Fibrillazioni in Forza Italia per l’imposizione di candidati estranei al territorio. Ma la rabbia degli esclusi scoppierà anche negli altri partiti

Abbiamo sottolineato più volte che il sistema con cui andremo a votare il 25 settembre impedisce ai cittadini di scegliere i  rappresentanti al Parlamento. Vengono decisi a Roma dalle segreterie di partito. Punto e basta. Senatori e deputati saranno dei ‘nominati’, non degli eletti. Agli elettori rimane solo la facoltà di fare la croce sul simbolo di partito. Troppo poco per una democrazia. Troppo poco per realizzare la volontà popolare che dovrebbe esprimersi anche attraverso le preferenze, ovvero la scelta dei rappresentanti da parte degli elettori.
Ma non è tutto qui il male del Rosatellum, la pessima legge elettorale che il Parlamento uscente non ha voluto cambiare perché fa comodo ai capi-partito. Fa danni anche ai partiti, dove monta la rabbia degli esclusi. Perché, parliamoci chiaro, con un esiguo margine d’errore si sanno già i collegi buoni e quelli cattivi, e quindi chi ce la fa e chi no. E con una certa approssimazione si possono anche prevedere gli eletti al proporzionale. Se ci aggiungiamo il taglio di un terzo dei seggi si capisce come il malcontento degli esclusi cominci ad affiorare un po’ ovunque.
E’ quello che sta succedendo a Forza Italia in Veneto, attraversata da forti malumori dopo essere stata anche colpita dalla morte del suo massimo esponente, Nicolò Ghedini. Non è piaciuta la decisione del partito di candidare in Basilicata la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, padovana, che era sempre stata eletta in Veneto. Il “suo” collegio va ad Anna Maria Bernini, bolognese, capogruppo in Senato. Un’ulteriore dimostrazione di quanto poco sia tenuto in considerazione il territorio e tutte le decisioni siano centralizzate a Roma. Forza Italia avrà due collegi sicuri in Veneto e se già uno di questi viene assegnato ad un’estranea – la Bernini a casa sua, Bologna, avrebbe ben poche possibilità-.

Per i veneti rimane ben poco o forse nulla, come dice all’Adnkronos, Dario Bond, vice coordinatore regionale e deputato uscente, che prevede che in nessuno dei 2 collegi uninominali sarà candidato un veneto.
S’era parlato anche di un collegio da dare a Tosi, come ricompensa di essere entrato in FI con il suo gruppo. Ma i collegi veronesi sono già occupati: 2 alla Lega e uno a FdI. E così si dovrà accontentare del proporzionale o di essere paracadutato in altra regione. E poi c’è da capire dove verrà candidato anche un altro pezzo da 90 degli azzurri: il veronese Massimo Ferro, uscente al Senato. Tutto è incerto. Ed è la conseguenza – come dice Bond all’Adnkronos- dello stato di salute del partito in Veneto che “è pessimo. Ci sono province dove non si farà nemmeno attivismo per la campagna elettorale”. “Lascerò il partito. Non ho ancora ufficializzato la mia decisione perché essendo uno dei fondatori non volevo creare problemi. Però così non si può andare avanti…”.
Secondo l’esponente azzurro “si è perso il rapporto col territorio, Fi è un disco volante gestito da zone remote: Milano, Roma”.  E questo è solo l’inizio.

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