò che poteva sostenere senza difficoltà. I ritiri dall’Afghanistan e dall’Asia Centrale, così come il progressivo ridimensionamento di alcune ambizioni in Medio Oriente, sono il segnale di questa presa di coscienza.

È in questo contesto che Trump ha rilanciato la Dottrina Monroe. Il messaggio è rivolto all’America Latina, dai Caraibi al Sud America, ma anche al Nord America, in particolare a Canada e Groenlandia. Gli Stati Uniti non solo stanno ripensando la propria presenza in aree lontane del mondo, ma si sono accorti di aver perso influenza anche nel proprio vicinato.

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la Dottrina Monroe

Il significato della Dottrina Monroe, o della “Dottrina Donroe” come l’ha definita Trump in riferimento alla propria presidenza, resta sostanzialmente lo stesso: limitare o espellere l’influenza di potenze esterne dall’emisfero occidentale. 

Se nell’800 il riferimento erano gli imperi europei, oggi il principale concorrente è la Cina. Molti Paesi latinoamericani guardano con interesse agli investimenti cinesi, che possono contare su enormi disponibilità finanziarie. Gli Stati Uniti, al contrario, dispongono di margini più limitati. Per questo Washington tende sempre più spesso a ricorrere ad altri strumenti, talvolta più coercitivi, per contenere la presenza di potenze esterne nella regione».

Espansionismo e American Way of Life 

Da potenza prettamente Talassocratica in declino, i fatti del Golfo Persico lo confermano ogni giorno, gli Stati Uniti potrebbero tentare di acquisire territori,  Canada? Groenlandia? Quale è stato lo “spazio vitale “ degli Stati Uniti nella loro storia e cosa c’è di nuovo oggi , visto che Trump non ha mai fatto mistero di possibili obiettivi territoriali?

«L’espansionismo territoriale occupa un posto centrale nell’immaginario politico statunitense. Fin dalla loro fondazione, gli Stati Uniti non solo hanno esteso continuamente il proprio territorio, ma hanno anche coltivato l’idea di poter esportare il proprio modello politico e sociale, il cosiddetto American Way of Life.

Si possono distinguere due grandi fasi. La prima è quella continentale: attraverso guerre, conquiste e acquisti, gli Stati Uniti completarono progressivamente la propria espansione sul continente nordamericano.
La seconda è quella
marittima: una volta raggiunta l’unità continentale e diventati la principale potenza dell’emisfero occidentale, costruirono una grande marina e una rete globale di basi e alleanze.

In entrambe le fasi emerge la stessa idea di fondo: ciò che si trova oltre i confini americani deve essere conquistato o integrato nell’orbita statunitense.

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Anche il concetto di egemonia regionale nordamericana ha radici profonde. Secondo questa visione, gli Stati Uniti dovrebbero completare il controllo politico e strategico del continente.

Già prima della guerra ispano-americana del 1898, alcuni pensatori ritenevano che Washington dovesse concentrarsi meno sull’espansione oltremare e più sull’integrazione del Canada e della Groenlandia nello spazio nordamericano guidato dagli Stati Uniti.

Per questo le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia non rappresentano una novità assoluta. L’idea di acquisire l’isola circola negli Stati Uniti da oltre un secolo. Nel 1867 il segretario di Stato William Seward propose di acquistarla dalla Danimarca, così come riuscì a fare con l’Alaska. Nel 1946 fu Harry Truman a tentare nuovamente la stessa strada.

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Vale inoltre la pena ricordare che l’ultima espansione territoriale degli Stati Uniti non appartiene a un passato remoto: le Hawaii entrarono nell’Unione nel 1959.

Le posizioni di Trump si inseriscono dunque in una lunga tradizione geopolitica americana. Tuttavia, oggi il problema non è tanto l’annessione formale di nuovi territori quanto il mantenimento dell’egemonia regionale.

Canada e Groenlandia, pur essendo politicamente distinti, ricadono già in larga misura nel sistema di sicurezza statunitense. È soprattutto su questo piano che Washington intende rafforzare la propria influenza e impedire l’ingresso di potenze concorrenti.

Per questo motivo un’annessione vera e propria appare poco probabile. Più realisticamente, gli Stati Uniti cercheranno di ottenere maggiori concessioni economiche e strategiche e di limitare eventuali rapporti troppo stretti di questi Paesi con potenze considerate rivali.

È quanto si è visto anche a Panama. Dopo aver evocato toni molto duri, Washington non ha cercato di annettere il Paese, ma si è concentrata sulla riduzione della presenza cinese nelle infrastrutture strategiche legate al Canale.

Quello che Trump propone oggi, insomma, non è una rottura con la tradizione geopolitica americana, ma una sua reinterpretazione in un mondo nel quale gli Stati Uniti dispongono di meno risorse rispetto al passato e devono concentrare maggiormente la propria attenzione sul continente nordamericano». 

Cuba, considerata dalla Spagna imperiale tra i territori d’oltremare più importanti, dopo l’indipendenza con la Rivoluzione castrista, di stampo nazionale e socialista, era riuscita a ritagliarsi un suo ruolo nel Sud del mondo e a compiere notevoli passi in campo economico, culturale e scientifico, nonché un posto di primo piano nel Movimento dei paesi non allineati. Ma la vicinanza agli Usa è stata una vera disgrazia: gli embarghi statunitensi si susseguono da decenni e ora stanno creando una vera e propria crisi umanitaria. Quale è la sua opinione riguardo la storia di Cuba e la Rivoluzione ?

«La rivoluzione cubana fu un processo estremamente complesso e contraddittorio, ma nel complesso rappresentò un caso quasi unico nel panorama internazionale. Non tanto per il modo in cui avvenne, quanto per la capacità della sua classe dirigente di sopravvivere e di esercitare un’influenza ben superiore alle dimensioni del Paese.

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Fidel Castro e Che Guevara

Cuba è infatti un’isola relativamente povera di risorse naturali che, nonostante l’embargo statunitense, è riuscita non solo a sopravvivere, ma anche a ritagliarsi un ruolo significativo negli affari internazionali. Durante la Guerra fredda poté contare sul sostegno dell’Unione Sovietica e, in seguito, su quello del Venezuela di Chávez e poi di Maduro.

Oggi la situazione è più difficile. Con il venir meno degli aiuti venezuelani e con l’inasprimento delle misure statunitensi, resta da capire se Washington riuscirà a mettere fine all’esperienza politica inaugurata dalla Rivoluzione.

Al di là delle valutazioni che si possono dare sul sistema cubano, rimane un dato difficilmente contestabile: la sopravvivenza del regime a soli 150 chilometri dagli Stati Uniti, nonostante decenni di pressione economica e politica, possiede un forte valore simbolico. Ed è proprio su questo valore simbolico che Cuba ha costruito una parte importante della propria proiezione internazionale. Credo che la sua sopravvivenza o l’eventuale caduta di fronte al durissimo embargo imposto da Trump avranno un significato altrettanto simbolico». 

Dopo il Venezuela, l’isola caraibica ha eretto dal 1959 in poi la sua bandiera contro gli Yankee. Ora è tornata prepotentemente nel mirino di Washington. Perché questa rinnovata ostilità  geopolitica verso l’Avana ?

«La rinnovata attenzione degli Stati Uniti verso Cuba e l’America Latina dipende principalmente da due fattori.

Il primo è che Washington ha dovuto prendere atto della fine del momento unipolare seguito alla caduta dell’URSS. Gli Stati Uniti hanno perso parte della loro influenza in diverse aree del mondo e, in alcuni casi, hanno dovuto ritirarsi, come è avvenuto in Afghanistan e in Asia Centrale. Si tratta però di regioni lontane dalla loro base continentale.

Il secondo fattore riguarda proprio il continente americano. Negli ultimi anni la presenza economica cinese è cresciuta sensibilmente in America Latina. Molti Paesi della regione guardano con interesse agli investimenti provenienti da Pechino, non necessariamente per ostilità verso gli Stati Uniti, ma per diversificare i propri partner economici e attrarre maggiori capitali.

Questo sviluppo preoccupa Washington, che considera l’America Latina parte del proprio perimetro strategico e vede ridursi la propria capacità di influenza in quella che, tradizionalmente, considera la propria area di sicurezza.

È in questo quadro che va letto il ritorno della Dottrina Monroe nel discorso politico statunitense e nelle dichiarazioni di Trump. L’obiettivo è contenere l’influenza di potenze esterne, soprattutto della Cina, e rafforzare nuovamente la posizione degli Stati Uniti nel continente americano.

Anche gesti apparentemente simbolici, come la proposta di ribattezzare il Golfo del Messico come “Golfo d’America”, rispondono alla stessa logica. In politica internazionale i simboli e i nomi non sono mai neutri: servono a riaffermare una visione dello spazio e dei rapporti di potere».

Le Americhe concepite come ‘backyard’ nell’immaginario statunitense

L‘America Latina a cavallo tra il 1°e il 2° decennio del XXI° secolo, aveva visto sorgere una rete di Stati che cercavano di emanciparsi dal dominio Nord americano: l’Ecuador del presidente Rafael Correa, la Bolivia di Evo Morales, l’Argentina dei Kirchner,  il Venezuela di  Hugo Chavez, Dilma Rousseff per il Brasile, Josè Mujica in Uruguay. Ora invece sembra regredire su questa strada. Lei che ne pensa?

«Al di là della retorica di Trump, non credo che gli Stati Uniti esercitino oggi un dominio incontrastato sull’America Latina.
Molti Paesi della regione stanno cercando di ampliare i propri margini di manovra e di diversificare i partner economici. È la stessa logica che vediamo anche in
Europa: la Cina offre investimenti, infrastrutture e capitali che molti governi considerano utili per sostenere la propria crescita economica. Non si tratta necessariamente di anti-americanismo, ma di una scelta pragmatica.

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Il problema per Washington è che questo riduce la sua capacità di influenza in una regione che ha sempre considerato strategica. Gli Stati Uniti non dispongono più della stessa forza relativa che avevano negli anni immediatamente successivi alla fine della Guerra fredda e devono quindi confrontarsi con una realtà più competitiva.

Per questo motivo stanno cercando di rafforzare la propria posizione nel continente americano. Nella visione strategica statunitense, il Nord America, i Caraibi e i mari circostanti costituiscono la base da cui proiettare la propria potenza nel resto del mondo. Di conseguenza, Washington considera fondamentale impedire che potenze esterne acquisiscano un’influenza troppo forte in quest’area.

È in quest’ottica che va letto il rinnovato attivismo americano nei Caraibi e nel Golfo del Messico. L’obiettivo non è tanto ricostruire un controllo totale sull’America Latina, quanto riaffermare la centralità degli Stati Uniti in quello che essi considerano il proprio spazio strategico e limitare la penetrazione di potenze esterne, soprattutto della Cina e, in misura minore, della Russia.

In altre parole, dietro lo stile spesso provocatorio di Trump si intravede una continuità di fondo. Cambiano i toni e cambiano gli strumenti, ma la logica rimane quella che ha guidato la politica statunitense nel continente da oltre due secoli: mantenere una posizione predominante nelle Americhe e impedire che concorrenti esterni vi consolidino la propria presenza».