Dal Moro, prima il centrosinistra cambia e prima Verona ha una chance per sopravvivere

Gianni Dal Moro, imprenditore 63 anni, deputato del Partito Democratico dal 2008, non è un “compagno”.  La sua storia è diversa da quella di altri dirigenti del suo partito.  Lui viene dalla Cisl e dalla Dc. Dopo aver fatto gavetta nello “scudo crociato” ed essersi formato politicamente alla scuola della sinistra cattolica nella sede di via Garibaldi, vicino a Gianni Fontana prima  ed a Renato Gozzi poi, dopo il crollo della Balena Bianca è approdato, anziché nel centrodestra come la maggior parte dei suoi “amici” -così si chiamavano i democristiani- nel grande contenitore della sinistra italiana: il Pd, dopo aver fatto parte dei Popolari collaborando con Mino Martinazzoli e contribuendo a fondare la Margherita.  Nel Pd si è fatto apprezzare per le sue verità e la sua preparazione, tanto da essere uno dei parlamentari più considerati e ascoltati a livello nazionale dai principali leader del partito.  Politicamente è sempre stato un moderato riformista già capo della segreteria Enrico Letta attuale segretario nazionale del partito. E’ persona seria e pacata. Con lui si parla e si ragiona volentieri…di politica e di economia, attualmente componente della Commissione Bilancio della Camera e nel Consiglio di Sorveglianza della Cassa Depositi e Prestiti

Il Pd è un partito strutturato, diffuso capillarmente su tutto il territorio nazionale. Lei che proviene da un altro partito vero, la Democrazia Cristiana, come giudica la tendenza ad avere partiti sempre più “leggeri” e sempre più incentrati sul leader, al punto da inscriverne il nome nel logo? Letta ha perfino rinunciato al simbolo del Pd nella sua scheda elettorale di Siena. Lei che è stato segretario organizzativo nazionale del suo partito che riflessioni si sente di fare?
Oggi non possono esserci partiti forti senza leader forti alla guida. Nella società della comunicazione se un partito non vuole soccombere di fronte al populismo e alla demagogia ha bisogno di due pilastri: un leader forte, eletto da una grande base popolare, costantemente in contatto con il suo “popolo”, e una linea politica chiara, perché il leader è tale se si identifica con una linea politica, non se si lascia trascinare di qua e di là dai sondaggi o dalle pulsioni del popolo.  Poi per quanto riguarda il nome del leader nel simbolo della scheda elettorale è una formula in uso da anni sia nell’elezione dei sindaci, che dei Presidenti di Regione che nelle politiche. Nel caso di Letta trattandosi di un candidato di coalizione è quasi scontato che il simbolo debba essere terzo rispetto al partito del candidato, anche se si tratta del segretario. 

Il modello sociale di Zaia è in difficoltà vera, ma noi lo contestiamo a prescindere senza mettere in campo un’alternativa credibile. Sembriamo ideologici e rancorosi. Tradotto, non credibili e votabili.

Ma poi i leader troppo forti spesso riducono l’autonomia dei territori e dei quadri locali…
Un partito è un grande partito se chi dirige, dirige anche a nome di chi su molte cose dissente. E il gruppo dirigente sarà autorevole se non si appiattisce sul leader, se non ripete a schema le parole del capo nazionale o dei capi locali. Il compito di un gruppo dirigente non è solo comandare ma rinnovare le speranze e spingere verso un nuovo protagonismo dentro e fuori il partito

Il Veneto è da 25 anni che è governato dal centrodestra. Verona idem, con la parentesi Zanotto (2002-2007). Perché la sinistra non sfonda in questa regione?
Per quanto riguarda il Veneto occorre dire chiaramente che la proposta politica del centrosinistra veneto è stata  insufficiente a rappresentare un’alternativa credibile al centrodestra.  Se vogliamo essere competitivi dobbiamo favorire la messa in campo di un nuova proposta politica veneta che parli ai veneti in modo diretto senza mediazioni della politica nazionale. Certo oggi il Veneto ha in Zaia il suo Strauss di ispirazione bavarese, ma non ha più le banche del territorio, la classe dirigente veneta è fuori dai luoghi che contano sia a livello nazionale che europeo e il modello sociale veneto è in difficoltà vera dopo anni di grande tenuta. Il problema è che mentre Zaia e il suo modello veneto vengono acclamati noi lo contestiamo a prescindere senza mettere in campo un’alternativa credibile e quindi sembriamo ideologici e rancorosi. Tradotto, non credibili e votabili. 

E Verona? 
Cosa diversa nelle città venete. Negli ultimi 10 anni abbiamo vinto e governato Venezia, Padova, Treviso, Belluno, Vicenza e Rovigo. Manca solo Verona e questa la dice lunga sulla nostra inadeguatezza locale nella proposta politica e nella sua classe dirigente veronese spesso poco incline alla mediazione e alla costruzione del consenso.

Come far uscire il centro sinistra veneto da questa decennale difficoltà?
Dobbiamo aprire “un nuovo cantiere veneto” chiamando a raccolta le migliori intelligenze riformiste venete, le tante liste civiche locali, dobbiamo dare l’avvio ad un centro di elaborazione politica, mettere attorno ad un tavolo le migliori nostre esperienze amministrative, con i quali iniziare a ragionare per rilanciare una nostra autorevole presenza veneta, oltre i tradizionali confini. 
E poi dovremmo osare di più trovando una nuova dimensione tra stare dentro un partito nazionale e al contempo cercare di rappresentare quel respiro autonomistico che alimenta grandi parti della nostra popolazione. Quel federalismo della sussidiarietà e non dell’egoismo come immaginato da Massimo Cacciari 20 anni fa.

Spero che Tommasi sciolga la riserva a brevissimo: non possiamo aspettare oltre

Fra qualche mese Verona andrà al voto per il rinnovo dell’amministrazione comunale. Il centrodestra potrebbe dividersi e a sinistra siete in attesa della risposta di Tommasi che potrebbe riunire tutte le varie componenti del centro sinistra portandovi forse al ballottaggio. Il suo parere?
Ritengo la candidatura di Damiano Tommasi una grande opportunità e spero che accetti e sciolga la riserva a brevissimo perché non possiamo aspettare oltre. Abbiamo bisogno di mettere in campo da subito una proposta politica e un progetto per la città, non escludendo nessuno e ampliando il nostro consenso oltre al tradizionale recinto del centro sinistra.

E se Tommasi non accettasse?
Dovremmo scegliere un’altra personalità dentro o fuori i partiti, senza perdere troppo tempo in discussioni tra possibili e mancate alleanze, su primarie sì o primarie no, su partiti e società civile, sui giovani o donne, le solite discussioni di sempre attorno al nostro ombelico. 
Si dovrà mettere in campo un’esperienza solida e autorevole puntando sul merito e la competenza che possa reggere il confronto politico con due sindaci che godono di grande notorietà come Sboarina e Tosi e chissà magari con un terzo candidato del centro destra più espressione della Lega e di Forza Italia, ma aspettiamo di conoscere i risultati delle prossime elezioni amministrative del mese di ottobre.
L’Unità del centro sinistra diviene pertanto l’elemento imprescindibile per essere competitivi. Ma dovremo mettere in campo una proposta e un progetto per la città radicalmente alternativo al progetto della destra veronese, in modo che i cittadini possano capire in modo chiaro che se voteranno per il nostro candidato noi faremo cose diverse da chi ha guidato la città negli ultimi 15 anni.

Aereoporto, Fiera, Fondazione Arena, Agsm dovranno aprirsi ad alleanze europee uscendo dal piccolo cabotaggio locale

Quali sono i problemi principali da risolvere per Verona e il suo territorio?

Tanti, purtroppo. La città è stata addormentata ed ha perso molte occasioni e opportunità. Direi che un progetto di centrosinistra a Verona non può prescindere da alcune scelte strategiche. In primis, portare la città in una dimensione europea esattamente il contrario dell’inadeguato localismo della Lega. Poi mettere al centro dell’azione amministrativa la risposta agli ultimi, perchè se un partito di centrosinistra non si occupa prima di tutto delle persone e delle famiglie più in difficoltà ha mancato la sua ragion d’essere. E poi le grandi scelte strategiche sugli asset principali della città: aeroporto, fiera, Fondazione Arena, Agsmaim, tutte realtà che dovranno aprirsi ad alleanze europee o internazionali uscendo dal piccolo cabotaggio locale e per alcune di loro prevedendo l’ingresso nel capitale sociale di grandi player italiani o europei e la quotazione in Borsa.

Senza un progetto di grande respiro internazionale diventerà sempre più difficile per Verona attrarre grandi investimenti, ne soffriranno le nostre eccellenze, non si svilupperanno nuove competenze, si indebolirà il nostro sistema manifatturiero e dei servizi, non si costruirà un futuro migliore per i nostri giovani.

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