(Alessandro Gorgoni) La guerra in Medio Oriente, la chiusura dello Stretto di Hormuz, il Brent che al 30 di aprile superava i 126 dollari al barile e il gas che al TTF di Amsterdam scambia a 46 euro/MWh delineano un quadro macroeconomico estremamente complesso. E, ovviamente, ci sono i dazi.Difficile dormire sogni tranquilli di questi tempi. Infatti, al netto del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, le cui conseguenze nefaste per la nostra economia non si sono ancora pienamente verificate, l’amministrazione Trump è tornata a sbandierare la guerra commerciale.

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Ursula von der Leyen e Meloni

Neppure un anno fa, Ursula von der Leyen e Donald Trump avevano siglato l’accordo di Turnberry. Era il compromesso sui dazi che avrebbe dovuto mettere fine al clima di estrema incertezza che lo scorso anno, a seguito delle tariffe del “Liberation Day”, gravava sulle imprese europee, sui loro investimenti e sulle loro esportazioni. L’accordo era stato criticato da molti, i quali ritenevano che la Commissione Europea si fosse piegata ai diktat americani, impegnandosi ad acquistare 750 miliardi di euro di beni energetici statunitensi entro il 2028.

Tuttavia, sembra che tale accordo per Washington non abbia poi molto valore. Il presidente Trump vuole infatti punire le industrie europee con dazi al 25% sull’esportazione di automotive verso gli Stati Uniti, mettendo a rischio circa il 25% dell’export di auto continentali.

Dazi illegittimi per la Corte Suprema Usa

Eppure, dopo che il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva dichiarato illegittimi i dazi applicati in modo generalizzato, stabilendo che l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) rappresentava un abuso di potere, sembrava che le questioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico potessero tornare ragionevoli.

Ma ormai l’amministrazione americana ci ha abituati a giravolte, funambolismi e colpi di mano. A Washington la situazione non è facile: la sentenza della Corte Suprema ha dato il via a procedure di risarcimento per 166 miliardi di dollari a favore delle aziende importatrici. In termini di consensi, Trump è al minimo storico, complici l’andamento poco chiaro della guerra e il crollo del potere d’acquisto del cittadino medio.

Le iniziative del presidente sul fronte esterno, dai dazi all’intervento in Iran, hanno peggiorato le cose rispetto ai primi mesi del mandato. I dazi si sono tradotti in aumenti generalizzati dei prezzi interni, mentre la guerra ha portato il gallone di benzina fino alla soglia media dei quattro dollari e mezzo. Non era per questo che gli statunitensi avevano votato il tycoon, che aveva cavalcato l’indignazione degli americani per l’inflazione alta durante l’amministrazione Biden.

Questa ultima trovata di Trump a danno degli europei potrebbe essere motivata proprio dai problemi interni dell’amministrazione, che quindi cerca di scaricare sull’estero le tensioni, sfruttando pretesti come la lentezza del procedimento di ratifica dell’accordo commerciale da parte del Parlamento Europeo per rivalersi su quei Paesi che non si sono fatti trascinare nella guerra nel Golfo Persico.

Come è facile capire, il mondo è cambiato e le regole della globalizzazione con esso. Sono venute meno molte certezze che avevano garantito il benessere alle maggiori economie europee, fortemente votate all’export. Quelli che erano partner, si pensi a Stati Uniti e Cina, oggi perseguono come mai prima d’ora una politica di mera potenza che mette in luce tutte le debolezze strutturali dell’Europa che, nonostante le numerose crisi degli ultimi vent’anni, non sono mai state corrette.

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Lo scontro commerciale con gli Stati Uniti è solo una parte di quella che oggi è la sfida esistenziale di un’Unione Europea ancora immatura e incompiuta. Sul “campo di battaglia” internazionale, i dazi, la sicurezza energetica e militare e la sovranità tecnologica sono questioni profondamente innervate e connesse, e rappresentano quella dipendenza strategica che ormai rende l’Europa vulnerabile e debole di fronte alle potenze di questo tempo.

Se per anni l’ombrello americano ha assunto per gli europei l’aura di un meccanismo autoassolutorio, offrendo sicurezza e stabilità in cambio di subalternità, questo oggi non è più un modello sostenibile, specie a fronte di un imperialismo americano in salsa trumpiana che diventa sempre più predatorio e ondivago.

A questo punto sarebbe lecito chiedersi, da europei, che fare. Oltre ad attuare quanto scritto ormai oltre un anno fa da Mario Draghi nel suo noto rapporto, l’Europa potrebbe ribilanciare i rapporti con gli Stati Uniti in molti campi come i servizi finanziari, anche attraverso la moneta digitale di banca centrale che finalmente i Paesi della Zona Euro hanno deciso di sviluppare. Questo strumento risulta essenziale proprio per svincolarci dall’attuale e profonda dipendenza dai sistemi di pagamento elettronici americani, che ad oggi dominano le transazioni nel nostro continente. Sul fronte tecnologico, l’Unione potrebbe fare molto per arginare lo strapotere commerciale delle Big Tech e la dipendenza dai molteplici servizi avanzati che gli Stati Uniti esportano verso l’Europa.

La crisi dell’auto europea non dipende però solo dai dazi americani: basta osservare la penetrazione cinese sui nostri mercati. Le barriere burocratiche e l’assenza di un vero mercato unico dei capitali vanno rimosse per mobilitare la capacità di risparmio dei cittadini europei verso progetti industriali, tecnologici e infrastrutturali in grado di aumentare sia il benessere interno sia la potenza esterna dell’Unione. Fattori che oggi appaiono in declino, e sempre più come potenzialità inespresse.