(Giorgio Pasetto) Lo dico da osservatore esterno, pur lavorando nel sistema sanitario in qualità di fisioterapista: dopo aver letto le anticipazioni sul riordino della medicina generale elaborate dal Ministero della Salute, viene spontaneo chiedersi se chi ha scritto queste linee guida conosca davvero la realtà quotidiana di uno studio medico.
Il dibattito sulla medicina territoriale sembra muoversi su un piano teorico, lontano dai problemi concreti. Non mancano modelli organizzativi o strumenti di valutazione: ciò che pesa davvero è una burocrazia soffocante e una visione distorta del ruolo del medico di base.
La politica misura l’efficacia del sistema in base agli accessi impropri al Pronto Soccorso, mentre molti pazienti — spesso disorientati — utilizzano il Servizio Sanitario Nazionale in modo inefficiente, riducendo il medico a un semplice prescrittore. Anche la categoria medica ha le sue responsabilità, non essendo riuscita a comunicare fino in fondo le criticità del sistema. Ma questo non può giustificare riforme che rischiano di peggiorare la situazione.

Un tempo si parlava di “medico di fiducia”. Oggi quella fiducia va riconquistata sul campo: nasce dalla competenza e dalla capacità di diagnosi, non dalla gestione burocratica. I pazienti apprezzano chi individua una fibrillazione atriale o una trombosi venosa con strumenti presenti in ambulatorio, non chi si limita a firmare impegnative.
Una riforma seria dovrebbe partire da formazione adeguata, selezione meritocratica e reale valorizzazione delle competenze. Significa anche dotare gli studi di personale e strumenti: segreteria, infermieri, elettrocardiografi, spirometri, ecografi e attrezzature per piccoli interventi.
In questo quadro, le Case della Comunità rischiano di rimanere un progetto fragile. È difficile immaginare strutture attive 24 ore su 24 in un contesto segnato da carenza di medici, pensionamenti imminenti e scarso ricambio generazionale. Ai giovani arriva un messaggio poco attrattivo: più carico di lavoro, più burocrazia e obiettivi spesso irrealistici.

Nessun professionista può sostenere a lungo ambulatorio, attività amministrativa, visite domiciliari e incarichi aggiuntivi senza un equilibrio sostenibile. Aggiungere ulteriori controlli a un sistema già in affanno non lo renderà più efficiente.
Gli audit vengono dopo. Prima bisogna restituire tempo, autonomia e strumenti a chi lavora sul territorio. Perché la medicina generale ha bisogno soprattutto di prossimità e fiducia, non di nuovi livelli di controllo.
