(di Francesca Romana Riello) Due giorni sulla parete Nord-Ovest della Civetta per chiudere una storia cominciata tre estati fa. Le guide alpine Alessandro Baù e Nicola Tondini hanno liberato integralmente Pilastro Renato, la nuova via aperta tra il 2024 e il 2025 sul grande pilastro a sinistra della storica Andrich. Una linea salita dal basso, senza spit, che raggiunge difficoltà fino al IX+ e porta il nome di Renato De Zordo, storico gestore del Rifugio Coldai, scomparso nel 2025.
Baù e Tondini si sono alternati da primi di cordata, e questa volta anche chi seguiva ha superato tutti i tiri senza ricorrere all’artificiale: una salita in “team free” che completa il lavoro cominciato nel 2024 e proseguito l’anno anche con l’aiuto di Alessandro Beber.
La Nord-Ovest li aveva già respinti più volte. Al primo tentativo si erano fermati al dodicesimo tiro, davanti a una fascia di roccia grigia compatta dove non trovavano protezioni sufficienti per proseguire nello stile scelto. Nel 2025, con Beber, avevano individuato un passaggio poco più a destra, su roccia gialla strapiombante, prima che un temporale li costringesse a ritirarsi di nuovo. Una settimana dopo erano risaliti nuovamente solo in due e questa volta avevano raggiunto la cima: Pilastro Renato era nato, ma restavano quei pochi metri del dodicesimo tiro affrontati in artificiale. Per loro la via non era ancora conclusa.

Dall’alpinismo classico agli spit
Per decenni, sulle Dolomiti, si è saliti cercando il passaggio possibile lungo fessure, camini e diedri. I chiodi servivano soprattutto ad assicurarsi e a fermare un’eventuale caduta. Con l’aumento delle difficoltà sono diventati anche un mezzo per avanzare: appendendosi al chiodo e usando le staffe, l’alpinista poteva superare tratti che non era possibile affrontare arrampicando soltanto sulla roccia. Nasceva così l’arrampicata artificiale, che nella seconda metà del Novecento ha permesso di raggiungere pareti e passaggi fino ad allora considerati inviolabili, anche grazie all’arrivo dei chiodi a pressione e degli spit, fissati praticando un foro nella roccia invece di sfruttare una fessura naturale. Da lì la possibilità di assicurarsi anche sulle placche più compatte, dove la roccia non offriva fessure nelle quali collocare una protezione. Quanto sia lecito modificare la parete per salirla resta una domanda aperta nell’alpinismo dolomitico e distingue ancora oggi modi molto diversi di aprire una via nuova.
A queste protezioni si sono affiancate quelle removibili, come nuts e friends, che vengono inserite nelle fessure e recuperate dopo il passaggio, senza lasciare necessariamente un segno permanente sulla parete.
Liberare una via significa percorrerne ogni passaggio usando soltanto mani e piedi sulla roccia. Chiodi, friends e nuts restano fondamentali per la sicurezza, ma non possono essere utilizzati per progredire: non ci si tira sul chiodo, non ci si appende per riposare e la corda non sostiene il peso di chi arrampica.
Nel caso di Pilastro Renato c’è un elemento in più. Baù e Tondini hanno aperto la linea dal basso e senza spit, cercando il passaggio direttamente sulla parete. Nel 2025 erano arrivati in cima, ma su pochi metri del dodicesimo tiro avevano dovuto ricorrere all’artificiale. Tornare e superarli in libera significava completare la via secondo l’idea con cui era nata.

Civetta, liberata la via dedicata a Renato
Dal Rifugio Tissi i due sono partiti alle sei del mattino. Lo zero termico poco sopra i tremila metri e il freddo hanno tenuto la roccia asciutta, con un’aderenza che si sarebbe rivelata decisiva. I primi sette tiri, fino al VI+, sono passati rapidamente. Dall’ottavo la parete ha mostrato il suo carattere: prima una fessura di VIII- da proteggere interamente con friends, poi il grande muro giallo del nono tiro.
È uno dei passaggi che durante l’apertura avevano fatto dubitare della possibilità di salire senza spit: una lunghezza esposta, protezioni distanti, un passaggio chiave affidato a una piccola lametta e a un pecker lasciato sotto i piedi. Tondini lo ha chiuso da primo al primo tentativo; Baù lo ha seguito senza cadute. Valutazione proposta: IX+. Poco dopo Tondini è volato sulla lunghezza successiva, di VIII+, completata al secondo tentativo.
Il comando è passato a Baù: un diedro che termina sotto un tetto, poi una fessura di una quindicina di metri su roccia compatta, tutta protetta durante la salita. Il tiro, IX, è stato superato al primo tentativo da Baù e liberato da secondo da Tondini.
Quando la luce ha cominciato a calare, i due hanno montato il portaledge, la piattaforma utilizzata dagli alpinisti per trascorrere la notte sospesi sulla parete, e si sono fermati lì.
La mattina restava il passaggio su cui ruotava buona parte della storia della via: il dodicesimo tiro, quello che nel 2024 li aveva fermati e che durante l’apertura aveva richiesto alcuni metri in artificiale.
Nei mesi precedenti Baù e Tondini erano tornati a studiarlo, ripulendo la roccia e provando i movimenti già a giugno. Con quattro gradi sulla parete, il primo a superarlo è stato Tondini: un tentativo pensato come ricognizione che è diventato la salita buona.
Baù ha smontato il portaledge ed è partito a sua volta. Sul passaggio chiave un appiglio si è rotto e la caduta lo ha costretto a ripartire da capo. Dopo una pausa è tornato sulla lunghezza e al secondo tentativo ha raggiunto la sosta senza cadute. Anche per il dodicesimo tiro la valutazione proposta è IX+.
Da lì alla cima restavano altre quattro lunghezze: un muro leggermente strapiombante vicino al IX-, placche di VI+, una fessura atletica di VIII- e il tiro finale di VII-. Tutte superate al primo tentativo.
Tre estati sulla stessa parete
Baù e Tondini sono arrivati in cima avendo percorso in libera ogni metro della via, anche da secondi di cordata. Il risultato arriva dopo mesi di allenamento e soprattutto dopo tre estati di tentativi, ritirate e ritorni sulla stessa parete, mantenendo la scelta con cui Pilastro Renato era stato pensato: apertura dal basso, nessuno spit e protezioni tradizionali.
Il nome scelto porta con sé un’altra storia. La via è dedicata a Renato De Zordo, per anni gestore del Rifugio Coldai, morto nel 2025 proprio nella notte precedente a una delle giornate trascorse dai due alpinisti ad aprire la linea.
Dopo la cima, Baù e Tondini sono scesi al Rifugio Torrani, dove hanno passato la notte dall’amico Venturino De Bona. Il giorno dopo hanno proseguito verso valle, fermandosi al Coldai per salutare Luca De Zordo.
Sul pilastro a sinistra dell’Andrich, dopo tre estati e diversi ritorni, Pilastro Renato è completo: nessuno spit, apertura dal basso, protezioni tradizionali e ogni metro percorso in libera.

