Niente 4° mandato per Zaia. La tentazione della Lega del Veneto

Non ne vogliono sapere di lasciare il ‘loro’ Veneto in mano ad altri. Il niet degli alleati del centrodestra ad una leggina su misura che consentisse a Zaia di fare il 4° giro da governatore ha avuto l’effetto di un pugno sullo stomaco. I leghisti veneti non se l’aspettavano. Erano convinti, non si sa come, che il Parlamento modificasse la legge per permettere al loro leader di governare il Veneto per altri 5 anni, 20 in totale. Forse un po’ troppo, no?

Si erano convinti che il Veneto spettasse di diritto alla Lega. E se alle ultime elezioni politiche ha preso un terzo dei voti di Fratelli d’Italia lo considerano un dato ininfluente. Così quando hanno appreso che né Forza Italia né la Meloni avrebbero fatto passare un emendamento ad una qualche legge che consentisse a Zaia di essere ricandidato l’hanno presa molto male, come un’offesa. 
Al punto che per bocca del loro giovane segretario regionale Alberto Stefani hanno subito fatto sapere che in Veneto la Lega d’ora in poi correrà da sola.

Zaia. Niente 4° mandato. La tentazione della Lega del Veneto


Una rottura politica in piena regola che rischia di avere pesanti ripercussioni a livello nazionale che potrebbero riservare amare sorprese ad un centrodestra altrimenti in ottima salute.

Il loro piano è chiaro. Alle regionali del 2025 i leghisti veneti pensano di correre da soli. E se non possiamo candidare Zaia come presidente, dicono, lo candideremo come capolista al Consiglio Regionale in modo da ‘tirare’ comunque i voti e permettere la presentazione di quella Lista Zaia che alle ultime elezioni aveva preso il 44%. E il candidato alla presidenza? Ce l’hanno bell’e pronto: il sindaco di Treviso Mario Conte. Oppure, in alternativa, lo stesso Alberto Stefani, padovano. Gli altri che si attacchino. 

La rappresaglia per il no a Zaia

La logica che sostiene questa posizione è più quella della rappresaglia che della costruzione politica. E come tutte le rappresaglie si esaurisce in sé stessa, a prescindere dal risultato che può ottenere e soprattutto dalle sue conseguenze.
Intanto Salvini tace. Si rende conto della gravità della rottura se fosse portata sul livello nazionale. Ma è difficile pensare che la scelta politica in una delle regioni più importanti d’Italia possa essere liquidata come un semplice incidente di percorso e far finta che tutto continui come prima.

Zaia. Niente 4° mandato. La tentazione della Lega del Veneto


Una bella gatta da pelare per Salvini, che già si trova a gestire in una situazione generale non facile. Cui si aggiunge la rivalità con Zaia, che rappresenta una linea politica alternativa alla sua: più di destra e nazionalista quella di Salvini, più autonomista e centrista quella di Zaia. Le due anime sono presenti anche in Veneto, dove un peso non da poco ce l’ha Lorenzo Fontana, veronese, presidente della Camera, salviniano di ferro. Nell’ultimo congresso era stata sancita una pax armata fra le due componenti che aveva portato all’elezione di Stefani alla segreteria. Ma adesso Stefani ha preso una posizione in favore della rottura. Sarà tutto da vedere che conseguenze potrà avere anche sugli equilibri del partito.

Zaia. Niente 4° mandato. La tentazione della Lega del Veneto

Equilibri che non sono mai stati particolarmente stabili, visto che la storia della Lega è stata già contrassegnata 3 volte da delle rotture che hanno sempre avuto come motivo il Veneto fra Lega e Liga. La prima è avvenuta nel 1994 fra Bossi e Franco Rocchetta e Marilena Marin. Poi nel 1998 fra Bossi e Fabrizio Comencini e nel 2015 fra Salvini e Flavio Tosi. 

Gli scenari possibili

Quindi alla luce di questi avvenimenti al momento ci sono 3 scenari ipotizzabili.
Il primo, il più semplice ma anche meno probabile, è che la Lega accetti che Zaia non venga ricandidato, come da legge vigente. 
Il secondo, quello in cui la rottura della Lega in Veneto venga avvallata da Salvini a livello nazionale. Con tutto quel che ne consegue per gli equilibri del governo e il destino della legislatura.
Il terzo, quello della rottura fra la Liga e la Lega, con la prima che corre da sola e Salvini che rimane nel centrodestra.

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