(Giorgio Massignan) Vittorio Emanuele III è ritenuto il principale colpevole per la fine della monarchia in Italia.

Gli errori del re

Gli vengono imputati gli errori che hanno provocato 20 anni di dittatura fascista, una guerra che ha causato distruzioni e migliaia di morti, una feroce occupazione da parte delle truppe tedesche, una crudele guerra civile e la trasformazione della penisola italiana nel campo di battaglia degli eserciti stranieri. In particolare è accusato:

A) il 28 ottobre del 1922 di non aver voluto firmare il decreto per lo Stato d’Assedio, già predisposto dal presidente del Consiglio Luigi Facta, impedendo così all’esercito di intervenire per fermare le camicie nere fasciste che stavano marciando su Roma. Il mancato intervento dell’esercito, ha aperto le porte al fascismo e a Benito Mussolini che, due giorni più tardi, ebbe l’incarico di formare il nuovo governo. Fu l’inizio della fine dello Stato liberale e l’inizio della dittatura.

B) Che nonostante fosse stato mantenuto lo Statuto Albertino, che riservava al re il potere di revocare il Primo Ministro. Nel 1924, dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti da parte di un gruppo di fascisti, non avesse destituito Mussolini. L’assassinio di Matteotti creò una grande indignazione tra l’opinione pubblica, le opposizioni protestarono duramente e si ritirarono dal Parlamento, chiedendo l’intervento del Re. Mussolini e il fascismo andarono, per la prima volta, in crisi. Erano politicamente isolati. Ma, nonostante le pressanti richieste dell’opposizione politica per revocare la carica di Primo Ministro a Mussolini, l’eco negativo degli stati democratici nei confronti dell’Italia e la dura reazione dell’opinione pubblica, il re non si mosse e rimase in silenzio evitando ogni reazione.

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Mussolini e Hitler in Ucraina

C) Nel gennaio 1925 Mussolini, accortosi della debolezza del re e dell’inefficienza dell’opposizione parlamentare, dichiarò l’inizio della dittatura. Durante l’intero periodo fascista, Vittorio Emanuele III firmò, senza opporsi, prima le “leggi fascistissime” che abolivano la democrazia, poi i decreti che privavano i cittadini italiani di origine ebraica dei diritti civili, quindi la dichiarazione di guerra alle democrazie.

La vergogna della fuga dopo l’8 settembre

D) Il 9 settembre 1943, dopo aver firmato l’armistizio con gli alleati, il Re, il capo del governo Pietro Badoglio e l’intero stato maggiore militare, fuggirono in segreto da Roma per rifugiarsi a Brindisi, già liberata dall’occupazione tedesca. Fuggirono ignominiosamente, abbandonando l’intero esercito italiano sia nella penisola che nelle zone occupate, senza lasciare ordini chiari su come comportarsi nei riguardi degli ex alleati tedeschi.

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Oltre un milione di soldati italiani si ritrovarono sbandati. Alcuni riuscirono a fuggire recuperando abiti civili, altri, oltre 600.000, furono arrestati dai nazisti, disarmati e deportati nei lager in Germania. Migliaia di soldati italiani furono uccisi tentando di reagire contro gli occupanti, come a Cefalonia, dove furono crudelmente massacrati.

Nel 1946, consapevole dell’intolleranza del popolo italiano nei suoi confronti, Vittorio Emanuele III, per salvare la corona, il 4 maggio del 1946, dopo 46 anni di regno, abdicò in favore del figlio primogenito Umberto II.

Il referendum

Il 2 e 3 giugno 1946 venne indetto il referendum istituzionale, aperto a tutti gli italiani e alle italiane, per votare quale forma dello Stato scegliere tra la Monarchia e la Repubblica. Il referendum, per la prima volta in Italia, fu votato anche dalle donne. Ci fu una grande affluenza, l’89% degli aventi diritto al voto, circa 12 milioni di uomini e 13 milioni di donne, si recarono alle urne.

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Assieme al referendum sulla forma dello Stato, le italiane e gli italiani elessero i membri dell’Assemblea Costituente per scrivere la nuova Costituzione repubblicana.
Il 10 giugno la Cassazione rese pubblici i risultati provvisori, con la Repubblica in vantaggio.

Vinse la Repubblica con 12.718.641 voti (54,3%) contro i 10.718.502 voti (45,7%) della Monarchia.

Al Nord il voto premiò la Repubblica, mentre al Sud la maggioranza votò per la Monarchia.

Dopo 85 anni, dal 1861 al 1946, finì il regno dei Savoia.

Le contestazioni sul risultato

I conteggi dei voti furono contestati dalla parte monarchica che si appellò Corte di Cassazione.
Lo scontro legale si basava soprattutto sull’interpretazione della legge elettorale che sosteneva la vittoria della forma di Stato che avesse conquistato la “maggioranza degli elettori votanti”.
I monarchici sostenevano che anche le schede bianche e nulle dovessero essere incluse nel computo dei “votanti”. In quel caso i voti per la Repubblica non avrebbero raggiunto il 50% + 1 del totale, rendendo il referendum nullo.

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Il 18 giugno la Corte di Cassazione respinse il ricorso dei monarchici, stabilendo che per “votanti” si intendevano solo coloro che avevano espresso un voto valido, con esclusione delle schede bianche e nulle e venne proclamata ufficialmente la vittoria della Repubblica.

Da evidenziare che la situazione geopolitica del dopoguerra costrinse alcune aree geografiche ad essere escluse dalla votazione. Circa 3 milioni di italiani non ebbero la possibilità di votare. La provincia di Bolzano, amministrata dagli alleati, le zone occupate o contese di Gorizia, Trieste e l’Istria, oltre ai circa 300.000 prigionieri di guerra non ancora rientrati in patria.

I monarchici protestarono, affermando che le esclusioni avevano penalizzato la Corona.

Ma, l’inizio della Repubblica e la fine della Monarchia furono sanciti formalmente il 2 giugno 1946.