(Giorgio Pasetto) Il recente caso emerso tra Milano e Verona, che coinvolge calciatori, escort e un sistema organizzato di prostituzione, ha riportato al centro un tema che la politica italiana continua a evitare per ipocrisia: la regolamentazione del sex work.
Non è un tema nuovo, né marginale, ma semplicemente scomodo, e proprio per questo viene affrontato quasi sempre in modo superficiale, emotivo o moralistico, senza entrare nel merito delle sue implicazioni reali.
Partiamo da un dato di realtà: la prostituzione esiste, è diffusa e coinvolge una molteplicità di attori — lavoratrici e lavoratori, clienti, intermediari. In Italia vendere prestazioni sessuali non è illegale, ma organizzare, favorire o gestire questa attività lo è. Questo crea un paradosso normativo evidente: un’attività è tollerata, ma tutto ciò che potrebbe renderla più sicura e trasparente è vietato. Il risultato è un sistema sommerso in cui proliferano sfruttamento, tratta di esseri umani, evasione fiscale e una totale assenza di tutele sanitarie e legali.

Il caso mediatico legato ai calciatori ha fatto scalpore, ma in realtà mostra solo la parte visibile di un fenomeno molto più ampio. La vera domanda è perché ci scandalizziamo solo quando emergono nomi noti. La risposta è semplice: la società accetta il fenomeno nella pratica, ma rifiuta di riconoscerlo ufficialmente. Questa ambiguità produce due effetti chiari: tutela chi ha potere e risorse ed espone al rischio chi è più vulnerabile.
Uno degli errori più comuni è confondere la regolamentazione con una legittimazione morale.
Regolamentare non significa approvare, ma ridurre i danni, aumentare la sicurezza e rendere visibile ciò che oggi è invisibile, assumendosi la responsabilità di governare la realtà.
Dove il sex work è legale
In Europa esistono approcci diversi: nei Paesi come Germania, Austria e Paesi Bassi il sex work è legale e organizzato, sottoposto a controlli sanitari, tassazione e riconoscimento giuridico, mentre in modelli come quello di Svezia e Francia si punta alla penalizzazione del cliente e alla protezione della persona che si prostituisce. In Italia, invece, esiste di fatto un “non-modello”: con l’abolizione delle case chiuse nel 1958 non è stata costruita un’alternativa strutturata, lasciando un vuoto normativo che genera confusione e inefficienza.

Se si vuole affrontare il tema in modo serio, politico e non ideologico, serve una linea chiara: distinguere nettamente tra sex work volontario e sfruttamento, adottare tolleranza zero contro tratta e coercizione, rafforzare gli strumenti investigativi, introdurre pene più severe per chi sfrutta, garantire accesso a tutele sanitarie e legali, prevedere forme di anonimato protetto e individuare spazi regolati, sicuri e monitorati, non come le vecchie “case chiuse”, ma come ambienti trasparenti e controllati. Una regolamentazione efficace potrebbe ridurre violenza e criminalità, limitare il degrado urbano, abbassare i rischi sanitari e far emergere il sommerso fiscale.
Il vero ostacolo, però, non è tecnico ma culturale: la politica teme questo tema perché divide l’opinione pubblica, tocca valori profondi ed espone al rischio di strumentalizzazione. Evitare il problema non lo elimina, lo rende solo più pericoloso. Il caso che ha coinvolto il mondo del calcio non è un’eccezione, ma un sintomo. La domanda non è se il sex work esista, ma come vogliamo gestirlo. Possiamo continuare con ipocrisia, vuoto normativo e insicurezza diffusa, oppure scegliere responsabilità, regolamentazione e tutela delle persone. Una politica seria non giudica la realtà: la governa.
