(di Francesca Romana Riello) Un festival che mette insieme ciò che finora è rimasto diviso. È alla seconda edizione, e già si vede la differenza. “Arte in Rete” non si presenta come una rassegna di eventi, ma come un tentativo più ambizioso: dare una regia condivisa a un sistema, quello dell’arte contemporanea veronese, che esiste da anni, ma raramente si è mostrato come tale.

L’apertura, venerdì pomeriggio, mette insieme quello che di solito resta separato: istituzioni, fondazioni, curatori, galleristi, collezionisti. Non è solo una lista di presenze. È un’immagine precisa, quasi una dichiarazione d’intenti.

«L’arte contemporanea è necessaria», dice Marta Ugolini. «In una città come Verona, così forte sul piano storico, serve qualcosa che tenga aperto il rapporto con il presente». Il punto non è aggiungere offerta, ma cambiare prospettiva.

Barbara Bissioli sceglie un tono diverso, più diretto: «Questo è un progetto nato da sognatori. Persone che ci hanno creduto quando era solo un’idea». E dentro quella parola, sognatori, c’è anche la misura del rischio. Arrivare alla seconda edizione, qui, non è un dettaglio.

Arte in Rete, Verona mette in fila il contemporaneo
l’Avv Giampiero Belligoli

Spazi, regia e un sistema da costruire

La parola che torna più spesso è coordinamento”. Non è un concetto astratto, ma una necessità pratica. Alberto

Battaggia lo dice senza giri: «A Verona mancava una struttura capace di tenere insieme tutti gli attori dell’arte contemporanea».

Il problema è noto a chi lavora nel settore: spazi che non comunicano, programmazioni che si sovrappongono, energie che si disperdono. «Dobbiamo superare la carenza di luoghi adeguati, aggiunge e costruire un polo stabile, non solo eventi che si accendono e si spengono».

In questo quadro entra la riapertura di Palazzo Forti, insieme agli Scavi Scaligeri e alla Galleria d’Arte Moderna. Non come operazione simbolica, ma come possibilità concreta di ridefinire una geografia culturale.

Patrizia Nuzzo insiste su questo punto: «Il programma è stato costruito sui luoghi, non calato dall’alto». Performance, workshop, presentazioni: ogni intervento dialoga con lo spazio che lo ospita. «L’idea è creare connessioni tra memoria e contemporaneità».

Non sempre è un passaggio automatico. Ma è lì che il progetto si misura davvero.

Arte in Rete, Verona mette in fila il contemporaneo
Barbara Ferro Veronafiere

Arte in Rete, Verona mette in fila il contemporaneo

Se la prima sfida è organizzativa, la seconda riguarda il pubblico. Non quello già formato, ma quello che ancora non frequenta questi linguaggi. «Abbiamo lavorato molto sulle nuove generazioni», spiega Nuzzo. Laboratori, percorsi, strumenti più accessibili. Senza semplificare, ma aprendo.

Il coinvolgimento non è solo un obiettivo culturale, è anche una questione di tenuta nel tempo. Senza ricambio, il sistema resta chiuso.

Dal lato privato, il segnale più netto arriva da Verona Fiere. Barbara Ferro rivendica un ruolo che va oltre quello economico: «Vogliamo avere un impatto sociale. Uscire dai nostri spazi e dialogare con la città». È una linea che negli ultimi anni si intravede, qui diventa esplicita.

Francesco Sandroni riporta il discorso su un piano più personale. Il festival è dedicato alla memoria di Iden De Francis. «Il suo entusiasmo è stato una guida». Non è una citazione di rito, ma il riconoscimento di un’eredità concreta.

Arte in Rete, Verona mette in fila il contemporaneo

Tra mecenatismo e comunità

C’è poi un altro elemento che attraversa tutta l’iniziativa, meno strutturale ma altrettanto decisivo: il clima in cui nasce. L’avvocato Bellini lo sintetizza con una frase che resta: «È un’idea folle». Lo dice sorridendo, ma il senso è chiaro.

«Un festival costruito anche sull’amicizia. Sulla disponibilità gratuita di artisti e critici». In un sistema spesso regolato da equilibri rigidi, è un dato che pesa più di quanto sembri.

A chiudere il cerchio è il tema del mecenatismo, affrontato da Giancarlo Mastella a partire dal premio “L’arte di mostrare l’arte”, arrivato alla tredicesima edizione. «Premiamo chi sa costruire una mostra che emoziona e che si capisce».

Il riferimento è ai curatori, figure spesso invisibili ma centrali. «Sono quelli che tengono insieme tutto», dice. E poi allarga il discorso: «Per fare mecenatismo oggi bisogna essere anche mecenati di sé stessi».

Poi il programma torna agli artisti, e al lavoro. Tra gli appuntamenti, la proiezione del film dedicato a Emilio Isgrò, figura centrale dell’arte contemporanea italiana, diventa uno dei momenti più attesi. Non una parentesi, ma un passaggio coerente con il senso del festival: riportare l’attenzione sulle opere, sui linguaggi, su quello che resta quando si spengono le dichiarazioni.

È lì che “Arte in Rete” si misura davvero.

Arte in Rete, Verona mette in fila il contemporaneo
Alberto Battaggia