( Francesca Romana Riello) Il regista veronese Mauro Vittorio Quattrina racconta come è nato il documentario «Il fuoco sopra gli angeli», dedicato a Lucia Zoccarato, emigrante veneta uccisa dai nazisti insieme a sette dei suoi nove figli. Una vicenda riemersa quasi per caso, durante un viaggio in Francia.
Oggi si parla molto di memoria; eppure ci sono storie che sembrano essere rimaste chiuse in un cassetto, dimenticate per anni, fino a quando qualcuno decide di riaprirlo. Mauro Vittorio Quattrina lo ha fatto per ricordare Lucia Zoccarato, una donna di umili origini che aveva lasciato il Veneto con il marito e i figli nella speranza di una vita migliore. Il 10 giugno 1944, nel villaggio francese di Oradour-sur-Glane, i nazisti uccisero lei e sette dei suoi nove figli. La sua storia era rimasta poco conosciuta in Italia, finché il regista veronese, durante un viaggio in Francia, non si fermò davanti a un memoriale a leggere i nomi delle vittime.
Quattrina ha cominciato a cercare chi fosse Lucia Zoccarato. Da quella ricerca, nel 2014, è nato «Il fuoco sopra gli angeli», il documentario dedicato alla famiglia Miozzo-Zoccarato e alla strage di Oradour-sur-Glane. Per ricostruire la vicenda il regista ha cercato documenti, rintracciato i parenti e raccolto le testimonianze di chi era sopravvissuto.

Un nome veneto tra le vittime della strage
«Quando siamo andati in Normandia, in tutte queste zone dello sbarco, leggevo in un opuscolo di questo paesino che già conoscevo un po’, Oradour-sur-Glane». Quattrina decise di raggiungerlo, passando per Limoges.
Il 10 giugno 1944, quattro giorni dopo lo sbarco alleato in Normandia, i soldati della divisione corazzata SS Das Reich entrarono a Oradour e radunarono la popolazione. Gli uomini furono separati dalle donne e dai bambini, portati in diversi edifici e fucilati. Le donne e i più piccoli vennero rinchiusi nella chiesa, dove furono bruciati vivi.
Le vittime furono 643, secondo il conteggio aggiornato delle autorità francesi.
Il villaggio venne anch’esso incendiato. Dopo la guerra si decise di non ricostruirlo, ma di conservarne le rovine. Ancora oggi, percorrendo le sue strade, si incontrano i resti delle abitazioni, le carcasse delle automobili e gli oggetti lasciati nelle case.
«Siamo rimasti un po’ allibiti perché effettivamente è una ferita insanabile anche per loro. Tu puoi vedere l’auto, la macchina da cucire, le pentole. Ancora così», racconta il regista.
Davanti al memoriale delle vittime Mauro Vittorio Quattrina cominciò a leggere i nomi incisi sulla parete.
«Li leggo tutti e vedo che c’è un Miozzo di mezzo. Forse sarà italiano o di origine italiana, pensavo. Vado, però c’era scritto francese in fianco». Proseguì fino a incontrare un secondo cognome. «Arrivo in fondo e non ti trovo Zoccarato Lucia. Dico: ma Zoccarato è un nome nostro veneto».
Quel cognome lo incuriosì abbastanza da spingerlo a cercare chi fosse Lucia Zoccarato.

Lucia, partita dal Padovano per cercare lavoro
Lucia Zoccarato era originaria di San Giorgio delle Pertiche, in provincia di Padova. Nel 1927 lasciò il Veneto con il marito Giuseppe Antonio Miozzo e i primi tre figli. La destinazione era la Francia, dove speravano di trovare lavoro e condizioni di vita migliori.
Giuseppe e Lucia lavoravano nei campi, come contadini e mezzadri. Non avevano una sistemazione stabile e negli anni cambiarono diverse località, spostandosi da un paese all’altro prima di arrivare nella zona di Oradour-sur-Glane.
«La cosa che mi ha colpito è che nei viaggi che loro fanno per arrivare a Oradour cambiano parecchi paesini e fanno una specie di spirale». Poi Quattrina aggiunge: «Ha fatto proprio un giro dell’oca, neanche una spirale, per arrivare lì».
In Francia nacquero altri sei figli. Nel 1944 Lucia era madre di nove ragazzi. Il marito, richiamato alle armi in Italia nel 1940, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aveva rifiutato di aderire alla Repubblica sociale italiana ed era stato deportato in Germania.
Lucia era rimasta in Francia con i figli quando, il 10 giugno, le SS entrarono nel villaggio.
Con lei morirono Bruno, Antonio, Armando, Luigi, Anna Teresa, Marcello e Giovanni. Le altre due figlie, Angelina e Orfelia, si salvarono perché quel giorno non si trovavano a Oradour. Angelina viveva altrove con il marito, mentre Orfelia era al lavoro in un guantificio.
Giuseppe sopravvisse alla deportazione. Tornò in Italia nel 1945 e soltanto allora seppe che la moglie e sette dei suoi figli erano morti. Secondo una ricostruzione pubblicata dal Mattino di Padova, i familiari inizialmente gli parlarono di un bombardamento. Solo in seguito gli sarebbe stata raccontata la verità.
Giuseppe Miozzo morì nel 1954. È sepolto a Cavino, nel Padovano.

Dall’Italia alla Francia, sulle tracce di una famiglia
Dopo il viaggio a Oradour, Quattrina cominciò a cercare notizie su Lucia. All’inizio trovò ben poco.
«Mi metto a cercare di qua e di là, nessuno sa dirmi niente».
Continuò a cercare fino a trovare un riferimento al Padovano. Decise allora di rivolgersi ai giornali locali, sperando che qualcuno ricordasse la famiglia.
«Faccio fare degli articoli sui giornali di Padova, di quelle parti, che lei era di San Giorgio delle Pertiche. Mi rispondono, mi dicono: sì, è stata una nostra concittadina. E da lì ho cominciato a riscrivere la storia».
Il regista raggiunse il paese e riuscì a individuare anche l’abitazione in cui Lucia aveva vissuto prima di emigrare.
«Abbiamo trovato la casa dove abitava».
Poi vennero i contatti con i parenti, la ricerca dei discendenti e i viaggi in Francia. Alcune informazioni arrivarono attraverso gli archivi, altre grazie a persone che avevano conservato ricordi o documenti della famiglia.
«Quando la storia ti corre dietro, si aprono le cose».
Nel giugno 2013 il regista, insieme a Grazia Pacella, presidente dell’associazione culturale Storia Viva, partecipò alle commemorazioni della strage a Oradour, dove venne deposto un omaggio floreale per le vittime italiane.
Nel gennaio 2014 la Procura militare di Roma, allora guidata da Marco De Paolis, avviò un’inchiesta per accertare l’identità degli italiani uccisi e verificare l’eventuale esistenza di responsabili ancora in vita.

Gli zoccoli dei bambini e le voci dei sopravvissuti
Quattrina è tornato più volte a Oradour. Tra i ricordi delle visite ce n’è uno che riguarda i bambini e il rumore dei loro zoccoli.
Durante l’intervista, parlando di quei piccoli che uscirono dalla scuola il giorno della strage, per dirigersi verso la chiesa, il regista torna con la memoria a una mattina trascorsa nel villaggio.
«Siccome siamo andati la mattina prestissimo ed eravamo da soli, immaginare questo rumore mi ha fatto un certo effetto».
Durante le ricerche Quattrina incontrò anche alcuni superstiti della strage. Tra loro Robert Hébras, uno degli uomini scampati alle fucilazioni, morto l’11 febbraio 2023 a 97 anni.
«Devo dire che quando siamo stati a Oradour l’accoglienza che abbiamo avuto è stata straordinaria, sia da parte del museo sia da parte della popolazione. Abbiamo fatto tante amicizie».
Ricorda anche un episodio curioso. Durante le riprese il suo drone si guastò e qualcuno lo accompagnò da un meccanico della Renault. Il tecnico riuscì a sistemarlo con una saldatura.
Diverso il peso delle conversazioni con i superstiti. «Te lo raccontano come fossero lì ancora».
«Ti rendi conto com’è possibile che qualcuno ammazzi dei bambini e dopo torni a casa sua, magari in Germania o in Alsazia, come niente fosse. È questo che psicologicamente mi lascia sempre molto perplesso».
Tra i soldati delle SS coinvolti nel massacro c’erano anche uomini provenienti dall’Alsazia, regione francese annessa alla Germania nazista. Alcuni erano stati arruolati a forza. La loro presenza rese particolarmente controverso il processo celebrato a Bordeaux nel 1953, seguito da provvedimenti di amnistia che provocarono forti proteste tra i familiari delle vittime.
Il documentario e una memoria restituita
«Il fuoco sopra gli angeli» venne realizzato nel 2014, in occasione del settantesimo anniversario della strage. Prodotto dall’associazione culturale Storia Viva, il documentario fu presentato a San Giorgio delle Pertiche e in Francia, a Lesterps, una delle località in cui aveva vissuto la famiglia Miozzo-Zoccarato.
Il 1° settembre dello stesso anno venne presentato anche al Lido di Venezia, durante la 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica, nello spazio della Regione Veneto all’Hotel Excelsior.
Il documentario fu realizzato senza grandi finanziamenti. «Tu pensi che è costato solo le spese del viaggio e dell’intervista. All’inizio quando lo proponevo in giro, nessuno era interessato».
Il regista parla con soddisfazione dell’accoglienza ricevuta in Francia, dove il documentario è stato reso disponibile anche in versione francese. Ricorda le persone incontrate e il rapporto rimasto negli anni con chi aveva collaborato alle ricerche.
Nella storia di Lucia, Quattrina vede anche l’occasione per riflettere sull’emigrazione italiana di allora e confrontarla con quella di oggi.
«Qui non erano tutte rose e viole, sono andati via anche col fascismo da qua», osserva, ricordando le difficoltà che avevano spinto tante famiglie venete a lasciare la propria terra.
La ricostruzione degli spostamenti della famiglia Miozzo-Zoccarato è entrata nel documentario, insieme alle testimonianze dei superstiti e ai materiali raccolti negli archivi.
Sul comportamento dei militari che parteciparono alla strage, Quattrina torna a una questione che considera fondamentale: la responsabilità individuale.
«Noi dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza perché, se tu dici “ho obbedito agli ordini”, va bene tutto».

