(David Benedetti*) Lavorando come insegnante mi è capitato di partecipare a molti esami di maturità. In quei giorni, credetemi, poche cose sembrano importanti quanto il voto finale.

Sessanta, ottanta, novanta, cento. Numeri che riempiono conversazioni, alimentano aspettative, generano confronti. Gli studenti li immaginano, i genitori li sperano, gli insegnanti cercano di contestualizzarli. Per settimane sembrano rappresentare la misura esatta di un percorso lungo cinque anni.

Poi accade qualcosa di curioso.
Passa il tempo.
A distanza di qualche anno, quasi nessuno ricorda il voto di maturità dei propri amici. Spesso si fatica persino a ricordare il proprio. Rimangono invece altri dettagli: il caldo di giugno, l’ansia della notte prima, una risposta brillante, una figuraccia memorabile, una risata condivisa.

È uno dei paradossi più interessanti della scuola. Il numero che per qualche giorno appare decisivo finisce spesso per diventare secondario, mentre acquistano valore esperienze che nessuna commissione ha mai valutato.
Questo non significa che il voto sia inutile. Ogni valutazione serve a fotografare un momento, a riconoscere un impegno, a certificare competenze e conoscenze. Il problema nasce quando quella fotografia viene scambiata per l’intera persona.

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Il voto che viene subito dimenticato

Un ragazzo non coincide con il suo cento. Così come non coincide con il suo sessanta.
Dentro un voto non entrano molte delle cose che contano davvero: la capacità di rialzarsi dopo una difficoltà, il coraggio di cambiare strada, la gentilezza verso gli altri, la curiosità, la creatività, la determinazione. Non entrano le amicizie costruite in cinque anni, le passioni scoperte per caso, gli errori che hanno insegnato più di molti successi.

Eppure ogni anno, nei giorni della maturità, continuiamo a trattare quel numero come se contenesse un verdetto definitivo.Forse perché i numeri rassicurano. Sono semplici, immediati, facili da confrontare. Le persone, invece, sono molto più complesse.

La vita adulta se ne accorge presto. Dopo un colloquio di lavoro, un progetto riuscito, un’amicizia importante o una scelta coraggiosa, quasi nessuno chiede quale voto si sia ottenuto alla maturità. Non per mancanza di rispetto verso la scuola, ma perché il tempo modifica la gerarchia delle cose che contano. Ciò che resta non è il numero stampato sul diploma. Restano le competenze costruite, i valori acquisiti, le persone incontrate lungo il percorso.

Per questo il voto di maturità merita di essere preso sul serio, ma non troppo sul serio.
Vale la pena festeggiarlo se è motivo di soddisfazione. 
Vale la pena accettarlo se è diverso da quello sperato.                             
Ma vale soprattutto la pena ricordare che racconta una parte della storia, non la storia intera. Il giorno in cui viene pubblicato sembra importantissimo.              

E in effetti lo è.
Per un giorno.
Poi comincia il resto della vita.

*insegnante Liceo Scientifico