(Angelo Paratico) Ventinove anni fa giunse la fine del secolare impero britannico, con il passaggio alla Cina di quel gruppo di scogli che andava sotto il nome di Hong Kong (baia profumata), trasformata dal genio di noi europei in una gemma di tolleranza, di bellezza, di ricchezza. Ci ho abitato per 35 anni e la mia conclusione era stata che il mondo avrebbe dovuto essere una gigantesca Hongkong che abbracciasse tutto il pianeta, ecco, allora sì che saremmo vissuti tutti in Paradiso. Avevo incontrato Tiziano Terzani, che la conosceva bene, ma mi disse che l’avrebbe lasciata prima che i cinesi ne prendessero il pieno possesso, non voleva rivivere ciò che aveva visto a Saigon quando entrarono i Vietcong. I militari cinesi vi entrano alle prime luci dell’alba su camionette con scritto davanti “IVECO”.
Il passaggio di Hong Kong nel 1997 è stato ben più di un semplice trasferimento cerimoniale della sovranità dal Regno Unito alla Repubblica Popolare Cinese; ha rappresentato la conclusione simbolica di una delle più longeve imprese coloniali della storia mondiale. Avevamo avuto tre mesi di pioggia incessante e mentre l’Union Jack veniva ammainata e la bandiera cinese sventolò su Victoria Harbour alla mezzanotte del 1° luglio 1997, il mondo assisteva non solo a un rituale diplomatico, ma a un’immagine potente del crepuscolo di un grande impero sul quale il sole non tramontava mai. Per la Gran Bretagna, Hong Kong era stata l’ultima grande posseduta imperiale in Asia, un gioiello del commercio e della cultura che incarnava sia l’ambizione che le contraddizioni del dominio coloniale. Per la Cina, il passaggio di consegne rappresentò la fine di un «secolo di umiliazioni» e il ripristino della dignità nazionale. Per la popolazione di Hong Kong, fu l’inizio di una nuova era complessa, caratterizzata da incertezza, lotte identitarie e un rapporto in continua evoluzione con Pechino.

Anche gli italiani l’hanno fatta grande
Sono stati molti gli italiani che l’hanno fatta grande, i nostri missionari del PIME e i salesiani e le nostre suore canossiane che vi hanno portato salute e scuole, la rete elettrica dell’isola di Hong Kong era stata progettata da un figlio del comandante Junio Valerio Borghese, il nostro console poliglotta Eugenio Zenoni Volpicelli vi aveva portato Dante Alighieri e Cesare Beccaria.
L’Origine di Hongkong
Le radici di questo momento storico risalgono al XIX secolo, quando la Gran Bretagna, nell’espandere il proprio impero globale, utilizzò la propria potenza navale e commerciale per costringere la Cina a concedere territori dopo le guerre dell’oppio. Il Trattato di Nanchino del 1842 cedette l’isola di Hong Kong alla Gran Bretagna a titolo perpetuo, seguito dalla Convenzione di Pechino del 1860, che aggiunse Kowloon. L’espansione definitiva avvenne nel 1898 con la concessione in affitto per 99 anni dei Nuovi Territori, l’entroterra che rese Hong Kong strategicamente vitale. Sebbene la Gran Bretagna investisse massicciamente per trasformare Hong Kong in un centro finanziario e in un importante porto, il suo dominio fu caratterizzato da un sistema in cui il mondo girava così e i britannici mantennero comunque degli standard. Verso la fine del XX secolo, Hong Kong era diventata un paradosso: una città capitalista fiorente con aspirazioni democratiche, governata sotto l’autorità coloniale senza piena rappresentanza.
La scadenza del contratto di locazione per 99 anni dei Nuovi Territori nel 1997 rese inevitabile affrontare la questione del futuro di Hong Kong. Senza i Nuovi Territori, Hong Kong era economicamente e strategicamente insostenibile. I negoziati tra la Gran Bretagna e la Cina iniziarono alla fine degli anni ’70 e culminarono nella Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984. Questo accordo stabilì il principio di «un paese, due sistemi», in base al quale Hong Kong sarebbe tornata sotto la sovranità cinese ma avrebbe mantenuto il proprio sistema capitalista, la magistratura indipendente e il proprio stile di vita per cinquant’anni oltre il 1997. La Dichiarazione congiunta prometteva che Hong Kong avrebbe goduto di un «elevato grado di autonomia», garantendo che le libertà assenti nella Cina continentale sarebbero state preservate almeno fino al 2047. Eppure, al di là del linguaggio diplomatico, c’erano profonde ansie sul fatto che tali promesse potessero essere mantenute. Sopravvisse alla brutale invasione giapponese, con la resa dei suoi difensori, la notte di Natale del 1941 ma rifiorì dopo la guerra.

La transizione stessa fu meticolosamente orchestrata. La notte del 30 giugno 1997, il principe Carlo rappresentò la Corona britannica, mentre il neoeletto e pimpante primo ministro Tony Blair e il governatore Chris Patten presero parte alla cerimonia di passaggio di consegne. Patten, spesso definito l’«ultimo governatore imperiale», aveva tentato di introdurre riforme democratiche a Hong Kong all’inizio degli anni ’90, causando tensioni con Pechino. La sua partenza fu vista da molti come una conclusione emotiva del dominio britannico. La cerimonia presso il Centro Congressi ed Esposizioni di Hong Kong fu caratterizzata da un misto di sfarzo e solennità, con il presidente cinese Jiang Zemin e il premier Li Peng a capo della delegazione di Pechino. L’ammaina-bandiera britannica e l’innalzamento di quella cinese, furono un fatto molto emozionante e ricordo molti attorno a me che scoppiavano in lacrime. A mezzanotte giunse un furioso temporale che rimase impresso nella memoria collettiva mondiale. Iddio lo aveva mandato per mostrare il suo sfavore all’una o all’altra parte? Per molti, fu la metafora perfetta: lo sbiadire del potere imperiale sotto a cieli tempestosi, che lasciavano il posto a un’alba incerta.

L’Handover
Per la Gran Bretagna, il passaggio di consegne fu al tempo stesso un’umiliazione e un sollievo. Umiliazione, perché sottolineava i limiti dell’ambizione imperiale e l’incapacità di assicurarsi il controllo perpetuo su un territorio così vitale. Sollievo, perché eliminava l’onere di amministrare una colonia sempre più desiderosa di rappresentanza e consentiva alla Gran Bretagna di ridefinire il proprio ruolo di potenza globale moderna, meno dipendente dai possedimenti coloniali.
La narrativa britannica dopo il 1997 si è concentrata sull’orgoglio di aver trasformato Hong Kong in uno dei grandi centri finanziari del mondo, evitando al contempo il confronto con la Cina che avrebbe potuto compromettere la stabilità della città. Eppure, per molti britannici, il passaggio di consegne è rimasto venato di rammarico, nella consapevolezza che il sipario finale del loro impero non si è calato con una vittoria, ma con una ritirata.
Per la popolazione di Hong Kong, quel momento era ben più complesso. Molti residenti erano profondamente preoccupati per il futuro, temendo l’erosione delle libertà sotto il dominio cinese. Negli anni precedenti al 1997 si verificò un’ondata di emigrazione, con famiglie che si trasferivano in Canada, Australia e Stati Uniti, spesso come forma di polizza assicurativa contro l’incertezza politica. Altri ancora nutrivano la speranza che il principio «un paese, due sistemi» avrebbe permesso a Hong Kong di prosperare, beneficiando di una più stretta integrazione con la fiorente economia cinese pur conservando il proprio carattere globale. I primi anni dopo il passaggio di consegne sembravano confermare questo ottimismo: Hong Kong continuava a prosperare come centro finanziario, il suo sistema giuridico rimaneva intatto e le sue libertà erano in gran parte preservate. Ma sotto la superficie covavano tensioni tra le aspirazioni locali e l’autorità di Pechino.
Il futuro è incerto
Col senno di poi, il passaggio di consegne del 1997 ha segnato una svolta non solo per Hong Kong, ma anche per la geopolitica globale. Ha segnato il declino del colonialismo occidentale e l’ascesa della Cina come forza in grado di ridefinire l’ordine internazionale. Le questioni che ha sollevato in materia di sovranità, identità e democrazia continuano a risuonare ancora oggi, soprattutto alla luce degli sconvolgimenti politici che Hong Kong ha affrontato nei decenni successivi. La promessa di «un paese, due sistemi» rimane sotto pressione, con dibattiti su libertà, governance e autonomia che si intensificano in modi che i negoziatori degli anni ’80 difficilmente avrebbero potuto immaginare. Eppure, nella memoria collettiva del mondo, quella notte piovosa del 1997 rimane indelebile: la fine dell’impero, la riconquista della sovranità e l’inizio incerto di una nuova era.
In definitiva, il passaggio di Hong Kong nel 1997 non fu solo un trasferimento di territorio, ma il culmine di secoli di storia, di impero e di lotte. Rappresentò l’addio riluttante della Gran Bretagna al proprio passato imperiale, l’affermazione da parte della Cina di un rinnovato i furono a dispiegarsi, l’eredità di quel momento di mezzanotte permane come promemoria dei mutamenti delle correnti di potere, delle complessità dell’identità e dell’impatto duraturo della fine dell’impero. La Cina calcò la mano su quegli accordi, quando dei pazzi cominciarono a lavorare per l’indipendenza invece che per l’autonomia e la Cina intervenne con il pugno di pietra.
