(Antonio Fasol*) L’esempio forse più emblematico di tentativo, tipicamente sincretistico, di trasportare un concetto e una prassi religiosa, lontane per cultura e tradizioni, dall’Oriente all’Occidente fino addirittura, come vedremo, ad intaccare la stessa fede cristiana, è costituita dalla grande diffusione delle varie forme di yoga nel mondo occidentale. Fonte preziosa e autorevole per questo breve excursus sarà un testo, frutto di testimonianze vissute e di una comune analisi speculativa operata da insigni studiosi, scritto circa una ventina d’anni fa e dall’emblematico titolo “Dalle sponde del Gange alle rive del Giordano”(Ancora).

Precisiamo anzitutto che, lungi dalle forme ludico-rilassanti che vengono presentate nelle comuni palestre occidentali accanto a danze e ginnastiche, è in realtà, in origine, una pratica spirituale, e più precisamente un mezzo per giungere alla liberazione, secondo una precisa visione religiosa induista. Esso comporta, sempre nella concezione originaria, un lungo e laborioso percorso di ascesi attraverso lo sforzo per acquistare il controllo di sé, la calma dello spirito, il silenzio; vi si accompagnano inoltre precetti alimentari, lo studio di testi sacri e l’offerta dei frutti delle azioni a dio (karma-yoga).

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Le stesse posizioni e il controllo della respirazione fanno pure parte della complessa ed articolata procedura atta a raggiungere stati di coscienza profondi.

In realtà col passare del tempo lo yoga ha subito una evoluzione anche all’interno delle correnti induiste, dando origine a varie forme di yoga e passando da una nozione vaga di dio a numerosi dei personalizzati verso la cui devozione le pratiche yoga sarebbero dirette. Tale tendenza, in sé degenerativa rispetto al messaggio iniziale, si affermerà negli swami contemporanei e molti maestri moderni la accentueranno proponendo un cammino spirituale opportunamente tarato, per così dire, per la gente stressata occidentale del ventesimo secolo, notoriamente poco incline alla spiritualità a agli sforzi di volontà.

Il successo di tale pratica in Occidente è indicativo sia del declino di quest’ultimo sia della mancanza di rigore nella proposta: l’Oriente aveva svenduto ciò che aveva di più prezioso e l’Occidente aveva comprato ciò che gli faceva più comodo.

L’occidentalizzazione dello Yoga

Infine, per completare il quadro paradossale, ci si sono messi pure molti cristiani, i quali, non più paghi delle forme di orazione e meditazione proposte dalle secolari scuole mistiche cristiane, si sono precipitati sull’esercizio disinvolto di tale pratica, proponendo una sorta di “yoga cristiano” frutto dell’improbabile sforzo di non perdere nulla e guadagnare tutto. Presi da tale euforia orientaleggiante alcuni sono riusciti a vedere negli stessi mistici cristiani degli yogin ignari e dei maestri zen loro malgrado!

Aldilà delle provocazioni i suddetti studiosi ci invitano, una volta approfondita la vera origine e matrice religiosa dello yoga, a chiamare le varie forme succedanee proposte come mere tecniche di rilassamento vagamente ereditato dalla tradizione indiana, anche se, ad una valutazione più attenta, tutti gli esercizi, le posizioni, i movimenti respiratori risultano concepiti in un’ottica religiosa e spirituale ben precisa, richiedenti una guida sperimentata e competente (maestro yogin).

Inutile aggiungere, in merito, che, aldilà di alcuni lodevoli ma discutibili tentativi di applicare certe forme di yoga al cristianesimo ( Déchanet o.s.b.- 1960), la nozione di dio nell’India classica rimane identificata con quella dell’uomo, mentre per il cristiano Dio resta trascendente e distinto, e mentre lo scopo ultimo dello yoga consiste rendersi invulnerabile alle influenze esterne  (nel samadhi), l’ideale cristiano è invece quello di rendersi permeabile ad ogni miseria umana, realizzando un’apertura verso tutte le dimensioni dell’umanità,  per esercitare la carità in modo completo.

Ciò che distingue poi radicalmente la mistica cristiana dalle forme di meditazione orientale in genere è che, mentre nella prima lo sforzo consiste nel far spazio all’Altro, che si manifesta o meno  come grazia gratuita, nelle seconde si fa uso sistematico e meccanico di tecniche precise, nella continua ricerca del sé più profondo.

Attraverso il confronto di queste ed altre nozioni, risulta evidente che non si possono unire sincretisticamente i due approcci se non a condizione di tradirli, anche se una diffusa cultura irenista, ma in fondo fortemente relativista, li vorrebbe integrare secondo una consueta prassi tipicamente  new-age.

*GRIS VR