(di Federico Dal Cortivo) La Cgil ha organizzato lo sciopero generale per il 20 novembre, una vera e propria chiamata alle armi a difesa dello Stato sociale e del lavoro, ma intanto alcune considerazioni vanno fatte anche per liberare il campo dalla solita farsa sinistra-destra. 

Da una parte la sinistra, che si accorge solo ora che i suoi paladini o presunti tali negli ultimi trent’anni hanno sistematicamente lavorato per destrutturare lo Stato sociale, erodere i diritti dei lavoratori e bloccare gli aumenti salariali.

Per coloro che hanno la memoria corta: 1993 adesione al “Protocollo sulla Politica dei Redditi e dell’Occupazione”, firmato dai rappresentanti di Cgil-Cisl e Uil (Trentin, D’Antoni e Larizza) che sancì che i nuovi assetti contrattuali fossero agganciati al “Tasso d’Inflazione Programmata”. Dietro questa voce si celava la colossale truffa ai danni dei lavoratori, che anno dopo anno hanno visto i propri stipendi perdere valore.

Questo meccanismo infatti, voluto da datori di lavoro, sindacati gialli e governo di allora, non si è rivelato un idoneo strumento di tutela salariale come lo era stata la “scala mobile”, abolita tra il 1984 e il ’92, con la firma di Cgil Cisl e Uil, Presidente del Consiglio era Ciampi, uomo di Bankitalia.

Nel 1986, legge 56 che estende a tutti i settori produttivi il contratto a termine; legge 146/90 che limita il diritto di sciopero; 1991, legge 223 sulla mobilità che ha permesso uso massiccio di esternalizzazioni; 1997, pacchetto Treu, che introduce il lavoro interinale e privatizza il collocamento; Legge 30 del 2000 con Massimo D’Alema Presidente del consiglio che limitò ancor di più il diritto di sciopero. Poi nel 2003, Legge Biagi che introdusse tutto quanto possibile per rendere il lavoro precario. Fino ad arrivare alla famigerata Legge Fornero, al vergognoso Jobs Act di Renzi e al depotenziamento dell’art .18, nel silenzio assoluto di Cgil Cisl e Uil.ù

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Come è riportato nel documentatissimo libro di Stefano d’Errico” Sindacato Spa”, attraverso “Patronati, Caf, formazione professionale ecc. quello dei sindacati è un vero e proprio Welfare parallelo che muove ogni anno 8 miliardi di euri senza un bilancio consolidato, peccato che in Italia i salari siano fermi da decenni”. Senza contare il passaggio di tanti vertici sindacali nelle varie istituzioni, chi alla camera, chi al senato, chi ministro o sottosegretario, da Epifani, Segretario Nazionale Cgil , Franco Marini, Cisl, Luigi Sbarra, Segretario nazionale Cisl fino al 2025, Claudio Durigon  ex dirigente Ugl e tanti altri.

Non ci sarebbe stato nulla di male se avessero tutelato in quella sede anche i lavoratori, ma non l’hanno fatto prima e tanto meno dopo. Oggi, come riporta Stefano d’Errico, “i pensionati sono la categoria più rappresentativa in Cgil e Cisl, mentre sono un quarto degli iscritti nella Uil “,  solo questi dati questo la dicono lunga sul declino di queste organizzazioni.

La piazza di sinistra rediviva, dove si sono viste molte bandiere rosse e pochissime italiane, dovrebbe ricordarsi chi ha aperto la strada a molte riforme iper liberiste, come il Job Act di Renzi che ha compiuto l’ultimo balzo a favore dei licenziamenti e della precarizzazione del rapporto di lavoro.

Sempre la sinistra dimentica la mano di Mario Draghi sulla spalla del compagno Landini nel 2021, dopo il risibile assalto sotto gli occhi della polizia alla sede della Cgil a Roma, immagine che da sola basterebbe a screditarla in eterno e indirizzare gli attuali manifestanti verso la sede di Corso Italia.

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La destra liberista ancora una volta se ce ne fosse di bisogno, ha mostrato la sua vera faccia: sovranisti a parole, anti europei a chiacchiere, sociali e vicino al popolo solo nelle tavolate elettorali. 

Da quando tanti ex missini sono stati sdoganati da Berlusconi e si sono seduti a tavola con quelli della Lega e di Forza Italia, non hanno fatto altro che inanellare una serie di fallimenti antisociali culminati con la Legge n.30, la famosa Biagi-Maroni che ha ufficializzato dopo la Legge Treu del 1997 del governo Prodi, l’ingresso prepotente del precariato nel mondo del lavoro italiano.
Luciano Gallino professore di Sociologia all’Università di Torino ha scritto un bellissimo saggio “Il lavoro non è merce-Contro la flessibilità”, che andrebbe regalato agli esponenti di governo e a tutti i parlamentari. 

In esso si fa una accurata disamina dei costi sociali della flessibilità e della vita precaria. “I lavoro flessibili comportano rilevanti costi personali e sociali a carico dell’individuo, della famiglia, della comunità… Il maggior costo umano dei lavori flessibili è riassumibile nell’idea di precarietà. La precarietà non connota la natura del singolo contratto atipico, bensì la condizione sociale e umana che deriva da una sequenza di essi nonché la probabilità, progressivamente più elevata a mano a mano che la sequenza si allunga, di non arrivare ad uscirne…Insicurezza oggettiva e soggettiva”.

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I governi di centro destra che si sono succeduti non hanno fatto che avvallare lo scempio fatto dalla sinistra, mettendoci del proprio o tacendo come complici. Ad esempio sulle privatizzazioni di importanti asset strategici della nazione. Dalle banche, alla Telecom, dall’Alitalia a buona parte dell’industria alimentare, dall’Iri all’Eni, mai una parola, un’azione in senso contrario per riportare questi beni sotto lo Stato. 

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Anzi la Meloni aveva ricevuto nel 2024 in pompa magna Larry Fink l’amministratore delegato di BlackRock il più grande fondo d’investimento al mondo. Presenti il ministro dell’Economia Giorgetti, noto iper-liberista, l’amministratore delegato di Enel Cattaneo e di Poste Italiane Del Fante. BlackRock è presente nelle principali banche italiane, in Eni, Enel, Poste, Terna, Saipem, Tim, Snam tanto per citarne i più importanti. 

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In pratica un atto di sottomissione a tutto tondo da parte di un governo che evidentemente non risponde agli italiani ed è corresponsabile come la sinistra dell’assalto alla ricchezza della Nazione. Come afferma Gianluigi Da Rold nel suo libro “Assalto alla diligenza “Il bottino delle privatizzazioni in Italia”, “E’ quai superfluo affermare che lo schema oligarchico non ha alcun interesse per la partecipazione popolare, per la valorizzazione dell’impresa e del lavoro, per la difesa dell’occupazione, per la difesa del ceto medio”.

L’Istat ci informa intanto che nel 2025 abbiamo in Italia ben 5,4 milioni di persone in povertà assoluta, 2,1 milioni le famiglie, pari all’8% sul totale delle famiglie residenti.

Come riportato sopra poi basta analizzare oggettivamente e non per partito preso le varie forze politiche che si sono alternate al governo negli ultimi decenni. Soprattutto dopo la “rivoluzione colorata di tangentopoli”, che ha di fatto sostituito la prima Repubblica con tanti piccoli funzionari sul libro paga del potere economico. E le cose procedono,  almeno per adesso, dove i timonieri vogliono che vadano.

 A destra quindi hanno mancato l’obiettivo di essere una vera alternativa al sistema, ma collusi a pieno diritto nello sfascio nazionale e sociale portato avanti dalla sinistra, che non ha però vinto.
Quest’ultima cercherà disperatamente di cavalcare le barricate in funzione elettorale, dove tra sacrosante istanze contro  l’inflazione galoppante, il problema della casa, il lavoro, i salari, la sanità sempre più privatizzata,  il caro carburanti, c’è ancora qualche fesso che inneggia all’antifascismo in assenza di Fascismo. E ci scappa da ridere.

Così si perdono di vista i veri colpevoli della deriva odierna. Vedremo nei prossimi mesi se la protesta si allargherà genuinamente, oppure se verrà imbrigliata gattopardescamente in chiave elettorale riproponendo la solita manfrina sinistra/destra.