(Angelo Paratico) Durante la battaglia di Francia, nel 1940, l’aviazione svizzera abbatté 11 aerei della Luftwaffe sconfinati nello spazio aereo svizzero e perse 3 dei suoi aerei da caccia, di fabbricazione tedesca. Quando Hitler lo venne a sapere, montò su tutte le furie e disse che avrebbero invaso la Svizzera. Seguendo i suoi ordini venne organizzata Operazione Tannenbaum (Operazione Abete), per l’invasione della Svizzera da parte della Germania nazista e dell‘Italia fascista.

Infatti, per volere dell’alleato tedesco anche l’Italia cominciò a elaborare un piano d’invasione. Questo è noto come Piano Esigenza S, o Piano Vercellino, dal cognome del generale Mario Vercellino, che ne fu l’estensore. Vercellino fu il comandante dell’Armata del Po, che avrebbe dovuto effettuare l’attacco principale. Il piano operativo, molto dettagliato, partiva da un’attenta analisi della geografia di confine e della dislocazione delle forze elvetiche e prevedeva l’invasione del Ticino, tenendo conto anche delle fortificazioni che esistevano in Ticino e che rappresentavano un ostacolo per l’avanzata delle fanterie.
Furono importanti per l’elaborazione del progetto operativo le informazioni raccolte dal Servizio Informazioni Militari, lo spionaggio italiano nel corso del Ventennio. Nel piano era previsto che l’attacco fosse dapprima terrestre, con una netta superiorità italiana rispetto alle forze militari del Ticino che avrebbe schierato truppe da montagna. In un secondo momento, ci sarebbe stato l’appoggio decisivo dell’aeronautica.
Il piano Vercellino per l’invasione della Svizzera

Il Piano Vercellino non fu mai applicato perché la Svizzera non rappresentò mai durante la Seconda guerra mondiale un obiettivo concreto. Basti pensare che l’Armata del Po, che avrebbe avuto il compito principale di attaccare la Confederazione già nel febbraio del 1941, venne trasferita al Sud Italia, segno che gli interessi dello Stato Maggiore italiano verso la Confederazione erano cambiati.
Leonardo Malatesta dice: “Comunque di certo da storico militare posso dire che per gli italiani non sarebbe stata una passeggiata. Non si andò mai davvero vicino ad uno scontro tra italiani ed elvetici, mentre negli ultimi giorni dell’aprile 1945, si sfiorò il bombardamento di Chiasso da parte dei tedeschi ammassati vicino al confine che volevano entrare in Svizzera. Solamente grazie all’intervento del colonnello Mario Martinoni non accadde nulla”.
Mario (Antonio) Martinoni (Minusio, 1896 – Lugano, 1981) fu un colonnello svizzero, comandante del Reggimento 32. All’inizio del 1945 ricevette un ordine segreto da parte del Consiglio Federale Svizzero e il 28 aprile di quell’anno si recò a Como per trattare col maggiore Joseph McDivitt dell’esercito statunitense la resa di 450 militari tedeschi, appartenenti sia alla Wehrmacht che alla Kriegsmarine. Grazie alla sua mediazione vennero garantite sia l’inviolabilità del territorio elvetico che l’incolumità della popolazione di Chiasso.

Essendo però la missione segreta e pressoché sconosciuta ai suoi immediati superiori, Martinoni venne rimosso con disonore dal comando per aver abbandonato il suo posto. Questo fatto segnò la fine della sua carriera militare. Lui accettò in silenzio, ma la sua memoria venne riabilitata ufficialmente solo nel 2010 e a Chiasso gli è stato eretto un monumento.
