Il Ritratto
(di Francesca Romana Riello) Più che di documentari, Mauro Vittorio Quattrina parla di ricerca: di archivi da esplorare, di testimonianze raccolte quando ormai sembravano destinate a scomparire, di fotografie dimenticate in un cassetto e di documenti che nessuno consultava più. Seduto al tavolino di un bar, il documentarista veronese attraversa con naturalezza la Seconda guerra mondiale, San Francesco d’Assisi, la Lessinia e il mondo contadino. Argomenti diversi, ma legati da un’unica convinzione: la memoria non serve a conservare il passato, serve a comprendere il presente.
Solo dopo arrivano i numeri. Sessantacinque documentari realizzati in oltre trent’anni di attività, collaborazioni con Rai, Istituto Luce-Cinecittà e numerose istituzioni culturali. Un percorso che lui racconta quasi con pudore, preferendo soffermarsi sul lavoro che precede ogni produzione.
«Per realizzare un documentario impiego da un anno e mezzo a tre anni. Dipende dall’argomento e da quanto materiale bisogna studiare. La ricerca storico-scientifica e antropologica è fondamentale.»
È un metodo che oggi, osserva con una punta di amarezza, rischia di diventare sempre più raro.
«Oggi si gira con un telefono cellulare, si copiano informazioni da Wikipedia o dai social e il risultato viene comunque considerato sufficiente. Il problema non è soltanto come si producono i documentari. È che si è abbassata anche la capacità di riconoscerne la qualità. Io continuo a credere che la storia abbia bisogno di tempo.»
Tempo per studiare, verificare, confrontare le fonti. Un lavoro silenzioso che considera l’unico antidoto contro il rischio di trasformare la storia in racconto o, peggio ancora, in propaganda.
«La storia non conosce buoni e cattivi. Conosce i fatti.»
Una frase che ritorna più volte durante la conversazione e che riassume il suo modo di lavorare. Prima vengono i documenti, poi le interpretazioni. Se una prova manca, anche la ricostruzione più affascinante resta soltanto un’ipotesi.
È questo approccio ad averlo portato a dedicarsi a quella che definisce microstoria: non gli eventi già raccontati nei manuali scolastici, ma le vicende rimaste ai margini, le storie di uomini e donne comuni che, osservate da vicino, finiscono per cambiare la prospettiva della grande storia.
«La grande storia ormai la conosciamo. A me interessa cercare quello che nessuno ha raccontato.»
Nascono così le ricerche sul salvataggio della Biblioteca Capitolare di Verona durante la Seconda guerra mondiale, sugli italiani presenti in Normandia durante lo sbarco alleato, sulle Tunnel Factories del Lago di Garda, dove venivano costruite le armi segrete del Terzo Reich, e sui campi di prigionia disseminati nel territorio veronese.
Sorride quando parla della ricerca. «Mi piace guardare nei cassetti», dice. Vecchie fotografie, lettere dimenticate, documenti mai consultati: è spesso da lì che prende forma un nuovo documentario. «Ho sempre la speranza di trovare qualcosa che nessuno ha ancora visto.»
La curiosità nasce molto presto. In casa circolano enciclopedie e libri dedicati ai grandi conflitti del Novecento, mentre il padre alimenta quella stessa passione. Quando molti suoi coetanei leggono romanzi d’avventura, lui passa interi pomeriggi sui volumi di Enzo Biagi dedicati alla Seconda guerra mondiale. Poi arrivano i modellini di aerei, l’interesse per l’aeronautica e, soprattutto, gli incontri con gli anziani reduci conosciuti nella campagna mantovana, dove trascorre lunghi periodi insieme ai nonni.
Sono proprio quei racconti a lasciare il segno. Uomini che avevano attraversato la guerra senza mai scrivere un libro, custodi di ricordi destinati a scomparire con loro.
«Mi sembrava quasi di parlare con persone che non c’erano più. La storia mi affascina perché è un modo per riportarle in vita.»

Quando la storia cambia una vita
Prima dei documentari c’era la musica. Da ragazzo Quattrina scriveva canzoni e sognava di diventare compositore. Un produttore romano, colpito dalle sue melodie, gli aveva promesso un incontro con Mogol. Pochi giorni dopo, però, quel produttore morì in un incidente stradale.
«L’ho preso come un segno.»
Fu allora che la sua vita cambiò direzione. Entrò nel mondo della comunicazione, lavorò come copywriter e fondò lo Studio Il Volo, firmando campagne pubblicitarie e spot televisivi per marchi come Giovanni Rana, Paluani e Dal Colle. Un’esperienza che gli lasciò il gusto della narrazione per immagini, ma che con il tempo iniziò a stargli stretta.
La svolta arrivò all’inizio degli anni Novanta, quando gli archivi storici iniziarono finalmente ad aprirsi ai ricercatori. Cominciò così a frequentare archivi italiani e americani, recuperando filmati originali, lettere, mappe militari e documenti rimasti per decenni nell’ombra.
«La storia è un po’ come la musica. Quando sei tu a rincorrerla rischi di non trovare nulla. Quando invece è lei che viene a cercarti, allora capisci di essere sulla strada giusta.»
Fu seguendo quell’intuizione che nacque il suo primo grande documentario, dedicato ai prigionieri di guerra britannici in Italia, realizzato per Rai3 all’interno del programma La storia siamo noi di Giovanni Minoli. Un lavoro che riportò alla luce l’esistenza di numerosi campi di prigionia disseminati anche nel Veronese e che segnò definitivamente il passaggio dalla pubblicità alla ricerca storica.
Da allora non si è più fermato; non ama le verità preconfezionate, diffida delle ricostruzioni troppo semplici e guarda con prudenza tutto ciò che non può essere sostenuto da fonti verificabili, non considera mai la storia cristallizzata nel tempo una verità assoluta. Per lui ogni vicenda può essere rimessa in discussione, purché lo facciano i documenti. È questo approccio che lo ha portato, negli anni, a rivedere episodi che sembravano ormai acquisiti. Come la storia della Polveriera di Avesa, dove ha distinto ciò che appartiene alla leggenda da quanto emerge realmente dalle fonti, o la ricostruzione del ruolo del capitano tedesco Wolfgang Hagemann, che, documenti alla mano, convinse il comando germanico a non trasformare Verona in una linea difensiva sul modello di Cassino, evitando alla città una distruzione ben più pesante. Non è un esercizio di revisionismo, precisa, ma il dovere di chi fa ricerca: continuare a interrogare le fonti, anche quando raccontano una storia diversa da quella tramandata. «Se un fatto non è documentato, non può diventare una certezza.»
È un principio che lo ha portato, nel corso degli anni, ad affrontare anche vicende controverse. Non per il gusto della provocazione, precisa, ma perché ritiene che il compito dello storico sia continuare a porsi domande.
Lo stesso approccio emerge quando parla della memoria. Dopo centinaia di interviste raccolte tra reduci, deportati, civili sopravvissuti ai bombardamenti, religiosi e anziani contadini, è arrivato a una convinzione precisa.
«La memoria cambia con il tempo. Si arricchisce, si modifica, a volte si sovrappone ad altri ricordi. Per questo le testimonianze devono sempre dialogare con i documenti.»
Il ragionamento si allarga inevitabilmente oltre il documentario. Per Quattrina è cambiato il rapporto stesso con la cultura. Non attribuisce la responsabilità alla tecnologia, che considera uno strumento prezioso se utilizzato con consapevolezza, ma alla progressiva perdita dello spirito critico.
«Molte persone tendono a credere a ciò che conferma le proprie convinzioni, senza più chiedersi se sia davvero vero.»
Una riflessione che lo porta a una conclusione semplice quanto impegnativa.
«La storia non serve per celebrare il passato. Serve a darci gli strumenti per capire il presente.»

San Francesco e il valore della memoria
Dopo anni dedicati alla Seconda guerra mondiale, ai bombardamenti, ai campi di prigionia e alle vicende meno conosciute del Novecento, Quattrina sta lavorando a un documentario su San Francesco d’Assisi. Una scelta che, almeno in apparenza, rappresenta un cambio di prospettiva, ma che in realtà prosegue la stessa ricerca.
«Abbiamo ridotto San Francesco al primo ecologista. In realtà il suo messaggio è molto più profondo. Nella predica agli uccelli c’è un’idea di rispetto e di pari dignità tra l’uomo e tutto ciò che lo circonda che oggi abbiamo quasi dimenticato.»
Negli ultimi anni il suo sguardo si è allargato anche ai malgari della Lessinia, al Lago di Garda e al mondo contadino. Non cambia il metodo di lavoro, né il filo che unisce le sue ricerche: cercare storie capaci di raccontare il presente attraverso il passato.
«La storia dovrebbe essere il manuale d’istruzioni del nostro futuro.»
Tra pochi mesi Quattrina compirà settant’anni. Parla del tempo con lucidità, più che con malinconia.
«A un certo punto della vita cominci a domandarti se riuscirai davvero a lasciare qualcosa.»
Non pensa ai premi o ai riconoscimenti, ma alle opere che continueranno a raccontare anche quando lui non ci sarà più.
«Quello che conta è lasciare qualcosa fatto con il cuore, qualcosa che continui a emozionare.»
È probabilmente questa la definizione più fedele del suo lavoro. Non limitarsi a raccontare la storia, ma impedirle di scomparire.

