L’Italia non può più permettersi di pagare il prezzo dell’ideologia
(Attilio Zorzi) L’energia torna a essere una delle principali emergenze economiche del Paese. Per il 3 agosto il Gestore dei Mercati Energetici (GME) ha fissato il Prezzo Unico Nazionale (PUN) a 197,71 euro per MWh, uno dei valori più elevati degli ultimi anni. Tradotto in termini concreti significa bollette destinate a diventare ancora più pesanti per famiglie e imprese: il costo della sola componente energia parte da circa 20 centesimi al kWh, ai quali vanno aggiunti oneri, trasporto, accise e IVA.
Il confronto con il recente passato è impietoso. Prima dell’escalation del conflitto tra USA/Israele e Iran il prezzo dell’energia si attestava mediamente intorno ai 110 euro/MWh. Prima della pandemia e della guerra in Ucraina oscillava invece sui 60 euro/MWh. In poco più di 5 anni il costo dell’elettricità è quindi più che triplicato, comprimendo la competitività delle imprese italiane e riducendo il potere d’acquisto delle famiglie, nel silenzio generale.

Paghiamo il prezzo della dipendenza energetica
L’Italia continua a pagare il prezzo della propria dipendenza energetica e di un mercato europeo che mostra limiti sempre più evidenti. Il sistema marginalista con cui viene determinato il prezzo dell’elettricità fa sì che anche l’energia prodotta a costi inferiori venga venduta ai valori imposti dalla fonte più costosa, ossia il gas, il cui prezzo di riferimento al mercato del TTF di Amsterdam continua a esporre l’intero sistema alla volatilità e alle tensioni speculative.
A tutto questo si aggiunge una concorrenza sempre più difficile da sostenere. Mentre le imprese italiane affrontano costi energetici prossimi ai 200 euro/MWh, la Germania ha introdotto, ancora da gennaio, un prezzo agevolato di circa 50 euro/MWh per le aziende energivore, sostenendo la propria industria con un aiuto di Stato, che non rispetta i trattati. Il risultato è una competizione sempre più sbilanciata all’interno dello stesso mercato europeo, con il rischio concreto di perdere investimenti, produzione e occupazione.
Anche il caro carburanti, con la benzina e il diesel ormai stabilmente attorno ai 2 euro al litro la prima e oltre i 2,10 euro il secondo, contribuiscono ad alimentare l’aumento dei costi lungo tutta la filiera produttiva.

Manca una strategia per l’approvvigionamento energetico
Di fronte a questo scenario diventa inevitabile aprire una riflessione sulle scelte di politica energetica. La priorità non può più essere quella di restringere il numero dei partner commerciali, ma di garantire approvvigionamenti sicuri, competitivi e diversificati. Ciò significa valutare rapporti con tutti i fornitori disponibili, Russia e paesi centrasiatici compresi, investire nella produzione nazionale e costruire un mix energetico che comprenda rinnovabili, gas, biogas, biocarburanti e nucleare di nuova generazione.
L’Italia dispone di competenze industriali, tecnologie e capacità produttive per affrontare questa sfida. Quello che evidentemente manca, è una strategia capace di anteporre il pragmatismo agli schieramenti ideologici e all’euroburocrazia, che ci limita in troppi campi. Perché con un’energia che sfiora i 200 euro al MWh non si parla più di scenari futuri: si parla della competitività del Paese, del lavoro e del potere d’acquisto degli italiani.
