Ricordare i caduti dalla parte “giusta” e dalla parte “sbagliata”

(Giovanni Perez) Ancora una volta il rito si va compiendo e queste celebrazioni del 25 Aprile altro non sono che l’ennesima occasione perduta, impedendo all’Angelo di una nuova storia veramente condivisa, di spiccare il suo volo. Finché non si riuscirà a capire e ad ammettere che questa data significò, per la stragrande maggioranza degli Italiani, tanto per gli antifascisti quanto per gli stessi fascisti, la fine di una sanguinosa guerra civile, nessun volo sarà possibile.

Certo, le ronde partigiane comuniste proseguirono per molti anni ancora quella guerra fratricida, nei vari triangoli della morte, macchiandosi di vendette e omicidi rimasti per lo più impuniti. Si tratta di vicende tragiche sottratte all’oblio, tra i primi, da Giorgio Pisanò nella sua ben nota Storia della guerra civile in Italia e che gettano, come riconobbe un antifascista intellettualmente onesto come Gianpaolo Pansa, ombre inquietanti sulla celebrata Liberazione.

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Una “guerra civile” permanente

E’ altrettanto certo che negli anni ’70 le Brigate Rosse si abbeverarono anche ai miti della Resistenza “tradita” e “incompiuta”, giustificando quei crimini, rappresentando un oggettivo precedente dell’attuale antifascismo di estrema sinistra, anarchico e insurrezionalista, risorto dalle ceneri del socialismo reale e rifattosi una nuova verginità dopo essere stato travolto dalle macerie del Muro di Berlino, perseguendo l’obiettivo di sempre: il nichilismo e il caos, quali premesse necessarie per l’edificazione della buona società.

Secondo tale corrente di pensiero, è fascismo tutto ciò che si oppone all’edificazione di questa società, per cui restano emblematiche le parole di quell’infoibatore che riconduceva il fallimento del socialismo nella Jugoslavia di Tito, al fatto che non si erano infoibati abbastanza italiani, sloveni o croati che quell’edificazione avevano ostacolato.

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È altrettanto certo che esiste anche un altro antifascismo, ovviamente, capace di discutere su cosa fu il Fascismo, di rifiutarlo, pur ammettendone gli aspetti creativi, ossia quelli che giustificarono quel consenso sul quale scrisse pagine memorabili Renzo De Felice. E c’è poi uno scontro tra l’idea di un Fascismo eterno, contro cui si ergono i tanti antifascismi possibili, di cui discutono ristrette cerchie di filosofi e intellettuali ai quali le “cose” di questo mondo, inutili e frivole, interessano poco o nulla, con la consapevolezza che ogni dottrina si esprime lungo un duplice livello: quello ideale e quello delle realizzazioni storiche, l’uno non corrispondendo necessariamente all’altro.

Purtroppo sono addirittura in aumento coloro che vorrebbero un clima di guerra civile permanente, ergendosi ad improbabili custodi di chissà quale ortodossia antifascista, unica ciambella di salvataggio politico senza la quale altro destino non vi sarebbe per loro se non quello di precipitare nell’insignificanza e nel nulla.

25 aprile per lasciarsi alle spalle l’odio

Molto opportunamente, con parole assai nobili, Fausto Biloslavo ha ricordato che quanti hanno davvero vissuto una guerra e, soprattutto, una guerra civile, senza dimenticare nulla, sentono il bisogno di lasciarsi alle spalle il sangue, l’orrore e, se possibile, l’odio”; di ricordare i combattenti caduti dalla parte «giusta» così come quelli dalla parte «sbagliata». Fino a quando una Nazione non saprà riconoscere anche il «sangue dei vinti», non sarà mai degna di questo nome ed è forse questo l’obiettivo che perseguono i giustizieri di un Fascismo immaginario, inventato per mero tornaconto politico.

Piazzale Loreto. I due volti della liberazione. L’ultimo libro di Messina

C’è troppa gente che sogna e vorrebbe realizzato un Piazzale Loreto in ogni città, anzi, in ogni quartiere, dove impiccare a testa in giù il nemico fascista, reale o presunto, poco importa, senza avere nemmeno un briciolo di fantasia per immaginare il momento in cui, eliminati tutti i fascisti, si finirà per scorgere il fascista anche tra le proprie fila, fino a vederlo anche in sé stesso, precipitando in quello che Augusto Del Noce definì il momento del «suicidio della rivoluzione».

«Vincitori» e «Vinti» scelsero di schierarsi fino al sacrificio estremo per ragioni le più diverse, che ancora oggi non si riesce a comprendere, senza far valere alcun preventivo pregiudizio. Il vecchio Movimento Sociale Italiano parlava e auspicava una pacificazione tra gli Italiani proprio perché riteneva possibile il superamento della guerra fratricida, ma il 25 Aprile divenne uno strumento utilizzato dal Partito Comunista per ricattare la Democrazia Cristiana e divenne “cosa loro” e tale è rimasto fino ai giorni nostri.

Da parte nostra, attendiamo il momento fatale in cui si vedranno finalmente “i morti seppellire i propri morti”, senza stabilire graduatorie, tarpando ancora le ali all’Angelo della nuova storia, il quale, prima o poi, quando i tempi faranno giustizia delle limitatezze “umane, troppo umane” e spiccherà finalmente il volo verso gli orizzonti che lo attendono.