Il concentro di Fondazione Arena a Bruxelles
(Francesca Romana Riello) Martedì 5 maggio, nella Yehudi Menuhin Hall del Parlamento europeo, va in scena “Opera Heritage: Arena di Verona Highlights”. Non uno spettacolo in tournée, ma una selezione costruita per un contesto preciso: una sala istituzionale, un pubblico di funzionari europei e rappresentanze diplomatiche.

La Fondazione Arena porta a Bruxelles Puccini e Giordano. Brani riconoscibili, quasi inevitabili: “Nessun dorma”, “Recondita armonia”, “Quando men vo”. Una scelta che non cerca la sorpresa ma la riconoscibilità. Parlare a un pubblico internazionale eterogeneo significa partire da ciò che tutti, in qualche modo, già conoscono.
Sul palco i soprani Mariangela Sicilia e Vittoriana De Amicis, il tenore Piero Pretti, il baritono Gëzim Myshketa. Al pianoforte Cecilia Gasdia. Nessuna scenografia, nessun allestimento. Solo voci e pianoforte. Un formato essenziale, che in Arena sarebbe impensabile.

Il contesto cambia tutto. Non c’è la pietra, non c’è la notte, non c’è il pubblico da diecimila persone. Resta la musica, che deve trovare spazio in un luogo abituato ad altro.
Il significato de l’Arena al Parlamento europeo
L’operazione ha una logica precisa. Verona non promuove un evento: porta dentro le istituzioni europee un pezzo della propria identità culturale. La lirica come linguaggio condiviso, in un posto dove i linguaggi condivisi non sono mai scontati.
Lo dicono in modo esplicito. L’eurodeputato Daniele Polato apre parlando di cultura come strumento per creare ponti, in un tempo che tende a dividerli. Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo, definisce l’Arena un “gioiello di famiglia” italiano, capace di rappresentare il Paese nel mondo. Pierri Toro, direttore dell’Istituto italiano di cultura, insiste su un concetto: la cultura come diplomazia, ma anche come leva di crescita.
Poi prende la parola Cecilia Gasdia e il tono cambia. «L’Arena è il posto più italiano sulla terra», dice. Non è una frase costruita. Racconta la storia, il 1913, Giovanni Zenatello, l’idea originaria: portare l’opera a tutti.
La presentazione insiste sul valore dell’Arena come simbolo. Il più grande teatro lirico all’aperto del mondo, fino a diecimila spettatori a sera, una storia che parte dal 1913 con Giovanni Zenatello e Tullio Serafin. Numeri che danno misura, ma che da soli non bastano a spiegare cosa si prova a trasferire.
L’Arena non è solo un patrimonio culturale, è un sistema produttivo. Un’analisi indipendente quantifica un indotto di circa 2 miliardi di euro — non una stima generica, ma un dato costruito su impatto diretto, indiretto e indotto.
I numeri aiutano a capire la scala. Oltre 400 mila spettatori l’anno, il 60% stranieri, da più di 130 paesi. Un valore aggiunto stimato in 670 milioni di euro, più di 5.600 posti di lavoro generati. Ogni euro prodotto dall’Arena ne attiva oltre sei nell’economia. Anche allo Stato tornano oltre 200 milioni di gettito fiscale. Non un costo da sostenere, ma un investimento che restituisce.

Il programma è lineare. Puccini domina, con Tosca, Turandot e La Bohème. Poi Giordano, con Andrea Chénier. Un repertorio che parla italiano, ma che da sempre viaggia senza bisogno di traduzione.
Il rischio, in operazioni come questa, è la vetrina: mostrare senza raccontare. La tenuta sta nella qualità degli interpreti e nella forza dei brani, che reggono anche fuori dal loro spazio naturale.
Da Verona a Bruxelles, la lirica come racconto identitario
C’è un aspetto meno evidente, ma centrale. In un momento in cui le città competono anche sul piano simbolico, Verona porta a Bruxelles la carta più solida che ha. L’Arena non è solo un contenitore di spettacoli: è un marchio riconosciuto a livello internazionale. Qui viene esposto nel luogo dove le politiche culturali si discutono e si orientano.

Il pubblico non è quello abituale dell’Arena. Niente turisti, niente atmosfera estiva. Arriva da contesti diversi, con aspettative diverse, e spesso senza una frequentazione reale della lirica.
È questo il vero banco di prova. Quanto regge l’opera fuori dal suo spazio? La risposta, per una sera, è semplice: regge. Non come in Arena. Ma abbastanza da farsi capire.
