(Giorgio Pasetto*) Il Veneto torna a confrontarsi con il fine vita. Martedì 1° settembre il Consiglio regionale discuterà infatti la proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni, che punta a definire procedure e tempi per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito nei casi previsti dall’ordinamento.
È un tema delicato, sul quale è comprensibile che esistano sensibilità profondamente diverse. Proprio per questo sarebbe sbagliato affrontarlo attraverso slogan, contrapposizioni ideologiche o appartenenze di partito.
Il primo punto da chiarire è fondamentale: il Veneto non sta decidendo se introdurre il suicidio medicalmente assistito nel nostro ordinamento. Il quadro giuridico nasce dalla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, che ha individuato precise e rigorose condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile.
Ciò che continua a mancare è invece una disciplina capace di rendere le procedure chiare, uniformi e prevedibili per cittadini, famiglie, medici e strutture sanitarie. È esattamente questa contraddizione che Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale, ha più volte sottolineato: il diritto, entro condizioni tassative, esiste già; ciò che manca sono regole chiare e tempi certi. Ed è difficile non condividere almeno questo punto. Non legiferare non significa infatti cancellare il problema.
Significa lasciare che situazioni umanamente drammatiche vengano affrontate attraverso sentenze, interpretazioni, procedure amministrative e tempi che possono cambiare da un territorio all’altro. Come Area Liberal siamo favorevoli alla regolamentazione del fine vita partendo da un principio autenticamente liberale: lo Stato deve tutelare la persona, non sostituirsi alla sua coscienza. Essere favorevoli a una legge non significa essere “a favore della morte”.

Regolare il fine vita non significa essere a favore della morte
Questa rappresentazione rischia di banalizzare un tema immensamente più complesso. Significa piuttosto riconoscere che possono esistere condizioni estreme nelle quali una persona pienamente consapevole, capace di autodeterminarsi e nelle condizioni rigorosamente individuate dall’ordinamento chiede di poter decidere della propria esistenza. Naturalmente una società civile deve fare tutto ciò che è possibile perché quella scelta sia realmente libera. Deve garantire cure palliative accessibili ed efficaci. Deve offrire assistenza sanitaria, psicologica e sociale. Deve tutelare le persone fragili da qualsiasi pressione esterna. Deve verificare con estremo rigore la volontà del paziente e assicurarsi che nessuno arrivi a chiedere di morire perché si sente abbandonato, perché non adeguatamente curato o perché considera la propria esistenza un peso economico o familiare. Ma, garantito tutto questo, rimane una domanda alla quale la politica prima o poi deve rispondere: fino a che punto lo Stato può imporre a una persona di continuare a vivere contro la propria volontà?
È qui che entra in gioco il concetto di libertà.
La libertà è semplice da difendere quando riguarda scelte che condividiamo. Diventa molto più difficile – e molto più importante – quando riguarda decisioni che personalmente non prenderemmo mai. Chi per convinzioni religiose, etiche o personali considera indisponibile la propria vita deve essere assolutamente libero di vivere fino all’ultimo istante, ricevendo tutta l’assistenza possibile, ma la propria convinzione morale non può automaticamente diventare una scelta obbligatoria per tutti gli altri.
il Veneto conosce già bene questa discussione. Nel gennaio 2024 una precedente proposta sul fine vita venne respinta in Consiglio regionale per un solo voto. A distanza di oltre due anni il tema ritorna nell’aula di Palazzo Ferro Fini e questa volta sarebbe auspicabile che venisse affrontato fuori dalle logiche degli schieramenti. Lo stesso Zaia ha invitato i consiglieri ad anteporre la libertà di coscienza all’appartenenza politica. È un’impostazione corretta. Perché sul fine vita non dovrebbe esistere una risposta obbligatoriamente “di destra” o “di sinistra”. Esiste piuttosto una domanda che riguarda il rapporto tra individuo e Stato, tra medicina e autodeterminazione, tra protezione della vita e rispetto della dignità personale.

Sarebbe certamente preferibile che fosse il Parlamento nazionale ad assumersi fino in fondo la responsabilità di una disciplina organica, garantendo le stesse regole a ogni cittadino italiano, ma aspettare indefinitamente non è una soluzione. Il vuoto della politica non elimina il fine vita. Lascia semplicemente cittadini, famiglie e professionisti sanitari ad affrontarlo con strumenti incompleti. Non si tratta di stabilire se la vita abbia valore. La vita ha un valore immenso ed è proprio per questo che appartiene innanzitutto alla persona che la vive. Una buona legge deve tenere insieme due principi: da una parte la massima tutela della vita, delle persone vulnerabili e del diritto alle cure; dall’altra il rispetto dell’autodeterminazione individuale nelle condizioni eccezionali previste dall’ordinamento. Non sono necessariamente principi contrapposti. Sono le due facce di una società che vuole essere contemporaneamente umana e libera.
Come Area Liberal auspichiamo quindi che il Veneto scelga di regolamentare il fine vita, con criteri rigorosi, controlli, garanzie e piena tutela delle persone fragili.
Uno Stato liberale deve accompagnare, assistere, curare e proteggere, ma deve anche conoscere il limite oltre il quale la tutela rischia di trasformarsi nell’imposizione di una scelta. Davanti alle decisioni più intime dell’esistenza, la libertà della persona rimane un principio che la politica ha il dovere di rispettare.
*Area Liberal
