(David Benedetti*) L’altra sera ero a un concerto. Non ricordo la prima canzone. Ricordo, invece, la luce.
Non quella del palco. Quella di migliaia di telefoni accesi nello stesso momento. Per qualche minuto il pubblico sembrava un cielo capovolto, punteggiato da piccoli rettangoli luminosi. C’era chi registrava l’assolo, chi cercava l’inquadratura perfetta, chi alzava il braccio il più possibile per evitare le teste davanti.

Mi sono guardato intorno e ho avuto una sensazione curiosa: nessuno voleva perdere quel momento. E proprio per questo quasi tutti lo stavano guardando attraverso uno schermo.
Ho pensato a quante volte facciamo la stessa cosa.

Le fotografie compulsive

Davanti a un tramonto, ad una festa di compleanno, ad un matrimonio. Persino a tavola, quando qualcuno propone un brindisi e, prima ancora che i bicchieri si tocchino, c’è sempre una mano che cerca il telefono.

concert

Forse fotografare è diventato il nostro modo di rassicurarci. Come se ogni istante avesse bisogno di una prova per essere considerato reale. Eppure i ricordi più vivi che porto con me non hanno una fotografia. Ricordo la voce di mio padre quando mi chiamava da un’altra stanza, ma non saprei descriverne con precisione il volto in quel momento.

Ricordo l’odore dei libri della mia camera dove passavo i pomeriggi dopo scuola, ma non esiste un’immagine di quelle ore. Ricordo una risata durante una cena di tanti anni fa. Non ricordo il ristorante. Non ricordo il menù. Non ricordo nemmeno il motivo per cui stavamo ridendo.Eppure quel ricordo è ancora lì. Intatto.

La memoria è strana, non archivia. Sceglie.
Cancella quasi tutto e salva ciò che, per qualche ragione misteriosa, ha lasciato un segno.
Le fotografie fanno il contrario. Provano a salvare tutto. Forse è per questo che finiscono per dirci sempre meno.

Qualche settimana fa ho cercato una fotografia scattata durante una vacanza. Sapevo che era da qualche parte tra migliaia di immagini. L’ho trovata dopo parecchi minuti. Guardandola mi sono accorto di ricordare perfettamente la fotografia. Molto meno quel pomeriggio.

Mi sono chiesto se non stessimo affidando ai telefoni un compito che, da sempre, apparteneva alla memoria. Poi ho rimesso il telefono in tasca. Non perché fotografare sia sbagliato.
Le fotografie sono una delle invenzioni più belle che abbiamo. Fermano i volti, restituiscono gli assenti, costruiscono la storia delle famiglie.

Ma forse ogni tanto possiamo concederci il lusso di non scattare. Di restare qualche secondo dentro un momento senza preoccuparci di conservarlo. Perché la memoria non chiede immagini perfette. Le basta il tempo necessario per accorgersi che qualcosa, proprio in quell’istante, vale la pena di essere ricordato.

*insegnante Liceo Scientifico