Parla Pellissier, la Clivense è la “nuova” favola. Il nostro modello sono Barcellona, Bayern e Rangers

Sono oltre 160 i nuovi soci di Sergio Pellisier ed Enzo Zanin nella FC Clivense: ad oggi sono stati raccolti oltre 235mila€ a fronte di un target minimo fissato in 150mila e l’obiettivo di raggiungere (e probabilmente superare) il secondo step fissato a 500mila€ è dietro l’angolo. Ai microfoni di SuperNews è intervenuto Sergio Pellissier, fondatore, presidente e attaccante della Clivense, club nato la scorsa estate dopo il fallimento del Chievo Verona. In carriera, tra il 2002 e il 2019, ha disputato più di 500 partite tra le fila dei gialloblù, numeri che l’hanno portato ad essere primatista di presenze col Chievo Verona in Serie A e in tutte le competizioni. La sua Clivense ha vinto il campionato di Terza Categoria e ora progetta l’assalto al calcio professionistico. Pellissier ha ripercorso le tappe più importanti della sua carriera, con uno sguardo rivolto al suo progetto e all’attuale situazione calcistica. Riportiamo uno stralcio dell’intervista.

La Clivense, nel suo primo anno di vita, ha vinto il campionato veneto di Terza Categoria. Com’è stato il percorso vissuto questa stagione? Quali obiettivi vi siete posti per il futuro?
Abbiamo creato una società in pochissimo tempo, in una settimana circa, e abbiamo allestito la squadra in due giorni. Questo ha rappresentato un enorme difficoltà. Siamo stati bravi a partire bene fin da subito, mantenendo sempre il primo posto in classifica. È stata una cavalcata meravigliosa, all’inizio anche inaspettata. L’obiettivo di costruire una società sana e ambiziosa è stato raggiunto. In più è arrivata anche l’emozione della promozione: la ciliegina sulla torta. Vincere sembra facile, ma non lo è mai in qualsiasi categoria. Ora stiamo aspettando per l’iscrizione in Serie D, abbiamo voglia di fare subito il salto. Tra le prerogative ci sono anche il centro sportivo e il settore giovanile. Abbiamo voglia di concretizzare tutti gli scopi prefissati.

Tutti possono diventare soci della Clivense, anche investendo somme non esorbitanti. Perché il club ha deciso di adottare un modello di crowdfunding? C’è un esempio al quale vi siete ispirati?
Inizialmente il mio desiderio era quello di fare tutto da solo col mio socio Enzo Zanin. Poi abbiamo avuto l’idea di aprire la società a tutti quelli che vogliono contribuire al progetto e che credono nelle cose sane e oneste. Si tratta di un modello adottato anche da grandi club come Bayern Monaco, Barcellona e anche dai Rangers in Scozia: abbiamo preso ispirazione da loro. Siamo contenti di aver aperto le porte del club ai nostri tifosi, tutti insieme possiamo puntare a fare qualcosa di davvero importante. Il nostro obiettivo è arrivare nei professionisti tra due anni, questo prevede il nostro business plan. Non basta crederci, bisogna avere anche fortuna e una società sana, con persone che sanno quello che fanno.

Quando è cominciata l’avventura della Clivense avevi promesso di tornare in campo e così è stato. Dalla Serie A alla Terza Categoria a 43 anni: che emozioni hai provato nel calcare di nuovo il rettangolo verde?
Le promesse vanno sempre mantenute. (…) Calcare di nuovo il rettangolo verde è stato emozionante. Non avrei mai immaginato di giocare un giorno, a 43 anni, in Terza Categoria con la mia squadra. Ci tenevo a partecipare anche da calciatore a quest’annata splendida. La cosa più importante era non deludere tutte quelle persone che tre anni fa mi hanno visto giocare per l’ultima volta. Fare brutta figura sarebbe stato un peccato, ho cercato soprattutto di non far danni e sono arrivati anche due goal. La prossima stagione ancora in campo? Non posso sbilanciarmi, nel calcio come nella vita non si sa mai a cosa si va incontro. Ho segnato in A, in B e in C, manca solo il gol in Serie D. In questo caso, però, non prometto niente.

Non solo fondatore, presidente e attaccante della Clivense, ma anche direttore sportivo…
Sotto questo punto di vista possiamo stare tranquilli e risparmiare in termini di budget, il direttore sportivo alla Clivense lo faccio io (ride ndr). La forza di una società è quella di avere persone che fanno tutto esclusivamente per il club e non per i propri interessi. Io non ho secondi fini, se non l’obiettivo di dare il massimo e di portare in alto la squadra. Il vero direttore sportivo, il professionista cui mi ispiro è sicuramente Giovanni Sartori. Il suo metodo mi è sempre piaciuto ed è quello che porto avanti anch’io. Mi sarebbe piaciuto lavorare con lui per più tempo.

Dal 2002 al 2019 in gialloblù: cosa ha rappresentato per te la favola Chievo Verona? Come si è arrivati al triste epilogo del fallimento?
Del Chievo Verona ho ricordi sia belli che brutti. Nel cuore porto le persone con cui ho giocato e con cui ho lavorato a stretto contatto ed ovviamente tutti i tifosi che mi hanno sempre supportato e lo fanno ancora oggi alla Clivense. Loro, più di tutti, meritano l’impegno massimo e l’entusiasmo che sto mettendo in questo progetto. (…) Passare dalla Serie A alla Terza Categoria è dura da digerire, ma non mi è mai mancato il supporto e il calore da parte di tante persone. Spero possano togliersi grandi soddisfazioni: non con il Chievo, perché quella “favola” è il passato, non esiste più, ma con un’altra favola che è la Clivense. Vogliamo portare avanti i valori e le tradizioni del primo grande Chievo, senza mai mancare di rispetto a nessuno. In qualsiasi categoria andremo a giocare. Il Chievo, come risaputo, era fuori di milioni e milioni di euro. É quello che accade quando fai il passo più lungo della gamba e quando ti fidi di persone sbagliate. Però è giusto che paghino tutti per gli errori, non soltanto il Chievo di turno che era un piccolo club. Questo è il dispiacere più grande.

Più di quindici anni con la stessa casacca, hai mai avuto la possibilità di lasciare il Chievo Verona?
Sono un abitudinario, uno legato alla casa e alla famiglia. Al Chievo Verona ho dato il massimo. La società ha sempre rinunciato a qualsiasi richiesta pur di trattenermi a Verona, facendo scelte anche importanti dal punto di vista economico. Alla fine non ho mai dovuto scegliere io in prima persona e non mi sarei mai permesso di “bisticciare” con la società per andare a giocare altrove. Il rispetto delle persone viene prima di ogni cosa. Sono ben felice di quanto fatto in carriera.

Quali errori continua a compiere il calcio italiano e quali possono essere le soluzioni per il futuro?
Il calcio italiano ha tantissime problematiche. Ormai non siamo più la prima Nazionale al Mondo, probabilmente veniamo anche dopo Nazionali che una volta non avevano neppure i campi da calcio. Dobbiamo necessariamente evolverci. La soluzione non è far giocare i giovani a tutti i costi, non è così che trovi i campioni. Io ho cominciato a giocare in Serie A a 23 anni, ma fino ai 40 poi non ho mai mollato. Ognuno ha i suoi tempi, bisogna capire questo per non bruciare i talenti. Nei settori giovanili i ragazzi devono giocare non per vincere ma per migliorare giorno dopo giorno. Nei campionati Primavera c’è addirittura la possibilità di retrocedere. Così è normale vedere squadre zeppe di stranieri pur di far bene. Ma il male non sono gli stranieri, ma la gestione dei nostri giovani e del calcio giovanile.

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