(di Gianni Schicchi) Dopo l’apertura della stagione sinfonica con la Petite Messe Solennelle di Rossini, la Fondazione Arena propone il suo secondo appuntamento con due pagine del romanticismo europeo fra le più esaltanti: il Concerto in mi op. 64 per violino di Mendelssohn e la Sinfonia Fantastica di Berlioz, ambedue risalenti agli anni centrali dell’Ottocento.
Quello di Mendelssohn è uno dei concerti violinistici più amati, insieme a quelli di Beethoven e Brahms, grazie alla ricchezza melodica, allo straordinario equilibrio tra ricerca espressiva e virtuosismo, alla delicatezza della strumentazione e del taglio formale. Quanto alla Sinfonia Fantastica, è noto come rivesta un ruolo di primo piano nella storia della musica, inaugurando il genere del poema sinfonico legato ad un programma “ispirato alle diverse situazioni della vita di un artista”: lo ha lasciato scritto lo stesso autore.

Per la parte solistica del Concerto la Fondazione Arena ha fatto ricorso al giovane violinista coreano Inmo Yang, un trentenne pluripremiato che ha vinto la 54/ma edizione del Premio Paganini di Genova ed il Sibelius del 2022. E per la direzione orchestrale ha chiamato all’ultimo minuto, il maestro Marco Angius a rimpiazzare l’indisposto Oleg Caetani. Marco Angius è di Sassari – ha da undici anni la direzione musicale dell’Orchestra di Padova e del Veneto – ed è già conosciuto a Veronaa per aver guidato un eccellente concerto al Filarmonico.

In Mendelssohn Inmo Yang ha dato fondo alle sue rilevanti doti virtuosistiche, sfoderando una ricca gamma di sfumature dinamiche e timbriche, alternate ad un suono sempre molto calibrato, ma pur sempre dolce ed espressivo, che si sono perfettamente integrate con l’ispirazione compiutamente romantica del lavoro, dove l’invenzione melodica e la chiarezza formale di derivazione classica si trovano così strettamente unite in un edificio organicamente compatto, tanto da essere spesso collocato ai vertici dell’intera letteratura violinistica ottocentesca. Successo straordinario per il solista, con diverse chiamate in proscenio e concessione del bis di prammatica: una Partita di Bach.
I precedenti della Sinfonia Fantastica di Berlioz
La Sinfonia Fantastica di Berlioz ha invece dei precedenti burrascosi al Filarmonico, quando durante la sovrintendenza di Renzo Giacchieri, fu proposta per la prima volta al Filarmonico, affidata al maestro francese Alain Lombard che si trovò davanti un’orchestra areniana assolutamente incapace di suonarla. Durante le prove, dopo poche battute iniziali, il direttore minacciò infatti di abbandonare la produzione e se ne tornò in albergo. Dopo lunghe trattative fu pregato di rimettersi sul podio, ma ottenne che l’orchestra ritornasse alle prove non del tutto “sprovveduta”, ma volenterosa nell’affrontare la partitura. Ne uscì infatti un’esecuzione pienamente all’altezza e Lombard si guadagnò i galloni per la sua legittima intransigenza, dirigendo ancora e per anni a Verona, sia al Filarmonico che in Arena.
I tempi da allora sono logicamente cambiati e oggi la compagine areniana può vantarsi di avere raggiunto un livello esecutivo di tutto rispetto anche per l’immissione fra le sue fila di promettenti giovani leve. Ne è una riprova la direzione di Marco Angius, che ha sostenuto, e a testa alta, ogni confronto sul piano dell’accuratezza formale e della fedeltà alle indicazioni in partitura. Fin dall’introduzione di Reveries – Passions si è imposto un puntiglioso rispetto dei segni di fraseggio e delle sfumature dinamiche, all’interno di una saggia regolarità dei tempi, tesa a illustrare gli aspetti di equilibrio strutturale e le fantasiose divergenze della celebre partitura.
La stessa minuzia ha regolato poi la dimensione timbrica, puntando ad una ricca gamma di colori che mai ha compromesso la bellezza del suono, mantenuto sempre lucente e vaporoso anche nei momenti più eccitati e convulsi. Irreprensibile sul piano formale, la lettura elegante e classicheggiante di Angius (con poche prove a disposizione poiché la sostituzione di Caetani è arrivata a metà settimana) non ha però tralasciato nemmeno il piano evocativo e drammatico, cioè il versante più squisitamente espressivo della sinfonia.
Nei due tempi iniziali, la Scène aux champs si è dipanata in una atmosfera sospesa e meditativa, all’inizio molto suggestiva, che via via è riuscita a caricarsi di cupa inquietudine. Nemmeno la Marche au supplice, scrupolosamente fedele, è risultata mancante del suo carattere distintivo sinistro e burrascoso.
I pregi del taglio sobrio e compunto di Angius sono risultati poi particolarmente evidenti nel finale Songe d’un nuit de sabbat, dove le trovate visionarie della timbrica berlioziana sono state rese con spettacolare bravura tecnica, all’interno di un percorso ricco di tensione narrativa: insomma un bel campionario di effetti. Il tutto si è svolto con il contributo di una orchestra areniana in grande spolvero che il direttore ha ringraziato al termine andando fra i reparti a complimentarsi con ogni singolo esecutore. Molti gli applausi del numeroso pubblico a premiare la brillantissima esecuzione.

