(Attilio Zorzi) Da 30 anni viviamo nel sistema iper burocratico dell’Unione Europea, un’architettura socio-politica, rifiutata più volte dai cittadini in diversi referendum -nel Regno Unito, in Irlanda, in Francia- e largamente osteggiata da una buona fetta dell’opinione pubblica in tutto il continente., ma attuata comunque a suon di altri referendum o di imposizioni esterne.
Il deficit di democrazia è evidente: una Commissione di non eletti, spesso con rappresentanti di micro nazioni in ruoli apicali, detta le agende di un continente sempre più frammentato e sempre più in difficoltà socio economica.
Commissari come Dombrivskis o la Kallas, rispettivamente lettone ed estone, rappresentano due Stati che messi insieme fanno la popolazione delle province di Verona e Vicenza e pretendono di spiegare l’economia e la politica estera ad un paese come il nostro, che non nutre afflati russofobi e ha una posizione mediterranea e non baltica, con logiche, sociali, economiche e strategiche completamente diverse.
Il grande inganno in cui siamo caduti
Un sistema del genere è evidente che non può e non potrà mai funzionare e a dimostrarlo sono i dati, quelli che vengono troppo spesso ignorati.
Se guardiamo l’andamento dei tassi di cambio reali effettivi di Italia e Germania dal 1964 al 2022 e l’evoluzione dell’indice di protezione dell’occupazione sui contratti temporanei tra il 1990 e il 2018, i dati raccontano una storia ben precisa: l’Italia ha seguito con disciplina le ricette economiche dettate dall’UE e dai suoi sodali negli ultimi trent’anni, ma il risultato non è stato una maggiore prosperità. Al contrario, il Paese ha visto rallentare la crescita, stagnare i salari e ridursi il potere d’acquisto dei lavoratori.

Per anni ci è stato ripetuto che l’Italia compensasse la propria minore competitività attraverso continue svalutazioni della lira. Questa narrazione è stata utilizzata per giustificare l’ingresso nell’euro e l‘abbandono della sovranità monetaria, iniziata già nel 1981 con il famoso “divorzio” del tesoro da Bankitalia.
Tuttavia il grafico sui tassi di cambio reali effettivi evidenzia una realtà molto più complessa.

Prima dell’euro, la Germania non migliorava la propria competitività soltanto attraverso la qualità dei prodotti o l’innovazione tecnologica. In molti periodi, il marco realizzava una vera e propria svalutazione reale rispetto alla lira, non attraverso la moneta, ma attraverso il contenimento dei salari e dei costi del lavoro, in sostanza svalutando il lavoro.
In altre parole, mentre l’Italia utilizzava la leva monetaria per compensare gli squilibri competitivi, la Germania utilizzava la leva salariale. Entrambi i Paesi perseguivano quindi strategie di aggiustamento, ma con strumenti diversi.
L’Italia dell’euro costretta a svalutare il lavoro
La differenza è che, con l’introduzione dell’euro, l’Italia ha perso la possibilità di utilizzare il cambio come meccanismo di riequilibrio e quindi una volta eliminata la possibilità di svalutare la moneta, è rimasto solo da svalutare il lavoro.

Dal 1997 al 2018 l’Italia ha progressivamente ridotto le tutele sui contratti temporanei.
L’indice di protezione dell’occupazione crolla da valori superiori a 5 fino a circa 1,5. Nessun altro grande Paese europeo mostra una riduzione altrettanto marcata, anzi la Germania sta leggermente invertendo la rotta e la Francia è rimasta stabile.
Per anni l’UE e molti compiacenti politici italiani hanno sostenuto che questa fosse la condizione unica ed imprescindibile per aumentare la competitività e favorire la crescita. I lavoratori italiani hanno quindi accettato maggiore precarietà, minori garanzie e una crescente pressione salariale in nome delle riforme strutturali richieste dall’Europa, dove l’Italia é stata campione, essendo il grande Paese Europeo ad attuarne di più, preceduta soltanto dalla Grecia.

‘Ce lo chiede l’Europa’
Per anni la politica italiana ha giustificato ogni scelta con una formula ormai diventata celebre: “ce lo chiede l’Europa”, perché loro sono bravi e noi no. Mai assunto fu più sbagliato.
L’Italia aveva i suoi problemi, è innegabile, ma legandosi al sistema europeo anziché migliorare le nostre criticità, le abbiamo ampliate, e badate bene, era tutto prevedibili e risaputo.
Infatti, si è creduto che la competitività dipendesse soprattutto dalla compressione del costo del lavoro. Si è pensato che i vincoli esterni avrebbero costretto il Paese a modernizzarsi. Si è immaginato che l’euro avrebbe automaticamente favorito convergenza e crescita, tutte cose che dopo 35 anni di Europa e 25 di euro non sono accadute e anzi si sta realizzando l’esatto opposto.
La repubblica fondata sul lavoro ha svalutato il lavoro
La svalutazione del lavoro ha ridotto la domanda interna, ha favorito attività a basso valore aggiunto e ha indebolito gli incentivi a investire in innovazione e tecnologia.
Ma paradossalmente, oggi le difficoltà non riguardano soltanto l’Italia, perché anche la Germania sta mostrando i limiti di una strategia fondata principalmente sulle esportazioni e sulla compressione della domanda interna.
Per anni il modello tedesco è stato presentato come l’esempio da imitare. Oggi emergono problemi strutturali legati agli investimenti insufficienti, ai ritardi nella digitalizzazione, alla dipendenza energetica e alla crescente concorrenza internazionale, palesati in modo plastico con la guerra in Ucraina.
La strategia neomercantilistica che ha sostenuto il successo tedesco per decenni mostra segni evidenti di esaurimento. La lezione è quindi molto semplice per chi vuole ascoltarla.
L’Italia ha rinunciato progressivamente agli strumenti di politica economica che aveva a disposizione e ha cercato di recuperare competitività comprimendo il lavoro. Ha seguito con disciplina le ricette europee e ha realizzato riforme profonde. Tuttavia, i risultati attesi non sono arrivati.

Dopo 30 anni, il conto è sotto gli occhi di tutti: salari stagnanti, potere d’acquisto eroso, precarietà diffusa e crescita insufficiente.
Continuare sulla stessa strada aspettandosi risultati diversi aggraverà soltanto ulteriormente il problema, ed ecco perché non possiamo seguire le ricette della Von Der Leyen o di Draghi, perché sono stati proprio loro gli autori di questi errori.
Per questo si deve aprire una questione fondamentale: tornare a mettere al centro l’economia reale, gli investimenti produttivi, la crescita dei salari e l’interesse nazionale, invece di affidarsi a vincoli esterni e regole che non hanno prodotto i risultati promessi.
La realtà batte sempre l’ideologia, sia in politica, che in economia
