I sindacati medici contro la manovra. La sanità rimane la cenerentola. Quei  2 miliardi in più solo per le bollette. Ma una soluzione ci sarebbe…

( p.d.) Tutti i sindacati medici esprimono forti preoccupazioni per le risorse destinate alla sanità dalla manovra licenziata dal Consiglio dei Ministri ed ora all’esame delle Camere: Anaao-Assomed, Cimo-Fesmed (Anpo-Ascoti – Cimo – Cimop – Fesmed), Aaroi-Emac,  Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr) – Fp, Cgil Medici E Dirigenti Ssn, Federazione Veterinari e Medici, Uil Fpl, Coordinamento nazionale delle aree contrattuali medica, veterinaria sanitaria, Cisl Medici sono tutti contrari alla manovra. E anche il presidente degli Ordini dei Medici critica le scelte del governo: 200 milioni per i medici sono troppo pochi. 

L’Adige ha dato ieri (https://www.giornaleadige.it/nella-manovra-finanziaria-del-governo-2-miliardi-in-piu-per-la-sanita-ma-14-mld-andranno-per-il-caro-bollette/ )  le cifre della manovra finanziaria destinate alla sanità: in tutto 2 miliardi, la maggior parte dei quali destinata a coprire gli aumenti delle bollette. Effettivamente il SSN avrebbe bisogno di molte più risorse.
L’intersindacale dei medici si aspettava di più. E’ delusa. Minaccia lo stato d’agitazione. Ma che cosa si aspettavano da un governo che si è insediato da un mese e che si trova a gestire una situazione fra le più difficili dal 1945 ad oggi? La bacchetta magica non ce l’ha nessuno. E la Meloni non è la Fata Turchina di Pinocchio. E di pinocchi che c’hanno raccontato una cosa per l’altra ne abbiamo avuti anche troppi finora.

La manovra di 35 miliardi è il massimo che un governo poteva fare. Qualsiasi governo, anche se fosse stato quello di Draghi. La coperta è corta. Si potrebbe discutere sulla ripartizione delle risorse. Ma s’andrebbe a parare sulle grandi scelte politiche, sugli obblighi che derivano dalla nostra collocazione internazionale nonché sugli impegni presi da altri.
Non è una novità che l’Italia non navighi in buone acque. Lo sappiamo da anni. Governi si sono succeduti a governi. Ma il rapporto spesa sanitaria/Pil è sempre rimasto troppo basso rispetto a quello di altri paesi europei della nostra dimensione. Anche stavolta che Ministro della Salute è un medico, cioè persona che ha contezza della situazione per esperienza diretta, questo rapporto deficitario non si sposta. Anche stavolta che da un governo di centrosinistra siamo passati ad un governo di destra-centro, ovvero di segno opposto, il rapporto spesa sanitaria Pil non si è spostato. Vuol dire che c’è qualcosa di strutturale che impedisce di cambiarlo.
E allora inutile fare come i polli di Renzo. Medici, sindacati, infermieri, regioni, privati convenzionati, governo si potranno anche accapigliare per anni, ma se il problema è strutturale e la struttura dello stato italiano è quella che è, perché ogni volta che si vuole riformarla ci sono resistenze che hanno la meglio, bisogna fare con quello che c’è.

L’unico modo, peraltro già indicato più volte da queste pagine, è quello di introdurre una franchigia sulle prestazioni erogate dal SSN. Fermo restando il principio universalista e la gratuità per i poveri. Fissare, per esempio una franchigia di 20 euro per i farmaci e di 50 euro per le prestazioni, significherebbe che tutte le medicine che costano meno di 20 euro e le prestazioni che costano meno di 50 euro si devono pagare. Moltiplicando 20 e 50 euro per i milioni di farmaci e di prestazioni la cui spesa non graverebbe più sul SSN si può avere un’idea delle risorse che rimarrebbero al sistema con le quali si potrebbe pagare di più il personale, accorciare le liste d’attesa ecc.

D’altra parte una quantità enorme di italiani già si rivolge al privato. Se uno ha il dubbio di avere un cancro, mica può aspettare 6 mesi per fare una tac. E allora va a pagamento. Quindi, di fatto, il principio universalista è già saltato. Meglio allora salvare il salvabile. Pagarsi le piccole cose e avere garantita dal SSN l’assistenza per quelle serie. Quelle che per curarsi ci si dovrebbe rovinare se non ci fosse l’assistenza gratuita.

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