Pnrr e transizione digitale, le pmi e la sfida dell’efficienza. Errico: automazione in fabbrica e presto anche in ufficio

(di Stefano Tenedini) “La partita della transizione digitale non si basa sulla solita Ricerca & Sviluppo, ma sull’efficienza delle imprese a 360 gradi. Confindustria punta a valorizzare uno degli asset portanti dello sviluppo: in Italia il problema non è solo applicare l’intelligenza artificiale, ma usare bene tutti i dati di cui le aziende già dispongono, per rendere i processi più evoluti ed efficienti. Molte aziende grazie agli incentivi di Industria 4.0 hanno fatto un salto in avanti per quanto riguarda le macchine e i sistemi, ma non hanno mai davvero adottato IOT, “l’Internet delle cose”. Il sistema manifatturiero è avanzato nei principi e nelle attrezzature ma non ne sta ancora approfittando: quindi dobbiamo fare in modo che le imprese abbandonino Excel per approdare al machine learning”.

Paolo Errico, presidente uscente della Piccola Industria Veneta (mandato che lascerà dopo quattro anni ai primi di febbraio), è abituato alle sfide, ma ora il compito è di quelli tosti: trasformare l’Italia del manifatturiero tradizionale in un sistema di imprese fatto di tecnologie avanzate, di data mining, di automazione e strategie globali. Infatti c’è tutto questo nella nomina ricevuta prima di Natale a vicepresidente delle PMI di Confindustria nazionale, delegato all’Innovazione e alla Transizione Digitale. Veronese, Ceo di Maxfone, specializzata in intelligenza artificiale e analisi dei big data, si muoverà a tutto campo sulla scena associativa e in concerto con le istituzioni governative, visto che l’agenda politica dovrà basarsi sulle risorse del Pnrr per rendere possibile la digitalizzazione del Paese.

Paolo Errico, vicepresidente nazionale di Confindustria PMI

E non solo dei pochi grandi gruppi, ma anche e soprattutto della moltitudine di piccole aziende ancora poco evolute. Per questo uno degli strumenti su cui Errico lavorerà è una formazione diffusa che diffonda competenze e crei subito quella cultura digitale che manca a molte imprese. “Non basta usare computer, cellulare e internet: occorre applicare in concreto opportunità tecnologiche alla portata di tutti: si tratta”, sottolinea, “di vincere la pigrizia per non continuare come si è sempre fatto. Teniamo presente che l’intelligenza artificiale impatta sulla fabbrica ma anche sugli uffici: grazie all’automazione dei processi domani i robot faranno gli impiegati. L’importante è non fermarsi alla teoria ma arrivare alla pratica. In Italia il manifatturiero ha le competenze necessarie per diventare un sistema digitale. Sì, “manifatturiero digitale” sembra un ossimoro, ma è la strada del futuro”.

Esempi di quanto sostiene Paolo Errico ormai non si contano più, quindi gliene chiediamo uno solo rappresentativo. Negli Stati Uniti chi si occupa di indennizzare chi ha subito un incidente d’auto? Nessuno. Sono i processi automatizzati che valutano da soli i costi di riparazione. Come fanno? Ricevono la foto, la scansionano e da lì riescono a calcolare il valore complessivo, risalendo ai pezzi di ricambio danneggiati, al listino prezzi e alle ore di lavoro necessarie per risistemare la vettura. Solo all’inizio un controllore umano supervisiona il processo e verifica che sia corretto, poi gli “impiegati elettronici” capiscono il mestiere e vanno avanti da soli. Dall’excel al machine learning.

Il grande filone da sfruttare sono i dati: mettere a frutto miliardi e miliardi di informazioni che un’azienda genera con la produzione e la gestione. I dati saltano fuori ovunque, in ogni angolo e in ogni momento: bisogna capire cosa ci possono dire e come valorizzarli per rendere efficiente il processo. Prendiamo i mantra di sempre: essere competitivi, ridurre i costi (l’energia, oggi, ha prezzi da infarto), servire i clienti sempre meglio. I dati mostrano come stiamo usando le risorse e come ottimizzarle: per spendere meno, consumare meglio, diventare più sostenibili. Le risposte sono nei dati: con più “intelligenza aziendale” possono interagire e fornire risultati sorprendenti. Volendo, si può.

Nell’uso di dispositivi e sistemi intelligenti controllati via Internet (IOT – Internet of Things) le imprese italiane sono ottave in Europa e nel 2021 sono cresciute sull’anno precedente nonostante il Covid. E molte, proprio a causa della pandemia, hanno avviato o aumentato la vendita online. Lo sottolinea l’Istat nell’analisi su Imprese e ICT nel 2021. Ma la situazione non è ottimale: l’80% delle imprese con almeno 10 addetti si colloca ancora a un livello basso o molto basso di adozione di tecnologie ICT, e le stesse piccole aziende non hanno ancora adottato software gestionali di condivisione delle informazioni come ERP e CRM. Distacchi ancora maggiori per l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, ed emerge che la maggior parte delle imprese ha ancora una connessione a banda larga con velocità di 30 Mbit/sec. La IA trova accoglienza in settori ovviamente legati all’ICT, come telecomunicazioni, informatica, produzione di computer e prodotti elettronici. Una conferma che l’impegno di Paolo Errico in Confindustria nell’area delle piccole aziende intercetta un bisogno reale e oggi più che mai urgente.

“In Confindustria ho un obiettivo molto tecnico e mirato: fare divulgazione e formazione sul territorio sulla transizione digitale ma con estrema concretezza, diffondendo modelli pratici con cui spingere il cambiamento. In realtà non abbiamo alternative”, puntualizza Errico. “Le imprese sanno che la digitalizzazione è necessaria, che non è un optional e che non c’è futuro se non investono energie e risorse per gestire meglio i processi. C’è poi un risvolto spinoso: ci sono già stati casi in cui l’Agenzia delle Entrate ha contestato alle imprese di avere installato macchinari 4.0 senza sfruttare le potenzialità di connessione correlate agli sgravi fiscali. E’ prevedibile che molti dovranno dimostrare che gli incentivi siano effettivamente serviti per far evolvere le aziende… motivo in più per fare il salto di qualità”.

L’ultima buona ragione attiene strettamente al successo o al fallimento del modello d’impresa. Essere efficienti non è più un vantaggio competitivo, ma un prerequisito senza il quale ci si trova fuori dai giochi. Se un’azienda fornisce componenti alla filiera automotive, ad esempio, potrebbe venire messa da parte se non fosse più ritenuta adeguata: è quanto sta succedendo a chi non garantisce livelli di sostenibilità valutati in base ai criteri ESG. Ma c’è anche un lato positivo: la marea di dati a disposizione può generare nuovi servizi a valore aggiunto da proporre al mercato. Hai un cliente ideale, che paga subito e chiede lavori semplici e profittevoli: i dati te lo segnalano… e vuoi non offrirgli la priorità nella consegna delle merci?

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