Il problema, anche del centro di Verona, è di accogliere i turisti senza far scappare i residenti
(David Benedetti) C’è un’immagine che continua a dominare Atene, qualunque sia la direzione da cui la si guardi: l’Acropoli. Il Partenone resta immobile, sospeso sopra la città, mentre ai suoi piedi tutto cambia. È il paradosso della capitale greca: vive della propria storia, ma deve fare i conti con un presente che quella stessa storia sta contribuendo a trasformare.
Su Atene come su altre città d’arte la pressione del turismo
Atene è ormai una delle grandi destinazioni del turismo europeo. Intorno all’Acropoli, a Plaka e a Monastiraki, la città appare sempre più organizzata per accogliere chi arriva da fuori: ristoranti, locali, negozi, souvenir e appartamenti destinati agli affitti brevi occupano uno spazio crescente. Il turismo porta denaro, lavoro e investimenti. Ma porta con sé anche una domanda meno rassicurante: quando una città diventa soprattutto una destinazione, quanto spazio resta per chi quella città la abita?

È una domanda che Atene condivide con molte capitali e città d’arte europee.
Roma conosce da anni il conflitto tra residenti e turismo nelle strade del centro storico, dove il commercio di prossimità ha lasciato spazio in molti casi ad attività rivolte quasi esclusivamente ai visitatori. Firenze ha trasformato una parte consistente del proprio centro in una vetrina internazionale, con una pressione crescente sugli affitti e sugli immobili.
A Verona, attorno all’Arena e alle vie del centro, il turismo è una risorsa economica fondamentale, ma anche qui il confine tra città vissuta e città visitata diventa sempre più sottile.
Non sono fenomeni identici e sarebbe sbagliato mettere sullo stesso piano realtà molto diverse. Ma la dinamica è simile: più una città diventa desiderabile per chi arriva da fuori, più aumenta il valore economico dello spazio urbano. E quando una casa, un negozio o un intero palazzo possono rendere di più rivolgendosi a un visitatore che a un residente, il mercato tende inevitabilmente a spostarsi.
Atene ha inoltre un elemento che rende il contrasto particolarmente evidente. È una città che non può separare il proprio presente dal proprio passato: l’Acropoli è contemporaneamente monumento, simbolo nazionale, patrimonio culturale e attrazione turistica. Intorno a quel simbolo si muove un’economia che coinvolge alberghi, ristorazione, trasporti, commercio e mercato immobiliare.
Il rischio, dunque, non è che Atene diventi semplicemente “troppo turistica”. Il problema è più profondo: che la città finisca per essere progettata sempre più secondo le esigenze di chi vi trascorre qualche giorno e sempre meno secondo quelle di chi vi trascorre tutta la vita.
È lo stesso paradosso che si vede nelle grandi capitali europee. Il turismo permette ai centri storici di vivere, ma può anche svuotarli della loro funzione originaria. Le strade restano piene, i locali sono affollati, gli immobili vengono ristrutturati. Eppure quella vitalità può nascondere un processo opposto: la progressiva uscita dei residenti.
Atene non è ancora una città-museo, e ridurla a questo sarebbe ingeneroso. Basta allontanarsi dalle zone più battute per incontrare una capitale diversa: negozi di quartiere, palazzi segnati dal tempo, scuole, traffico, piccoli esercizi commerciali e una quotidianità che non ha nulla della cartolina. È proprio questo contrasto a raccontare meglio la trasformazione in corso.
Il dilemma ateniese è quindi anche un dilemma europeo. Quanto turismo può sostenere una città prima che il turismo cominci a cambiarne il carattere? E soprattutto: quanto siamo disposti a sacrificare della vita quotidiana di una città pur di conservarne intatta la sua immagine da cartolina?
L’Acropoli, naturalmente, resterà. Il Partenone continuerà a dominare Atene e a richiamare visitatori da ogni parte del mondo. La vera incognita non è ciò che accadrà sulla collina sacra, ma quello che succederà ai suoi piedi.
Perché una città d’arte può permettersi di essere visitata da milioni di persone. Molto più difficile è fare in modo che possa continuare, allo stesso tempo, a essere abitata.
