Ma non è con l’immigrazione selvaggia che si risolve il problema lavoro

L’Italia si trova di fronte a una sfida demografica e occupazionale senza precedenti. Negli ultimi 10 anni abbiamo perso circa 550 mila giovani tra i 15 e i 34 anni a causa della denatalità e dovremo affrontare il pensionamento di oltre 3 milioni di lavoratori entro il 2029. A lanciare l’allarme è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che si interroga su chi potrà sostituire questa consistente quota di forza lavoro.

Per molte imprese, soprattutto quelle di piccole dimensioni, reperire personale qualificato è già oggi una vera e propria impresa. Le aziende più piccole, infatti, dispongono di una minore capacità attrattiva rispetto ai grandi gruppi e rischiano di subire maggiormente gli effetti del calo demografico. Secondo le stime della CGIA, le difficoltà nel reperimento di lavoratori interesseranno il 64,4% le imprese della Lombardia, il 58,6% di quelle dell’Emilia-Romagna e il 56,5% delle aziende del Veneto.

L’associazione smentisce inoltre l’idea che il solo ricorso all’immigrazione possa risolvere il problema della carenza di manodopera. La soluzione, sostiene, passa attraverso una programmazione più efficace dei flussi d’ingresso. In questo senso il Piano Mattei rappresenta un’opportunità: occorre accelerare la creazione di corsie preferenziali riservate a chi, nei Paesi di origine, abbia seguito corsi di lingua italiana e conseguito qualifiche professionali richieste dal mercato del lavoro nazionale. Parallelamente, le imprese dovrebbero garantire occupazioni stabili e un concreto supporto nella ricerca di alloggi dignitosi e a costi sostenibili.

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La denatalità influisce sulla previdenza di domani

Sul fronte previdenziale, le proiezioni di Istat e Ministero dell’Economia indicano che, a causa dell’invecchiamento della popolazione, la spesa per le pensioni salirà temporaneamente dall’attuale 15,4% del Pil al 17% nel 2040, per poi diminuire progressivamente fino a scendere sotto il 14% entro il 2070. Secondo queste stime, il sistema pensionistico dovrebbe quindi mantenere la propria sostenibilità nel lungo periodo.

Resta però aperta la questione delle pensioni future dei giovani. Percorsi lavorativi sempre più frammentati, contratti discontinui e salari contenuti rischiano infatti di tradursi in assegni pensionistici insufficienti a garantire un tenore di vita dignitoso.

Per questo la CGIA richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare la previdenza complementare, che oggi registra ancora una scarsa adesione tra i lavoratori dipendenti. Tra le possibili soluzioni vengono indicate la possibilità di aderire volontariamente a una forma di risparmio previdenziale individuale presso l’INPS oppure maggiori incentivi all’utilizzo dei fondi pensione privati, seguendo l’esempio di altri Paesi europei.