Il mondo verso una nuova emergenza energetica
(a.z.) Dopo oltre 100 giorni di guerra tra USA ed Iran con le conseguenti interruzioni delle forniture provenienti dal Golfo Persico, il mercato petrolifero mondiale sta consumando rapidamente la sua principale linea di difesa: le scorte.
Finora i depositi strategici e commerciali hanno consentito di attenuare l’impatto della crisi sui prezzi e sull’approvvigionamento, ma il margine di sicurezza si sta assottigliando e gli operatori del settore iniziano ad essere preoccupati e a lanciare i primi segnali d’allarme.
Negli Stati Uniti le riserve di greggio sono scese ai livelli più bassi degli ultimi 20 anni. Il principale hub di stoccaggio di Cushing, in Oklahoma, si avvicina alle soglie minime operative.
Anche in Europa settentrionale le disponibilità di carburanti risultano in forte contrazione rispetto agli standard storici e, inferiori persino al 2014 e secondo diversi osservatori, perfino la Cina ha iniziato ad attingere alle proprie riserve per compensare la riduzione delle importazioni.

La situazione preoccupa soprattutto in vista dell’estate boreale, tradizionalmente il periodo di maggiore domanda energetica per gli spostamenti turistici e l’aumento dei consumi industriali. L’International Energy Agency (IEA) ha avvertito che le scorte globali potrebbero raggiungere livelli “criticamente bassi” proprio tra luglio e agosto, quando il fabbisogno di carburanti tocca il suo picco annuale. Secondo l’agenzia, i prelievi dagli stock stanno procedendo a un ritmo tale da ridurre drasticamente il cuscinetto disponibile in caso di ulteriori shock sul fronte dell’offerta.
La possibile impennata del prezzo del petrolio
Finora il mercato ha mostrato una sorprendente calma. Le quotazioni del Brent sono rimaste sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile grazie al rilascio di riserve strategiche e alla maggiore produzione di alcuni Paesi americani. Tuttavia, diversi analisti ritengono che questa stabilità sia solo apparente. Se la contrazione delle scorte dovesse proseguire e la domanda estiva rimanesse sostenuta, il prezzo del greggio potrebbe salire rapidamente fino a 150 dollari al barile, con alcune stime che ipotizzano persino quota 200.
Una simile impennata avrebbe conseguenze dirette sull’inflazione, sui costi di trasporto e sulle bollette energetiche, rallentando la crescita economica globale e causando problemi ancora più grandi per il nostro paese fortemente dipendente dalle forniture estere.
Il rischio, sottolineano gli esperti, è che il mercato stia sottovalutando la fragilità dell’equilibrio attuale: finché esistono scorte da utilizzare, la crisi resta sotto controllo. Ma quando le “dispense” del petrolio iniziano a svuotarsi, il conto può arrivare all’improvviso e sarebbe un grosso problema per tutti.
