(Claudio Beccalossi) Sconta l’ennesima insufficienza di controllo istituzionale il vallo del Bastione di Campo Marzo (od anche Campo Marzio), “colosso” murario che costeggia via Francesco Torbido, nei pressi della Porta di Campofiore. 
Il luogo, aperto alla vista ed al disinteresse purtroppo generalizzato, registra presenze e passaggi di disperati che vi abbandonano i loro miserabili addiacci (cartoni e cenci) assieme a rifiuti e di tossicodipendenti dalle cartine di stagnola (utilizzate per riscaldare e vaporizzare droghe per inalarne i fumi) lasciate in giro.

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Deprecabili aspetti (compresi una buca segnalata d’un maleodorante, probabile spurgo fognario, una poltroncina in vimini accanto ad uno pneumatico, ambedue chissà come finiti lì), immondizie disperse, cumuli di foglie secche inumidite dalla pioggia e non tolte di mezzo, stracci ed immondizie dispersi che intaccano la godibilità pubblica del bastione, componente della cinta magistrale di Verona ed estremo argine dell’apparato difensivo austriaco.

Dal vallo, inoltre, sono sparite le quattro arnie che ospitavano colonie di api ben monitorate, messe con ottimistica fiducia pochi anni addietro dall’Associazione Regionale Apicoltori del Veneto (dedita all’Anagrafe Apistica Nazionale). Probabilmente le garanzie di minima tutela erano alquanto zoppicanti, se non del tutto assenti ed hanno costretto a spostarle altrove od a ritirarle.

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Un tassello difensivo rafforzato nei secoli

Il Bastione di Campo Marzo, composto da muratura e terra, sorse sulla preesistente cinta turrita scaligera (innalzata tra il 1287 ed il 1289 per volere di Alberto I della Scala). La Serenissima Repubblica di Venezia vi apportò successive modifiche, facendolo edificare nel 1565 con la relativa cortina muraria.

Poggiò su una pianta asimmetrica, a tracciato pentagonale, con orecchione (sporgenza arrotondata del fianco del bastione destinata a riparare i difensori dai tiri dell’artiglieria nemica) solo sul fianco sinistro. Secondo l’egida di difesa rinascimentale, costituì “un arrotondamento della spalla del bastione a difesa delle cannoniere sul fianco”.

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Artefice dell’opera fu l’ingegnere veronese Francesco Malacreda (o Malacrida o Malagrida), spesso al lavoro in fortificazioni per i dogi e che assunse il ruolo di successore dell’architetto ed urbanista Michele Sanmicheli alla sua morte.

Dopo la costruzione del bastione e della cortina annessa da parte della Repubblica Veneta (verso l’altro Bastione delle Maddalene) s’avvicendarono i lavori di restauro e d’integrazione, tra il 1839 ed il 1840, da parte dei nuovi dominanti dell’Impero austriaco (in tedesco Kaisertum Österreich) che ne fecero, appunto, l’ultimo baluardo del loro sistema difensivo. Venne edificato un nuovo orecchione (con muro distaccato e paramento in tufo ad opus poligonale) sul fianco rettilineo, verso il fiume Adige, oltre ad aprire una porta di sortita, poi murata. 

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L’ingresso fu protetto dalle postazioni per fucilieri dell’orecchione e da un fosso diamante (fossato posto, di solito, davanti alle aperture per le postazioni delle armi e per gli ingressi nelle casematte, con lo scopo di contenere le macerie prodotte da un’offensiva d’artiglieria in grado d’impedire la visuale dalle feritoie oppure d’ostruire l’accesso o l’uscita dalla fortificazione), tuttora constatabile, superato da un ponte levatoio. Nella sua funzione ottocentesca il Bastione di Campo Marzo accolse nel suo piazzale una grande polveriera, oggi abbattuta, con riserve per la guerra (Kriegspulvermagazin).

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La Porta di Campofiore, tra Provianda di Santa Marta e stazione di Porta Vescovo

Nel 1865, nella cortina con il contiguo Bastione delle Maddalene, si realizzò una nuova apertura, la Porta di Campofiore, ad uso prettamente ferroviario visto che collegava lo stabilimento della Provianda (nel vecchio linguaggio militare, reparto di salmerie adibito a panificio e sussistenza militare, incaricato di portare provviste, vettovaglie per soldati ed animali) di Santa Marta (eretta tra il 1863 ed il 1865 ed originariamente denominata Verpflegs Etablissement Santa Marta) alla stazione ferroviaria di Porta Vescovo. 

Sui binari ed attraverso la porta transitarono, con l’esclusivo scopo di fungere da raccordo ferroviario per le merci, vagoni carichi soprattutto di granaglie: dalla stazione, superato il fossato su un ponte verso la zona di scarico, ubicata sulle rotaie tra i due silos della Provianda. Progettò l’opera l’architetto Anton Naredi-Rainer von Harbach, capitano di II classe, in servizio alla Genie Direction di Verona, che già intervenne nella realizzazione di Porta Vescovo.

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La facciata di tufo e laterizio che dà su via Francesco Torbido si riallaccia al classicismo sanmicheliano, mentre il basamento ed il corpo centrale, in cui agisce il portale ad arco coronato dalla trabeazione (struttura orizzontale sostenuta da colonne, composta da architrave, fregio e cornice), consiste in conci (blocchi di pietra da costruzione squadrati, lavorati) di tufi rustici. A ciascun lato dell’ingresso appare uno scudo pendente da nastri, con esigenze di restauro conservativo. 

Sul risalto centrale, a sua volta, campeggia lo stemma che, in epoca soggiogata a Vienna, recò la torva aquila bicipite, poi oggetto di colpi di mazza di cancellazione del simbolo tirannico con l’annessione di Verona al Regno d’Italia del 16 ottobre 1866.

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