Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato il generale Marco Bertolini già comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze.

Generale Bertolini, sembra che la guerra tra Stati Uniti e Iran si stia avviando verso una soluzione. L’agenzia di stampa IRNA ha diffuso un memorandum d’intesa  e vi dovrebbe essere la firma questo fine settimana in Svizzera, con negoziati nei successivi 60 giorni. Il ministro degli Esteri Masoud Pezeshkian ha scritto sui social: «Se tutte le disposizioni del memorandum d’intesa saranno attuate correttamente, esso potrà essere considerato un documento di cui l’Iran va fiero». Prima di entrare nello specifico  lei che ne pensa in linea generale? Sarà la solita sceneggiata voluta da Washington per guadagnare tempo e ingannare Teheran oppure vi è alla base una concreta volontà degli Stati Uniti di uscire da questa guerra?

«Questa volta non sembra una sceneggiata. Trump stava cercando da tempo una vittoria da sventolare a beneficio dei suoi supporters americani per sganciarsi da un’impresa che come minimo si è dimostrata più ostica del previsto. Il fatto che sia una vittoria di Pirro o una vittoria soprattutto mediatica non lo preoccupa più di tanto. L’opinione pubblica statunitense è pochissimo interessata a quello che succede nel mondo e, in ogni caso, dà per scontato che ciò sia regolato dagli Usa. E non essendoci state gravi perdite di soldati statunitensi, almeno per quello che ci è dato sapere, Trump potrà sempre dire che il risultato che perseguiva è stato ottenuto. 

Di quale risultato si tratti non è dato sapere, visto che l’apertura dello Stretto di Hormuz era già in atto prima delle ostilità, che la leadership iraniana è ancora in sella nonostante una campagna di assassinii implacabile, che il popolo iraniano si è stretto ancor più attorno ai suoi simboli e che le basi americane nel Golfo hanno subito danni devastanti dagli interventi missilistici iraniani. Ma l’opinione pubblica statunitense è più concentrata sulle tematiche interne che su quello che avviene negli altri “pianeti”. Per questo avrà buon gioco, o almeno lo spera, sempre che Israele non crei problemi». 

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Come verrà accolto a Tel Aviv? Si può parlare di sconfitta strategica per gli israeliani, che avevano puntato tutto su una guerra tesa a far crollare l‘Iran al suo interno, fatta di attacchi aerei indiscriminati e assassinii mirati  con il totale coinvolgimento delle forze statunitensi?

«Certo. Israele era riuscito ad attirare Trump nella trappola di una guerra con l’Iran, la cui eliminazione rappresenterebbe per lo Stato ebraico un obiettivo di rilevanza esistenziale per non avere ostacoli nei suoi disegni egemonici nel Medio Oriente. Il ritiro di Trump dallo scontro rappresenta quindi un insuccesso per Tel Aviv che era ormai convinto di essere arrivata alla resa dei conti definitiva.

Per questo, quello che potrà fare per impedire una pace vera lo farà senz’altro e lo si vede già ora dalla violenza con la quale continua anche dopo l’annuncio della tregua i bombardamenti contro il Libano, ben consapevole che la fine delle operazioni contro Beirut è ritenuta indispensabile da Teheran. Potrà sembrare surreale per chi non conosce la realtà iraniana se non attraverso i pregiudizi che ha coltivato nei confronti della stessa, ma dobbiamo sperare nel mantenimento del sangue freddo da parte di Teheran, che considera la pace in Libano quale pre-requisito indispensabile.

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Per il Primo Ministro Netaniahu, inoltre, si avvicina l’appuntamento elettorale che lo vedrà combattere altri pretendenti alla leadership israeliana, ancor più radicali di lui e per i quali non c’è sacrificio, proprio e soprattutto altrui, che non sia giustificato dal sogno di un Grande Israele che sia dominus assoluto nel Mediterraneo orientale, almeno per cominciare.

Insomma, non ci sono folle di israeliani pacifisti che ne criticano le maniere a dir poco spicce con le quali ha cercato di eliminare la resistenza palestinese e libanese, ma c’è anzi una grande maggioranza di popolazione insofferente e intollerante, che non nasconde uno sgradevole razzismo di fondo e che punta a una soluzione finale che affermi le rivendicazioni escatologiche ebraiche nella regione. Non c’è da stare tranquilli».

Venendo al dettaglio dei  punti diffusi dall’Iran e su cui verteranno i negoziati veri e propri, in esso si dice chiaramente “ che i negoziati veri non inizieranno prima del rilascio della metà dei fondi bloccati dell’Iran, della sospensione delle sanzioni petrolifere  e della revoca del blocco navale , e che l’accordo finale dovrà riguardare solo la questione dei materiali nucleari  arricchiti e dell’arricchimento, la revoca delle sanzioni ,il piano di ricostruzione economica dell’Iran.” Un boccone amaro per l’amministrazione statunitense   non crede?

«E’ proprio questo che fa ritenere che questa volta ci sia molta più sostanza rispetto alle 39 volte precedenti in cui Trump aveva annunciato la fine della guerra, e naturalmente una stupefacente vittoria. E’ chiaro che se verrà interrotto il regime di sanzioni all’Iran, rilasciata la metà dei fondi iraniani bloccati e rimosso il blocco nel Golfo di Oman non rimarrebbe spazio per “marce indietro” da parte statunitense, a meno di ammettere una sconfitta cocente.

Da un certo punto di vista si tratta in effetti di una sconfitta, anche se Trump ha rimosso almeno parzialmente il pericolo che il Golfo rimanga aperto solo per quanti accettassero di acquistare petrolio con la moneta cinese, imponendo nei fatti un petroyuan che avrebbe potuto insidiare il petrodollaro e quindi la principale ragione della supremazia finanziaria Usa. Un pericolo, se di pericolo di tratta, che non è completamente rimosso ma che sarebbe stato esiziale per gli Stati Uniti.

Potrà sempre “vantarsi” di avere rimosso la parte più ideologizzata della leadership iraniana, partecipando alla campagna di assassinii israeliana, favorendo l’insediamento di politici più moderati. Ma questo è ancora da verificare. Quello che è certo è che l’Iran si è accreditato agli occhi del Sud del Mondo, ma anche in larghe parti dell’Occidente, un’immagine di solidità e di sobrietà che mal si conciliano con gli stereotipi che ci sono stati imposti nei confronti dell’Oriente in generale e dell’Isla in particolare».

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Il punto 9 dell’accordo

Generale , nel testo dell’accordo c’è l’impegno  al punto 9 di rispettare  il trattato TNP a non produrre armi nucleari? A suo avviso  l’Iran ha mai avuto questa intenzione oppure è sempre stato solo un pretesto per chi voleva distruggerlo come entità statale?

«Credo che questo sia un aspetto molto importante. Di fatto l’Iran ha accettato di rinunciare alla capacità nucleare militare che aveva già dichiarato di considerare “peccaminosa”, quindi rifiutando di acquisirla, fino dai tempi di una Fatwa di Khomeini, poi ribadita da Khamenei, la Guida Suprema assassinata all’inizio di questa nuova tornata di bombardamenti. Insomma, una rinuncia facile, che però non può essere misconosciuta da Israele e dell’occidente a direzione statunitense che l’ha agitata da sempre, assieme al “terribile” velo muliebre, come motivo e ragione di uno scontro insanabile. Insomma, ora che il velo non è più prescritto e imposto con la forza e che Teheran ha “rinunciato” all’arma nucleare, che ostacoli a rivendicare la vittoria». 

Nel testo non vi è la minima traccia di rinunce al sostegno del cosiddetto “Asse della Resistenza” e nemmeno al “programma missilistico”. Qui lo scacco matto è doppio per Israele ? Lei che opinione ha al riguardo tenendo conto degli equilibri regionali che vedevano Tel Aviv puntare  senza mai nasconderlo, alla creazione del “ grande Israele dal Nilo all’Eufrate” , nonostante i semafori rossi accesi dai vertici militari sull’impossibilità dell’Esercito di proseguire in numerose campagne su più fronti?

«In effetti, le linee rosse di Teheran non riguardavano tanto l’arma nucleare, quanto piuttosto le proprie capacità missilistiche, di primissimo ordine come abbiamo visto. Grazie a queste, l’Iran riesce a esercitare una grande influenza in tutta la regione se non in tutto il globo come ha dimostrato chiudendo Hormuz.

I missili iraniani, frutto di un’industria nazionale che si avvantaggia dell’elevatissima istruzione universitaria della propria popolazione, a partire proprio dalla componente femminile estremamente rappresentata nelle professioni tecniche e scientifiche, sono in grado di coprire una vasta area che si estende al Mediterraneo orientale e a tutto il Medio Oriente, come dimostrato dai danni inferti ad Israele dei quali si ha una qualche conoscenza nonostante la stretta censura imposta da Tel Aviv sul punto. Quello che è certo è che Teheran non accetterà mai di rinunciare a missili che rappresentano la migliore deterrenza contro le mire israeliane e statunitensi.

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Quanto ai rapporti dell’Iran con “l’Asse della Resistenza”, si tratta a sua volta di una linea rossa che Teheran non può non difendere. Ci sono ragioni religiose per le quali l’Iran si sente particolarmente legato al Libano, come il fatto che la variante scita dell’Islam è autoctona in Libano mentre è stata importata in Persia solo nel 16° secolo dalla dinastia safavide.

Questo fa degli Sciti libanesi un po’ i “Fratelli maggiori” degli Sciti Iraniani e questo conta molto in un contesto storico che ha mostrato come le religioni, tutte le religioni, abbiano un peso notevole nei conflitti in corso. Ma più in generale, l’Iran ha inserito la salvaguardia del Libano, ma anche di Gaza e della Cisgiordania tra i propri obiettivi strategici, accreditandosi quale difensore delle popolazioni islamiche mediorientali minacciate da Israele, in un ruolo al quale aspira anche la Turchia di Erdogan. 

Credo che, come la indubitabile forza militare espressa nella “guerra dei 12 giorni” e in quella “del Ramadan”, anche questo ruolo assicuri ampi dividendi morali e politici a Teheran, che non sarebbero possibili se la guerra in Iran e quella in Palestina e Libano fossero separate. Che Israele sia arrabbiato e gli occidentali imbarazzati mi pare il minimo».

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Per gli Stati Uniti, che è bene ricordarlo non hanno più vinto una guerra dalla fine della 2 Guerra Mondiale, partendo dalla  Corea al Vietnam, passando per l’ Iraq e l’ Afghanistan, si profila secondo lei un’altra ritirata strategica ? Che conseguenze potrà avere sugli equilibri futuri nella Regione e a livello mondiale?

«Quella in Iran e in Medio Oriente, come quella in Ucraina, sono guerre componenti di un più articolato scontro strategico col quale si ridefiniranno gli equilibri internazionali, a partire dall’egemonia militare statunitense e dalla sua supremazia finanziaria assicurata dal dollaro quale moneta rifugio globale. Nuovi equilibri che vedono l’Europa soccombente ed incapace di elaborare una sua strategia autonoma, limitandosi a fare da portavoce di una Nato ormai virtuale ed evanescente dopo le prese di distanza statunitensi e inerte spettatrice delle sanguinolente “prestazioni” israeliane a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.

Chi non sarà soccombente in questo scontro sarà presumibilmente la Cina che ha tutto da guadagnare da un successo iraniano e da un bagno di umiltà da parte statunitense, in vista di uno scontro su Taiwan assolutamente non improbabile. Ciò posto, una riarticolazione in termini riduttivi della presenza statunitense in Medio Oriente è assolutamente probabile, giustificata sotto il profilo teorico e mediatico da un ridimensionamento delle forze militari all’estero perseguita da Trump fin dal suo primo mandato, ma nella pratica derivata da un impatto contro la “muraglia iraniana” della quale aveva sottovalutata la resistenza».

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