Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ,ha intervistato Stefano Vernole, laureato in Storia Contemporanea e in analisi dei conflitti e delle ideologie, giornalista pubblicista, è Vicepresidente e responsabile delle relazioni esterne del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo (CeSE-M), ha collaborato con la rivista Eurasia Studi Geopolitici. Co.autore di La questione di Taiwan e la riunificazione pacifica della Cina, e Xinjiang storia e sviluppo – Ha inoltre pubblicato Ex Jugoslavia: gioco sporco nei Balcani. Frammentazione nazionale e risiko geopolitico del Kosovo (Anteo Edizioni), La questione serba e la crisi del Kosovo (Edizioni Noctua), La difesa della fede ortodossa in Montenegro (Anteo Edizioni).

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Dott. Vernole la questione Cinese e Taiwan (ex Formosa) è più che mai di attualità nelle agende politiche internazionali, vuole illustrarci le cause storiche che hanno portato alla separazione di questa isola dalla Madrepatria?

«Nel 1949 il Kuomintang, guidato dallo sconfitto Chang Khai-shek, evacuò le proprie forze dalla Cina continentale e le trasferì sull’isola di Taiwan (Taipei), dove impose la legge marziale (rimasta in vigore fino al 1991) per reprimere la rivolta comunista. Mao Zedong, per evitare uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti, decise in quel momento di non spingersi oltre e di continuare la battaglia per la riunificazione della Cina in maniera diplomatica.

«Il Presidente USA Dwight Eisenhower firmò nel 1954 un patto di mutua difesa che incluse Taiwan nell’area dell’ombrello nucleare statunitense, trasformando l’Isola in un enorme base militare nordamericana. Alcuni reparti del Kuomintang vennero invece dislocati in quell’angolo della Birmania (oggi Myanmar) al confine con Cina, Laos e Thailandia che costituisce il triangolo d’oro, l’area dove si trovano le più vaste piantagioni di oppio al mondo. Gli uomini di Chang Kai-shek assunsero il controllo delle piantagioni di oppio e quindi del relativo traffico di eroina, trovando il mercato statunitense pronto ad assorbirla.

Dopo la diplomazia kissingeriana del ping pong (1972) e l’incontro tra Nixon e Mao, l’1 gennaio 1979 il Governo USA stabilì formalmente relazioni diplomatiche con Pechino e annullò unilateralmente il patto di difesa reciproca con Taiwan. Tuttavia, statunitensi e giapponesi hanno mantenuto un centro di comando operazionale congiunto nella base USA di Yokota, propedeutico a gestire le questioni militari riguardanti la penisola di Taiwan e la penisola coreana. Il frutto più importante del reciproco riconoscimento tra Washington e Pechino fu l’ammissione della Repubblica Popolare Cinese nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con potere di veto, seggio che fino a quel momento era stato occupato proprio da Taiwan (che si definisce «Repubblica di Cina»). 

Dal punto di vista del diritto internazionale, la Dichiarazione del Cairo emessa da Cina, Stati Uniti e Regno Unito il 1° dicembre 1943 affermava che era scopo dei tre alleati che tutti i territori che il Giappone aveva sottratto alla Cina, come la Cina nord-orientale, Taiwan e le isole Penghu, dovessero essere restituito alla Cina.

La Proclamazione di Potsdam fu firmata da Cina, Stati Uniti e Regno Unito il 26 luglio 1945 e successivamente riconosciuta dall’Unione Sovietica, ribadendo: “I termini della Dichiarazione del Cairo devono essere rispettati”. Nel settembre dello stesso anno, il Giappone firmò lo strumento di resa, in cui prometteva di adempiere fedelmente agli obblighi previsti dalla Proclamazione di Potsdam. Il 25 ottobre, il Governo cinese annunciò la ripresa dell’esercizio della sovranità su Taiwan e si tenne a Taibei (Taipei) la cerimonia di accettazione della resa del Giappone nella provincia di Taiwan del teatro di guerra cinese delle potenze alleate. Da quel momento in poi, la Cina aveva recuperato Taiwan de jure e de facto attraverso una serie di documenti con effetti legali internazionali.

Il 1° ottobre 1949 fu fondata la Repubblica Popolare Cinese (RPC), che divenne il successore della Repubblica Cinese (1912-1949), e il Governo popolare centrale divenne l’unico Governo legittimo dell’intera Cina. Il nuovo Governo ha sostituito il precedente regime del Kuomintang (KMT) in una situazione in cui la Cina, in quanto soggetto di diritto internazionale, non è cambiata, e la sovranità e il territorio intrinseco della Cina non sono cambiati. Come risultato naturale, il Governo della RPC avrebbe dovuto godere ed esercitare la piena sovranità della Cina, che include la sua sovranità su Taiwan.

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Quale conseguenza della guerra civile in Cina alla fine degli anni ’40 e dell’interferenza di forze esterne, le due sponde dello Stretto di Taiwan sono cadute in uno stato di prolungato confronto politico. Nella sua 26ª sessione nell’ottobre 1971, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione 2758, che si impegnava “a ripristinare tutti i diritti della Repubblica popolare cinese e a riconoscere i rappresentanti del suo Governo come gli unici legittimi rappresentanti della Cina presso le Nazioni Unite, e a espellere immediatamente i rappresentanti di Chiang Kai-Shek dal posto che occupano illegalmente presso le Nazioni Unite e in tutte le organizzazioni ad esse collegate”.

Questa risoluzione ha risolto una volta per tutte le questioni politiche, legali e procedurali della rappresentanza cinese alle Nazioni Unite e ha riguardato l’intero Paese, inclusa Taiwan. Ha anche precisato che la Cina ha un solo seggio all’ONU, quindi non esistono “due Cine” o “una Cina, una Taiwan”».

Pechino non ha mai fatto mistero del voler arrivare alla riunificazione con quella che considera da sempre Cina, quali potrebbero essere le vie percorribili?

«La carta della cooperazione economica e culturale tra Cina e Taiwan è quella preferita da Pechino. Il volume del commercio attraverso lo Stretto era di soli 46 milioni di dollari nel 1978. È salito a 328,34 miliardi di dollari nel 2021, con un aumento di oltre 7.000 volte. La terraferma è stata il più grande mercato di esportazione di Taiwan negli ultimi 21 anni, generando un grande surplus annuale per l’isola.

Nel frattempo, più di un milione di cittadini taiwanesi ha iniziato a lavorare nella Cina continentale, dove hanno trasferito la maggior parte delle loro imprese e svolgono un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’industria elettronica mondiale. Nel 1987 erano state effettuate meno di 50.000 visite tra le due parti; entro il 2019, questo numero era salito a circa 9 milioni. 

Cesem LA QUESTIONE DI TAIWAN E LA RIUNIFICAZIONE

Le statistiche del Fondo Monetario Internazionale mostrano che nel 1980 il PIL della terraferma era di circa 303 miliardi di dollari, poco più di 7 volte quello di Taiwan, che era di circa 42,3 miliardi di dollari; nel 2021, il PIL della terraferma era di circa 17,46 trilioni di dollari, più di 22 volte quello di Taiwan, che era di circa 790 miliardi di dollari.

Lo sviluppo e il progresso della Cina, e in particolare il costante aumento del suo potere economico, della sua forza tecnologica e delle sue capacità di difesa nazionale, sono un freno efficace contro le attività separatiste e l’interferenza delle forze esterne. Forniscono inoltre ampio spazio e grandi opportunità per gli scambi e la cooperazione attraverso lo Stretto.

Man mano che sempre più connazionali di Taiwan, in particolare giovani, proseguono gli studi, avviano attività commerciali, cercano lavoro o vanno a vivere sulla terraferma, gli scambi, l’interazione e l’integrazione attraverso lo Stretto si intensificano in tutti i settori, i legami economici e i legami personali tra le persone di entrambe le sponde si approfondiscono e le nostre identità culturali e nazionali comuni si rafforzano, portando le relazioni attraverso lo Stretto verso la riunificazione.

Taiwan rappresenta circa il 70% della fornitura mondiale di microchip. È una parte importante della catena di produzione di beni come smartphone, computer e automobili. E si trova vicino alle rotte marittime del Pacifico che convogliano trilioni di dollari di scambi commerciali in entrata e in uscita dall’Asia orientale. 

L’interdipendenza è stata a lungo vantaggiosa per la Cina, alimentando la rapida crescita della sua industria microelettronica. Huawei, attraverso la sua sussidiaria HiSilicon, ha potuto progettare e realizzare circuiti per smartphone di ultima generazione e impianti 5G in virtù del libero accesso alla filiera di approvvigionamento globale.

Con Trump gli Stati Uniti hanno identificato nei semiconduttori una grande vulnerabilità della Cina e ne hanno sfruttato la dipendenza dalla tecnologia straniera. In particolare, hanno limitato il loro export di microelettronica a fini militari, prendendo di mira i destinatari della stessa. Negli ultimi anni l’industria dei semiconduttori è divenuta così uno dei principali terreni di scontro tra USA e Cina. Lo scontro è proseguito con l’Amministrazione Biden e ripreso con il Trump bis; la Cina è rimasta a lungo di gran lunga il più importante partner commerciale di Taiwan, con una quota di oltre il 26% del commercio totale. Ora, gli ultimi dati indicano che circa il 30% – 31% del totale delle esportazioni taiwanesi si dirigono verso gli Stati Uniti, trainati dall’enorme domanda globale di semiconduttori e tecnologie legate all’Intelligenza Artificiale.

Anche l’opzione bellica per la riunificazione con Taiwan non viene esclusa dalla dirigenza di Pechino. Pur ritenendo che la questione debba essere risolta pacificamente, se Taiwan avvierà una drastica spinta all’indipendenza o se un altro Paese spingerà per l’indipendenza per suo conto, Xi Jinping ha già affermato chiaramente che la Cina condurrà una risposta militare. Nel Libro bianco sulla difesa del 2019, la Cina ha osservato che “non consentirà mai la secessione di nessuna parte del suo territorio, organizzazione o partito politico e utilizzerà tutti i mezzi disponibili per farlo, incluse le sue capacità militari”».

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Quali sono oggi gli assetti politici all’interno dell’isola? C’è chi propenderebbe ad una riunificazione pacifica con la Repubblica Popolare Cinese 

«L’Ufficio per gli affari di Taiwan e l’Ufficio per le informazioni, entrambi sotto il Consiglio di Stato cinese, hanno pubblicato congiuntamente nel 2022 un Libro Bianco intitolato “La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era”, in cui ribadiscono le affermazioni di Pechino sull’isola e denunciano gli sforzi indipendentisti portati avanti dal Partito progressista taiwanese dell’attuale Presidente Lai Ching-te. Il documento, presentato in cinque sezioni, è stato pubblicato per ribadire il fatto che Taiwan fa parte della Cina, per dimostrare la determinazione del Partito Comunista Cinese e del popolo cinese nella riunificazione nazionale e per sottolineare la posizione e le politiche di Pechino oggi. Inoltre, sottolinea l’aumento delle comunicazioni attraverso lo stretto.

Il testo ribadisce il suo appello per la riunificazione e il governo di Taiwan secondo il modello “un Paese, due sistemi”. Allo stesso tempo, promette di creare enormi opportunità per lo sviluppo sociale ed economico dell’isola: “porterà benefici tangibili al popolo taiwanese”. Il documento afferma che, dopo la riunificazione, il resto delle nazioni potrebbe continuare a sviluppare relazioni economiche e culturali con Taiwan. Questi Paesi potrebbero stabilire consolati o altre istituzioni ufficiali e quasi ufficiali sull’isola, mentre le organizzazioni internazionali potrebbero istituire un ufficio, il tutto con l’approvazione del Governo centrale cinese. “Dopo la riunificazione … sostenuta dal vasto mercato continentale, l’economia di Taiwan godrà di prospettive più ampie, sarà più competitiva, svilupperà catene industriali e di approvvigionamento più stabili e fluide e mostrerà una maggiore vitalità nella crescita guidata dall’innovazione”.

Tale programma potrebbe presto essere accettato dal Kuomintang (KMT) che rappresenta la principale forza di opposizione alla logica indipendentista del Partito progressista taiwanese (DPP). Il Partito Popolare di Taiwan (TPP), rappresenta un terzo polo di natura centrista e populista, spesso ago della bilancia in parlamento. Esso promuove riforme sociali ed economiche cercando di smarcarsi dalla classica polarizzazione tra DPP e KMT ma è risultato decisivo finora per depotenziare gli acquisti di armamenti statunitensi che il DPP vorrebbe incrementare».

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Gli Stati Uniti dal 1945 si sono sempre proclamati i paladini dell’indipendenza di Taiwan, non va poi dimenticato che essi dipendono per il 45% dai semiconduttori prodotti sull’isola, fondamentali nelle armi avanzate tecnologicamente. Crede che oggi alla luce della sconfitta strategica che stanno subendo sia nel Vicino Oriente, sia in Ucraina, sia ancora disposti a scatenare una guerra per “difendere” l’isola che fa ancora parte di quel sistema di proiezione globale su cui si è basata fino ad oggi la potenza talassocratica statunitense?

«Prima di parlare di “sconfitta strategica” degli Stati Uniti in Medio Oriente e in Ucraina andrei molto piano. Certamente gli USA si trovano in una fase di impasse ma non è detto che non trovino il modo di uscirne, naturalmente a spese dei vassalli europei. A quel punto, pur di evitare l’inevitabile sorpasso tecnologico-militare della Cina nei prossimi 3-5 anni potrebbero anche essere disposti a scatenare un conflitto.

Nel febbraio 2025, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha aggiornato la “Scheda informativa sulle relazioni USA-Taiwan”, rimuovendo la frase “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan”. Questo cambiamento semantico indica una modifica sostanziale nella politica statunitense, intensificando la competizione con Pechino. Esso avviene in un contesto di progressivo disimpegno degli Stati Uniti dagli strumenti del diritto internazionale, preferendo un approccio basato sulla pressione geopolitica e militare ma senza rinunciare al progetto di creazione di una NATO asiatica, solleticando il militarismo giapponese e il nazionalismo filippino».

Dott. Vernole la Cina sta appoggiando sia pur in modi discreto l’Iran nella guerra difensiva contro l’aggressione israeliana statunitense, mentre sta intensificando i rapporti strategici con Mosca. Un’ alleanza a tre euroasiatica. Ce ne vuole parlare?

«Nella linguistica cinese la parola “alleanza” non esiste ma si può tranquillamente definire un’amicizia senza limiti. La tenuta di questo triangolo euroasiatico Pechino-Mosca-Teheran è determinante per la tenuta del mondo multipolare ed evitare un nuovo tentativo egemonico come quello portato avanti dalla “Coalizione Epstein”. Tuttavia, se la situazione geopolitica globale dovesse peggiorare ulteriormente, non è detto che non si arrivi ad una saldatura inedita a 360° tra questi tre Paesi che attualmente preferiscono mantenere la propria indipendenza strategica. Il trattato tra Mosca e Teheran, ad esempio, non prevede l’automatismo nel caso uno dei due Paesi venga aggredito, come invece tra Russia e Corea».

La “Nuova Via della Seta”, come e perché è così importante e quali conseguenze avrà nel prossimo futuro se andrà a pieno regime?

«La Nuova Via della Seta ha già registrato risultati straordinari. A maggio 2025, il numero di Paesi che avevano aderito alla Belt and Road Initiative (BRI) firmando un Memorandum d’intesa (MoU) con la Cina e non sono usciti dalla BRI era di 150. I Paesi (esclusa la Palestina) della Belt and Road Initiative (BRI) sono distribuiti in tutti i continenti:

Africa – 53 Paesi; Asia centrale – 6 Paesi; Asia orientale – 3 Paesi; Europa – 29 Paesi; America Latina e Caraibi – 22 Paesi; Medio Oriente – 9 Paesi; Pacifico – 12 Paesi; Asia meridionale – 6 Paesi; Sud-est asiatico – 10 Paesi. Ciò include anche 17 Paesi dell’Unione europea (UE) e 8 Paesi del G20.

La ragione di questo successo è evidente: si tratta del solo progetto infrastrutturale globale concreto e finanziato strategicamente in grado di far ripartire lo sviluppo internazionale dopo lo shock dovuto al crollo dei mutui subprime statunitensi nel 2008».

L’Italia rinunciò sotto evidenti pressioni di Washington e Bruxelles a sviluppare relazioni più stabili e proficue con Pechino: la “Nuova Via della Seta” in primis. Pensa che sarebbe auspicabile per noi riaprire alla possibilità di avere rapporti più stabili e di reciproco interesse con la Cina?

«La crescente integrazione della Cina nei flussi del commercio globale nel 2001 e l’apertura del suo mercato interno offrirono nuove e rilevanti opportunità di cooperazione per i partner europei. L’Italia, sostenuta da un tessuto produttivo altamente specializzato e orientato all’internazionalizzazione, seppe valorizzare tali dinamiche, configurandosi come un interlocutore privilegiato di Pechino in ambiti strategici quali l’industria manifatturiera avanzata, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e la formazione universitaria.

L’evoluzione positiva di questa collaborazione trovò un compimento istituzionale con la firma del Partenariato Strategico Globale tra Italia e Cina nel 2004 (tuttora in vigore), in occasione della visita ufficiale del premier cinese Wen Jiabao a Roma. Tale accordo rappresentò una svolta qualitativa nelle relazioni bilaterali, conferendo loro una cornice politico-istituzionale di lungo periodo e delineando un dialogo sistematico e multi-livello che trascendeva la dimensione meramente economica. Il partenariato assunse, infatti, una valenza più ampia, comprendendo questioni di governance globale, sviluppo sostenibile, cooperazione culturale e innovazione scientifica, in un’ottica di mutuo riconoscimento e interdipendenza crescente.

A partire dal 2013, con il lancio della Belt and Road Initiative (BRI), le relazioni tra Italia e Cina si inserirono in un nuovo contesto geopolitico. La BRI, concepita come un progetto di interconnessione infrastrutturale e commerciale su scala euroasiatica, offrì all’Italia l’opportunità di valorizzare la propria posizione nel Mediterraneo e di rafforzare la proiezione internazionale del proprio sistema produttivo. L’interesse per l’iniziativa trovò espressione nella firma del Memorandum d’intesa del marzo 2019, che rese l’Italia il primo Paese del G7 ad aderire formalmente al progetto, suscitando ampio dibattito interno ed europeo.

Nel 2023, al termine del quinquennio previsto dal Memorandum d’intesa sottoscritto nel 2019, l’Italia ha deciso di non rinnovare la propria adesione alla Belt and Road Initiative, segnando una nuova fase nell’evoluzione del rapporto bilaterale. La decisione riflette la volontà di riallineare la politica estera italiana ai principi di coerenza euro-atlantica e di selettività economico-diplomatica. Pur senza interrompere i canali di dialogo con Pechino, Roma ha riaffermato l’intenzione di perseguire una cooperazione pragmatica e multilaterale, privilegiando un approccio fondato su reciprocità, trasparenza e tutela degli interessi nazionali all’interno di un quadro di partenariato equilibrato e sostenibile. Una cooperazione italo-cinese in Africa, in particolare, potrebbe essere ampliata e generare importanti benefici per tutti».