Il patentino di antifascista per esporre ad una fiera libraria è un attentato alla libertà d’espressione
(Paolo Danieli) ‘Più libri. Più liberi’ la fiera della piccola a media editoria promossa dall’Associazione Italiana degli Editori, adotta la clausola antifascista. Esattamente come l‘amministrazione comunale di Verona a guida Damiano Tommasi. Per partecipare alla mostra del libro che si terrà dal 4 all’ 8 dicembre a Roma al centro congressi, La Nuvola, all’EUR il richiedente si dovrà dichiarare antifascista. Lo stesso criterio adottato dal Comune di Verona per concedere gli spazi comunali. Chi li richiede deve fare professione, nero su bianco, di antifascismo.

Nel dettaglio chi vuole partecipare alla fiera del libro deve dichiarare “di “aderire ai valori e ai principi espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana; rispettare i principi di libertà di pensiero e di stampa, di tutela della dignità umana e libertà della persona senza alcuna distinzione per ragioni di etnia, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o altro; rifiutare ogni forma di discriminazione e di incitamento all’odio; impegnarsi a rispettare tutte le disposizioni di legge e i regolamenti applicabili”.

Meloni: altro che antifascismo. Questa è censura. Incompatibile con la libertà
Giorgia Meloni ha subito pubblicato un post sulla sua pagina di ‘X’: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica»

E Vannacci le dà ragione
Dall’assemblea costituente di Futuro Nazionale arriva un plauso alla Meloni dal generale Vannacci:
«Ha perfettamente ragione, perché in un Paese dove la libertà di espressione è in Costituzione questa libertà di espressione non deve essere soggetta ad alcun patentino, sia esso di artifascismo o di anti non so che cosa”. “Se io domani volessi fare l’elogio della monarchia – aggiunge – non vedo perché non potrei farlo visto che è una libertà di espressione, poi sarà il popolo italiano a decidere se la monarchia o se il livello che ho intenzione di pubblicare sia opportuno o non sia opportuna sia da buttare in un cestino”

La sinistra invece sull’antifascismo ci continua a marciare
I leader del centrosinistra invece non ci trovano niente di strano a chiedere patentini di antifascismo perché, dicono, è parte della Costituzione. Ma dimenticano che essa garantisce la libertà di pensiero e di espressione e solo nella 12ª Disposizione Transitoria vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista.
Da notare che si tratta di una “Disposizione Transitoria”, ovvero di qualcosa che gli stessi costituenti ritenevano legato a quel particolare momento storico che richiedeva di preservare la neonata democrazia dal pericolo che il partito fascista, sciolto da poco, potesse ricostituirsi. Una transitorietà che dopo 80 anni potrebbe essere anche considerata pacificamente conclusa. Anche in considerazione del fatto che oggi nessuno potrebbe mettersi in mente di ricostituire un soggetto politico indissolubilmente legato ad una condizione temporale, storica e geopolitica che non esiste più e che è irripetibile.
Disposizione che in ogni caso vieta un’azione politica, non un pensiero. Quindi non proibisce di pensare o condividere le idee di quel movimento, come di nessun altro.

Ma a costruire la Repubblica c’erano anche gli ex-fascisti
E’ di tutta evidenza che l’antifascismo è l’ultimo salvagente di una sinistra che annega nel vuoto in cui s’è trovata dopo il crollo dei suoi miti. Se ne parla più oggi, a distanza di 80 anni, che negli anni ’50 o ’60, quando il fascismo era caduto da poco e i fascisti erano ancora quasi tutti vivi e avrebbero potuto rappresentare davvero un pericolo.
Ma allora questi fascisti, o tutti gli italiani che al fascismo avevano aderito o da cui comunque ne avevano ricevuto la formazione, costituivano l’ossatura della Repubblica. Erano politici, ministri, magistrati, ingegneri, industriali, medici, professionisti, militari e lavoratori, tutti impegnati a ricostruire l’Italia distrutta dalla guerra. E ci sono riusciti egregiamente, fino a portata ad essere in un paio di decenni la 5ª potenza economica del mondo.
Lo hanno fatto tirandosi su le maniche, pensando all’Italia presente: il fascismo era acqua passata.

Dopo il ’68 hanno resuscitato l’antifascismo
A farlo tornare di moda è stato il ’68. E poi “l’arco costituzionale” che escludeva dalla dialettica democratica il MSI, che però non fu mai messo fuorilegge.
Da allora i comunisti hanno cominciato ad usare l’antifascismo come collante per il fronte politico da loro egemonizzato. Ma in piena guerra fredda più che la logica “fascismo/antifascismo” contava quella “comunismo/anti-comunismo”. E solo all’interno di questa faceva gioco evocare il fantasma del pericolo “fascista” con l’obiettivo di far passare l’equazione anticomunista=fascista.
Caduto il Muro alla sinistra, abbandonate la rivoluzione proletaria e la classe operaia e sostituite dalla teoria gender, dal cosmopolitismo e dall’accoglienza, è rimasto solo l’antifascismo come arma propagandistica.
La censura antifascista è incostituzionale
Ma come ben evidenziato dalla Meloni, pretendere che uno firmi la clausola antifascista per accedere a normali diritti civili come quello di partecipare ad una fiera libraria o di chiedere una sala civica, diventa un atto discriminatorio. Una censura incompatibile con la stessa Costituzione che a parole credono di difendere ma che invece offendono.
