(Stefano Valdegamberi) Negli ultimi mesi il rischio di una nuova crisi energetica globale è tornato al centro del dibattito economico. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e l’instabilità delle rotte petrolifere potrebbero provocare un forte aumento del prezzo del greggio. Per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, questo scenario rappresenta una minaccia concreta. Ma per una regione manifatturiera come il Veneto gli effetti rischiano di essere ancora più pesanti.

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Il Veneto è uno dei motori economici d’Europa. La nostra regione vive di industria diffusa, piccole e medie imprese, artigianato evoluto ed export. Dalla meccanica alla chimica, dalla ceramica alla lavorazione dei metalli, fino all’agroalimentare e al vino, il sistema produttivo veneto si fonda su migliaia di aziende che competono nei mercati internazionali. Tuttavia questo modello ha una vulnerabilità evidente: l’elevato costo dell’energia.

Se il prezzo del petrolio dovesse salire oltre i 110 dollari al barile, come ipotizzato da diversi analisti internazionali, l’effetto sarebbe immediato su trasporti, logistica e produzione industriale. In una regione dove gran parte dell’economia è basata su filiere produttive integrate e su esportazioni globali, l’aumento dei costi energetici rischierebbe di comprimere i margini delle imprese e ridurre la competitività sui mercati esteri.

Il Veneto non è soltanto industria. Anche l’agricoltura rappresenta un pilastro dell’economia regionale. Il comparto agroalimentare vale oltre il 10% del PIL regionale e coinvolge decine di migliaia di imprese. Un aumento dei costi energetici colpirebbe direttamente anche questo settore: carburanti agricoli, fertilizzanti, trasporto delle merci e trasformazione industriale dipendono infatti dall’energia.

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Il rischio più grande è quello della cosiddetta stagflazione: crescita economica debole accompagnata da inflazione elevata. In questo scenario le famiglie vedrebbero ridursi il potere d’acquisto, mentre le imprese si troverebbero a operare con costi più alti e domanda interna più debole.

Per il Veneto questo sarebbe un problema strutturale. Il nostro modello economico si fonda infatti su tre fattori: esportazioni, competitività industriale e capacità di innovazione delle PMI. Se l’energia diventa troppo cara, tutto questo sistema perde slancio.
In questo contesto emerge con forza anche il nodo delle forniture energetiche europee. Negli ultimi anni l’Europa ha progressivamente ridotto l’importazione di gas e petrolio dalla Russia, sostituendole con forniture alternative spesso più costose e legate al mercato globale del gas naturale liquefatto. Questa scelta ha contribuito ad aumentare la volatilità dei prezzi energetici e a rendere l’industria europea meno competitiva rispetto a quella di altre grandi aree economiche.

Per un sistema industriale come quello italiano e veneto, fortemente energivoro e basato sulla competitività delle PMI, l’accesso a fonti energetiche stabili e a costi sostenibili diventa un fattore decisivo. In questo senso, riaprire pragmaticamente il confronto sulle forniture di gas e petrolio provenienti dalla Russia non significa ignorare le tensioni geopolitiche, ma affrontare con realismo il tema della competitività economica europea.

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L’energia russa è necessaria all’Italia

L’energia russa, storicamente fornita tramite infrastrutture dirette e a prezzi relativamente più stabili rispetto al mercato spot globale, ha rappresentato per decenni uno dei pilastri della sicurezza energetica dell’industria europea. Escludere completamente questa fonte senza alternative altrettanto efficienti rischia di trasformarsi in un fattore di svantaggio strategico per l’economia continentale.
Non possiamo ignorare inoltre l’impatto geopolitico delle scelte economiche europee. Le tensioni internazionali stanno già penalizzando diverse filiere produttive. Per una regione esportatrice come la nostra è fondamentale mantenere relazioni economiche aperte e pragmatiche, capaci di garantire stabilità energetica e competitività industriale.

Di fronte a questi rischi, la risposta non può essere solo emergenziale. Occorre una strategia di lungo periodo: più autonomia energetica, investimenti nelle rinnovabili, infrastrutture efficienti e una politica industriale che protegga il tessuto delle piccole e medie imprese.
La storia economica del Veneto dimostra che questa terra ha saputo affrontare sfide enormi. Dal dopoguerra alla globalizzazione, il nostro sistema produttivo ha costruito ricchezza, lavoro e innovazione. Ma oggi dobbiamo essere consapevoli che l’energia è diventata uno dei principali fattori geopolitici e competitivi.
Se non vogliamo che le crisi internazionali si trasformino in crisi industriali locali, dobbiamo difendere con forza l’economia reale dei territori. Perché il Veneto non è soltanto una regione: è uno dei pilastri dell’economia italiana ed europea.