(di Francesca Romana Riello) Osvaldo Bagnoli è morto questa mattina. Aveva 91 anni. Fu lui, da allenatore, a portare l’Hellas Verona allo scudetto del 1985, l’unico della storia del club.
Arrivò sulla panchina gialloblù nel 1981, quando il Verona giocava in Serie B. Prima di diventare allenatore era stato a sua volta calciatore, centrocampista cresciuto nel Milan, con una carriera trascorsa tra Serie A e Serie B vestendo, tra le altre, le maglie di Verona, Udinese e Catanzaro. Proprio con il Verona aveva giocato nella stagione 1957-58, molto prima di tornarci da allenatore. Guidò poi la promozione in Serie A, un quarto posto e due finali di Coppa Italia, fino alla stagione 1984-85, quella che avrebbe legato per sempre il suo nome alla città.
Il Verona di Bagnoli diventò campione d’Italia
In rosa c’erano Claudio Garella in porta, Roberto Tricella capitano, Pietro Fanna, Antonio Di Gennaro, Domenico Volpati, Giuseppe Galderisi. Nell’estate del 1984 arrivarono Hans-Peter Briegel e Preben Elkjær. Il campionato si aprì con un 3-1 al Napoli di Diego Armando Maradona e il Verona prese subito la testa della classifica, senza più lasciarla.
Fu un campionato costruito sulla continuità, non su una serie di episodi favorevoli. La squadra perse soltanto due partite in tutto il torneo, con una delle difese più forti della Serie A e un equilibrio che portava la firma dell’allenatore. Il 12 maggio 1985, a Bergamo, il pareggio contro l’Atalanta consegnò matematicamente lo scudetto all’Hellas. Verona scese in strada per festeggiare quello che all’inizio della stagione nessuno aveva pronosticato.

È morto Osvaldo Bagnoli, il mister rimasto nella storia di Verona
Bagnoli restò sulla panchina gialloblù fino al 1990, portando il Verona anche in Coppa dei Campioni. Il ciclo si chiuse con una retrocessione, negli anni difficili della società, senza però intaccare il legame costruito con la città in quelle nove stagioni. Dopo Verona allenò il Genoa, arrivando fino alla semifinale di Coppa Uefa, e chiuse la carriera in panchina all’Inter.
Lo chiamavano il Mago della Bovisa, dal quartiere milanese dove era cresciuto. Il soprannome raccontava la sua capacità di costruire squadre più forti di quanto sembrassero sulla carta, anche se di magico, nel suo modo di intendere il calcio, c’era poco: soprattutto lavoro, conoscenza dei giocatori e capacità di leggere gli uomini prima ancora dei calciatori. Parlava poco, non cercava i riflettori e anche dopo il 1985 continuò a raccontare quello scudetto senza mai trasformarlo in un monumento a se stesso.
L’allenatore che portò Verona in cima all’Italia
Lo scudetto del Verona resta una delle imprese più difficili da ripetere nella storia del calcio italiano. Arrivò in un campionato nel quale giocavano alcuni dei più grandi campioni del mondo e davanti a società con risorse e tradizioni molto superiori. Una stagione entrata nella memoria della città, tra le bandiere alle finestre, il ritorno da Bergamo e quell’immagine di Elkjær che segna contro la Juventus dopo aver perso una scarpa, diventata uno dei simboli di quell’Hellas.
Bagnoli rimase legato a Verona e all’Hellas anche dopo la fine della carriera, senza vivere di quello che aveva fatto. Nel 2017 entrò nella Hall of Fame del calcio italiano, un riconoscimento arrivato molti anni dopo la sua ultima partita in panchina.
Oggi Verona perde uno dei protagonisti più importanti della propria storia sportiva. Quello scudetto è rimasto sulle maglie per una stagione soltanto, ma ha attraversato più di quarant’anni senza perdere il suo significato. E dietro quella squadra, inevitabilmente, c’è ancora lui: Osvaldo Bagnoli, l’allenatore che portò il Verona dove non era mai arrivato prima.
