L’intervista
(di Francesca Romana Riello) «Oggi manca personale, non solo competenze». Carlo De Paoli parte da qui. Da un problema che chi fa impresa incontra ogni giorno e che, secondo lui, è destinato a pesare ancora a lungo. Da venticinque anni guida InJob, l’agenzia per il lavoro che ha fondato e fatto crescere fino a diventare una delle principali realtà italiane del settore. Da pochi giorni è anche presidente dell’Aeroporto Catullo. Due sfide molto diverse, ma unite dalla stessa convinzione: il cambiamento non aspetta nessuno.
«Il cosiddetto mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze offerte è una costante, purtroppo». Per De Paoli il problema nasce molto prima dell’ingresso in azienda. «L’orientamento è fondamentale non solo per le imprese, ma anche per i ragazzi che studiano qualcosa che poi non riescono a valorizzare professionalmente. È uno spreco sociale».
Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Non si cercano più soltanto ingegneri, manutentori specializzati o tecnici. «Oggi mancano anche persone non qualificate, generiche. Oggi manca personale». È questo, dice, il vero salto rispetto al passato.

Carlo De Paoli: «Il lavoro cambia, bisogna cambiare con lui»
Le ragioni sono tante. Il calo demografico, la fuga dei cervelli, un mercato che continua a trasformarsi. Ma anche un modo diverso di guardare al lavoro.
«Non c’è più solo il lavoro; oggi conta il work-life balance, la ricerca di un equilibrio tra professione, famiglia e vita sociale».
Un cambiamento che, racconta, vede ogni giorno anche nei colloqui di selezione. «Non è più l’azienda che dice “le faremo sapere”. Sempre più spesso è il candidato che dice “vi farò sapere”».
Le imprese, di conseguenza, devono cambiare approccio. Diventare più attrattive, costruire ambienti di lavoro migliori, investire sulla propria reputazione. «Poi li devi pagare bene, chiaramente», aggiunge senza girarci attorno.
Sugli stipendi il ragionamento è netto. L’Italia continua a essere meno competitiva rispetto ad altri Paesi europei e questo rende più facile la fuga dei professionisti migliori. Ma sarebbe troppo semplice, osserva, attribuire ogni responsabilità agli imprenditori. Le aziende devono fare i conti con energia, tassazione e materie prime che incidono ogni giorno sui costi di produzione.
Quando il discorso si sposta sull’intelligenza artificiale evita toni enfatici. «Non voglio fare il saputello dell’intelligenza artificiale», premette. Più che una minaccia la considera una trasformazione inevitabile. L’Italia, secondo lui, non sarà il Paese che svilupperà le grandi piattaforme mondiali, ma può diventare uno di quelli che saprà usarle meglio. «Noi possiamo adattarle ai nostri stili. L’Italia è il Made in Italy del bello e ben fatto, dei piccoli prodotti, non della grande produzione».
Il Catullo guarda avanti
Quando parla di InJob, il tono cambia. Torna con la memoria agli inizi dell’avventura imprenditoriale. «Non avevo neanche i soldi per sciacquarmi gli occhi», ricorda. Venticinque anni dopo quella piccola società è diventata parte del W Group, mantenendo il proprio marchio e la propria autonomia. «Per me è stata un’occasione importante per dare continuità all’azienda». Lui è rimasto presidente, mentre la gestione operativa è passata all’amministratore delegato Enrica Ronchi.
Dell’aeroporto, invece, parla con l’entusiasmo di chi ha appena iniziato una nuova esperienza. A un certo punto prende il telefono e apre Ispirami, l’app che suggerisce le destinazioni raggiungibili partendo da Verona. Inserisce una data, scorrono sullo schermo i voli disponibili. «La uso anch’io quando organizzo un viaggio», racconta quasi come fosse un consiglio dato a un amico.
Poi torna ai numeri. «Oggi l’aeroporto di Verona è un gioiellino che guadagna, che produce cassa e che cresce ogni anno». Lo scalo ha superato i quattro milioni di passeggeri e continua a crescere. Trenta compagnie, novanta destinazioni in trenta Paesi e un equilibrio tra voli tradizionali e low cost che considera uno dei punti di forza del Catullo.
Sulle notizie circolate nelle ultime settimane riguardo a una presunta carenza di carburante è categorico. «Non c’è carenza di carburante». E invita a evitare allarmismi che, a suo giudizio, finiscono per danneggiare l’intero settore.
Lo sguardo, però, è già rivolto ai prossimi anni. L’integrazione con il sistema SAVE e con gli aeroporti di Venezia e Treviso, sostiene, ha dato forza allo scalo veronese. «I risultati dimostrano che non è vero che ci hanno cannibalizzato. Hanno investito molto su Verona e senza quel percorso oggi probabilmente l’aeroporto non sarebbe quello che è».
Più che nuove infrastrutture, insiste su un’altra sfida. Far conoscere meglio il Catullo. Convincere i veronesi che non serve sempre guardare altrove per partire.
Prima di salutare torna ancora su quella che sembra essere la sua idea di aeroporto.
«Un aeroporto oggi può essere paragonato un po ad un’agenzia viaggi ; è un posizionamento.»

