Aumenta la sopravvivenza libera dalla malattia e si riducono drasticamente gli eventi epatici avversi. Sono i risultati ottenuti su 146 pazienti affetti da carcinoma epatocellulare (HCC) grazie a un innovativo modello di gestione multidisciplinare sperimentato in alcuni centri di eccellenza italiani: Aoui Verona, IOV di Padova, CRO di Aviano, ospedale Niguarda e Humanitas di Milano.

I dati, appena pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Liver Cancer, confermano l’efficacia di un approccio integrato che mette insieme epatologi e oncologi nella valutazione congiunta del paziente.

6 mesi di gestione integrata

Per 6 mesi i pazienti coinvolti nello studio sono stati seguiti attraverso un nuovo modello ambulatoriale multidisciplinare, nato a Verona nel 2022, che prevede una presa in carico globale della persona malata.

Lo studio, intitolato “Multidisciplinary clinic approach improves immunotherapy treatment outcomes in unresectable hepatocellular carcinoma: a multicentre retrospective study”, è stato coordinato dal dottor Andrea Dalbeni, della Uoc Medicina generale C e presidente della sezione Triveneto SIMI, insieme alla dottoressa Alessandra Auriemma della Uoc Oncologia, responsabile dell’ambulatorio multidisciplinare.

Il campione totale di 146 pazienti è stato suddiviso in due gruppi: 77 persone (53%) sono state seguite attraverso il modello integrato multidisciplinare, mentre 69 pazienti (47%) hanno ricevuto la gestione oncologica standard.

Sopravvivenza più lunga e meno complicanze

I risultati hanno evidenziato benefici clinici significativi per il gruppo seguito nell’ambulatorio multidisciplinare.

La sopravvivenza libera da progressione della malattia (PFS) è risultata nettamente superiore: 13,6 mesi contro i 7,7 mesi del gruppo trattato con approccio tradizionale. Anche il tasso di controllo della malattia (DCR) è stato più elevato, raggiungendo il 70,1% rispetto al 60,3%.

Particolarmente rilevante la riduzione degli eventi avversi epatici, passati dal 40,6% al 10,4%, grazie a una gestione più attenta e coordinata delle terapie oncologiche e delle condizioni cliniche associate.

Una malattia complessa che richiede più specialisti

Il carcinoma epatocellulare è il tumore primitivo del fegato più diffuso ed è tra le principali cause di mortalità oncologica nel mondo. Nella maggior parte dei casi si sviluppa su un fegato già compromesso da malattie croniche, soprattutto cirrosi.

Negli ultimi anni l’introduzione di nuove terapie mirate e dell’immunoterapia, in particolare degli inibitori dei checkpoint immunitari, ha ampliato le possibilità terapeutiche. Tuttavia, la complessità clinica di questi pazienti richiede una gestione che tenga insieme il trattamento del tumore e quello della malattia epatica sottostante.

“L’ambulatorio multidisciplinare Onco-Liver nasce nella nostra Azienda nel 2022 in concomitanza con la disponibilità di nuovi farmaci per il trattamento del carcinoma epatocellulare, ed è stato il primo ambulatorio di questo genere in Italia”, spiegano Dalbeni e Auriemma. “La complessità di questa malattia, che è una patologia tumorale su un fegato malato, ha stimolato specialisti con esperienze diverse a unirsi per fornire ai pazienti una gestione integrata più efficace e rapida”.

Il modello Verona si estende ad altri centri

Nato all’Aoui di Verona, il modello multidisciplinare è stato progressivamente adottato anche in altri centri italiani e potrebbe presto essere esteso alle neoplasie primitive delle vie biliari, diventando un riferimento organizzativo anche per altri ambiti oncologici.

Secondo il professor Michele Milella, direttore della Uoc Oncologia,questi risultati confermano che l’innovazione organizzativa è altrettanto importante quanto l’introduzione di nuovi farmaci in patologie oncologiche particolarmente complesse, come i tumori primitivi del fegato”.

Milella sottolinea inoltre come il progetto si ispiri ai principi dell’Healthcare 5.0, un modello che punta su personalizzazione delle cure, sostenibilità e integrazione tra tecnologie avanzate e medicina di precisione.

La gestione della “quota non tumorale”

Il professor David Sacerdoti, direttore della Liver Unit, evidenzia come la terapia dell’HCC non possa essere considerata esclusivamente oncologica.

“Il malato è per lo più affetto da cirrosi epatica, sempre più di origine metabolica, e presenta spesso diabete, malattie cardiovascolari, obesità o insufficienza renale”, spiega. “La gestione della componente non tumorale da parte dell’epatologo o dell’internista consente al paziente di affrontare meglio la terapia oncologica, proseguirla più a lungo ed evitare effetti collaterali che devono essere prevenuti o identificati precocemente”.

Alla realizzazione del progetto hanno contribuito anche Martina Faccini, Michele Bevilacqua, Filippo Cattazzo e Marco Vicardi, insieme ai team multidisciplinari dei centri coinvolti.