La decisione del ministro dell’Istruzione di far insegnare il melodramma agli insegnanti di italiano

(David Benedetti*) C’è una buona notizia per gli studenti dei licei: dal prossimo anno scolastico, accanto a Manzoni, Leopardi e Pascoli, arriverà anche il melodramma. Una piccola rivoluzione culturale, ha annunciato il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.  E fin qui, nulla da eccepire. Anzi, ben venga Verdi, ben venga Puccini, ben venga l’opera lirica nelle aule scolastiche. La cultura non è mai troppa e la musica, soprattutto quella che ha contribuito a costruire l’identità italiana, merita certamente un posto nei programmi.

Il bello, però, arriva quando si passa dal che cosa al chi dovrà insegnarlo. Nessun problema: ci penseranno i docenti di italiano. Non serviranno insegnanti specializzati, né corsi di formazione specifici, né risorse aggiuntive. Del resto, come ha spiegato il ministro, non possiamo immaginare che un docente di lettere non conosca il Nabucco o il melodramma.

Ecco, forse possiamo immaginarlo. Non perché gli insegnanti siano ignoranti o culturalmente sprovveduti, ma perché conoscere un’opera non significa necessariamente saperla insegnare. E soprattutto perché sapere chi è Giuseppe Verdi non equivale a conoscere la storia del melodramma, i suoi codici, il rapporto tra libretto e partitura, la drammaturgia musicale, le convenzioni teatrali e il contesto storico in cui quelle opere sono nate.

Con lo stesso criterio, potremmo affidare ai docenti di storia dell’arte l’insegnamento della fotografia, a quelli di filosofia un corso di neuroscienze e agli insegnanti di scienze motorie qualche lezione di anatomia specialistica. Tanto, qualcosa avranno pur letto.

E la formazione dove la mettiamo?

Il problema non è aggiungere argomenti al programma, ma pensare che le competenze arrivino per decreto ministeriale. Gli insegnanti sono ormai una categoria professionale straordinariamente versatile: devono aggiornarsi, innovare, includere, digitalizzare, educare alla cittadinanza, recuperare le fragilità e, possibilmente, riuscire anche a spiegare tutto il programma entro giugno. Adesso potranno aggiungere al curriculum anche una discreta carriera da melomani.

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La formazione, evidentemente, è un optional. La preparazione si presume, le risorse si risparmiano e la professionalità si dà per scontata. Una riforma a costo zero: il sogno di ogni ministro e, forse, il melodramma di ogni insegnante.

Perché il melodramma, in fondo, è fatto di passioni, conflitti, colpi di scena e personaggi costretti a interpretare ruoli che non sempre hanno scelto. A ben vedere, la scuola italiana possiede già tutti gli ingredienti per una rappresentazione in cinque atti. Le manca soltanto un’orchestra.

E allora sì, ministro, portiamo pure Verdi a scuola. Ma insieme alle partiture, portiamo anche la formazione. Perché non si può pretendere che un insegnante diventi direttore d’orchestra per decreto. E perché, se proprio dobbiamo studiare il melodramma, sarebbe bello evitare che a interpretarlo siano ancora una volta gli insegnanti.

*insegnante Liceo Scientifico