Che la sanità italiana avesse bisogno di una riforma lo avevano capito tutti. Le lunghe ore in astanteria ai Pronto Soccorso, le liste d’attesa che costringono chi può a farsi visitare a pagamento, il disagio di medici e infermieri per le condizioni di lavoro frustranti, la fuga dal SSN, il “turismo sanitario”, che costringe i cittadini del sud ad andare a curarsi al nord sono altrettanti segnali inequivocabili che il sistema non funziona più.

Rimaniamo fermi al 1978

D’altra parte dopo quasi mezzo secolo la riforma del 1978 ha fatto il suo tempo, la società è cambiata, ci sono molti più vecchi, il 10% di stranieri, meno medici, costi aumentati e una maggior richiesta di salute. E’ come girare con un’auto del 1978.

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E’ grave non essere riusciti ia riformare il SSN per adeguarlo ai tempi e alle mutate condizioni. La conseguenza immediata sarà l’incazzatura della gente e a breve-medio termine la necessità di arrivare ad un sistema misto, pubblico/privato. Che poi altro non è se non la formalizzazione di quanto sta già avvenendo nei fatti.

La sanità la paghiamo 2 volte

Peccato che così gli italiani che ricorrono al privato paghino 2 volte: la prima con le tasse, la seconda con il costo della prestazione acquistata privatamente.

Un fallimento che pesa sul governo che non è riuscito ad avere ragione del sindacato dei medici di medicina generale, il cui utilizzo nella Case di Comunità costituiva il pilastro della riforma abortita.

Adesso, al posto di un provvedimento generale ed organico l’esecutivo correrà ai ripari con qualche emendamento o con un atto di indirizzo per obbligarli a svolgere 6 ore settimanali nelle Case di Comunità per renderle operative. Altrimenti resteranno dei gusci vuoti.

Resta comunque il sapore amaro che anche la riforma della sanità è saltata.