Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato l’Ambasciatore Bruno Scapini, fondatore del Comitato Italia Neutrale. Ha ricoperto numerosi incarichi all’estero, per ultimo Ambasciatore d’Italia in Armenia e in Italia, quale Ispettore del Ministero degli Affari Esteri e come Capo del Dipartimento degli Italiani nel Mondo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si è sempre impegnato nel sostenere la causa degli italiani all’estero e nel promuovere il Sistema Italia per lo sviluppo delle relazioni commerciali e culturali. Ha scritto articoli di geopolitica per diverse testate giornalistiche e riviste tra cui Il Giornale, La Verità, Panorama, Visione ed altre.

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l’ambasciatore Bruno Scapini

Ambasciatore Scapini stiamo assistendo a dei cambiamenti geopolitici di grande portata nel Vicino Oriente con l’Iran che resiste all’aggressione Usa-Israele e anzi contrattacca. Nel frattempo gli Houthi  alleati di Teheran, controllano lo stretto di Bab al Mandeb. Una sua valutazione sullo stato della guerra tra Iran Stati Uniti e Israele alla luce del blocco di Hormuz e Bab al Mandeb  e di conseguenza con ricadute pesanti anche su Suez?

«Sullo stato della crisi mediorientale, e intendo riferirmi in particolare alla guerra contro l’Iran intrapresa dagli Stati Uniti, credo sia palese ormai come l’Amministrazione Trump abbia agito, e continui ad agire, su istigazione di Israele.  E’ chiaro che esiste un comune interesse tra Washington e Tel Aviv  a contenere il ruolo espansivo di cui Teheran si è fatta protagonista negli ultimi anni a dispetto anche delle gravi sanzioni cui il Paese è stato sottoposto.

Ad Israele interessa pervenire ad un effettivo contenimento del ruolo dell’Iran ritenuto primaria minaccia alla sua esistenza, mentre gli Stati Uniti puntano prevalentemente ad evitare la dotazione di armi atomiche di Teheran, non solo nell’interesse di Israele, ma anche per contenere la proliferazione delle armi nucleari. 

Ma c’è un aspetto, tuttavia, su cui le posizioni americane e israeliane divergono, ed è di natura tattica: mentre il Governo a sionismo spinto di Netanyahu punta ad un allargamento del conflitto, costi quel che costi, pur di neutralizzare la minaccia della Repubblica islamica e dei suoi “proxy” con una guerra ad oltranza, l’Amministrazione Trump, consapevole del fatto che l’Iran non è più oggi quel Paese facilmente manipolabile quale era stato fino al tempo del Governo di Mossadeq, tende a privilegiare, visti anche gli scarni risultati ottenuti finora sul piano militare, la via del negoziato.

E ciò pur sapendo che questa strada sarà lunga e tortuosa potendo Teheran disporre di alcuni incisivi fattori di potenza – riconducibili sia al potenziale bellico posseduto che agli strumenti geopolitici disponibili – tali da rendere assai costosa qualunque iniziativa di guerra non solo per gli americani, ma anche per l’insieme  collettivo di quei Paesi  del Golfo le cui economie fondamentalmente dipendono dalla fruibilità degli Stretti di Hormuz e di Bab El Mandeb.  

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Non occorre grande immaginazione geopolitica del resto per comprendere l’importanza di queste due vie marittime che, controllate rispettivamente dagli iraniani, l’una, e dagli Youthi, l’altra, costituiscono un’arma di assoluto rilievo  strategico potendo influire non solo sull’entità del traffico commerciale di materie prime vitali per le economie regionali e occidentali, ma anche sul rischio di un isolamento marittimo di tutta la regione mediterranea qualora gli Youthi, su indicazioni di Teheran, decidessero di bloccare totalmente lo Stretto di Bab El Mandeb.

Uno sviluppo, quest’ultimo, oggi ancora ipotizzato, ma che se fosse realizzato avrebbe dirette e immediate ripercussioni anche sulla operabilità del Canale di Suez, dove transita almeno ¼  del commercio mondiale, e i cui passaggi, peraltro, si sarebbero già ora drasticamente ridotti.  Proprio in questa prospettiva, dunque, si dovrebbero valutare i recenti accadimenti nell’exclave spagnola di Ceuta. Qui non si tratta, a mio avviso, di un problema meramente migratorio; e pretestuosa appare la diatriba insorta tra il nostro Governo e Madrid a riguardo della gestione delle migliaia di marocchini che Rabat scarica alle porte di Ceuta.  

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La questione , infatti, ben altra. Il regime sionista di Tel Aviv, nella previsione del blocco dei due stretti marittimi di Hormuz e di Bab El Mandeb – da cui rischierebbe di venire strozzato –  punterebbe ad assicurarsi ora il controllo di Gibilterra la cui transitabilità dipende dal Regno Unito e dalla Spagna. E agisce a tal fine contando sul Governo “amico” del Marocco, cui è legato dagli Accordi di Abramo, al punto da svolgere congiuntamente perfino esercitazioni militari.

E la Spagna, pertanto, in questo contesto sarebbe oggi l’obiettivo da colpire, anche per via dei recenti trascorsi relativi alla mancata autorizzazione del Governo Sanchez alle forniture di armi per Israele.  Allo stato, quindi, prevarrebbe una posizione attendista da parte di Washington; e nonostante l’andamento altalenante del corso negoziale con Teheran, la via risolutiva più credibile sembrerebbe proprio il raggiungimento di un utile compromesso tra le pretese delle parti contrapposte. 

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Punto cruciale in tale scenario parrebbe, tuttavia, proprio il destino dello Stretto di  Bab El Mandeb, considerato un vero “chokepoint” per i traffici marittimi verso il Canale di Suez il cui blocco totale agirebbe da fattore scatenante per un allargamento a dismisura del conflitto, ben oltre i confini regionali. Uno sviluppo, questo che l’Amministrazione Trump, in questo momento di acuta sensibilità per le elezioni di “mid-term”, si guarda bene dall’ incoraggiare. In questi ultimi giorni, pertanto, non risultano sviluppi particolarmente rilevanti per le relazioni USA-Iran. Il quadro attuale resta caratterizzato dagli effetti dei più recenti attacchi bellici americani e dalle rappresaglie iraniane, preferendosi da parte di tutti gli attori optare per ulteriori tentativi diplomatici di pacificazione». 

Abbiamo visto in questi ultimi giorni un vero e proprio tentativo d’ invasione proveniente dal Marocco, contro l’enclave spagnola di Ceuta, che tra le altre cose appartiene alla Spagna da secoli. Decine di migliaia di clandestini hanno superato il confine innescando un emergenza per il governo spagnolo, che ha dovuto ricorrere all ‘intervento dell’Ejército de Tierra. Il Marocco non ha mai nascosto le sue mire su questo territorio, meno nota forse è  la stretta collaborazione tra Stati Uniti e Israele con il governo di Rabat, il tutto s’intreccia con  la vicinanza all’importante stretto di Gibilterra. Guerra ibrida contro la Spagna per la sua politica estera , tentativo di mettere un ipoteca su Gibilterra  o è solo un “fenomeno migratorio”…?

«A riguardo della questione di Ceuta, credo di aver già espresso la mia opinione, sebbene in termini semplificati, con la risposta alla precedente domanda. Ma posso, ad ogni utile fine, elaborare ulteriormente il concetto.

Escludo nella maniera più assoluta che si tratti di un mero “fenomeno migratorio”.  Sappiamo bene, infatti, come le migrazioni, quale atavica esperienza dell’Umanità, siano divenute, nel contesto del processo di destabilizzazione globale attualmente in atto, un fattore altamente contributivo che una certa politica – nazionale, ma anche e soprattutto europea – di fatto strumentalizza a proprio beneficio quando serve.  E questo è il caso di Ceuta. 

Anche se in prima approssimazione sembrerebbe arduo ricondurre i recenti avvenimenti agli interessi strategici israeliani, a ben osservare i fatti di Ceuta indurrebbero per la loro dinamica a pensarlo. La Spagna, rea di non aver acconsentito all’invio di armi a Israele viene oggi da Tel Aviv presa di mira per due finalità parallele e contestuali. Avvalendosi dell’amicizia del Regno del Marocco, ormai consolidata in virtù degli Accordi di Abramo di trumpiana memoria, Israele punterebbe ora, sia ad indurre Madrid, sotto minaccia della pressione migratoria, ad adeguarsi alle  proprie pretese per favorire la causa della guerra in Medio Oriente, sia per contrastare – e questo è il punto cruciale – le posizioni della Spagna e indebolirne il ruolo di “custode” dello Stretto di Gibilterra.

Stretto che Madrid controlla, di fatto e di diritto (anche per il tramite delle due exclavi africane di Ceuta e Melilla), quale porta di ingresso UE e come membro della NATO. Israele, in tale prospettiva, si appoggia naturalmente al Marocco per conseguire il suo obiettivo di ridimensionare il controllo spagnolo, e lo fa istigando Rabat a rivendicare le proprie pretese sulle due exclavi ricorrendo, non solo a politiche portuali fortemente concorrenziali, ma anche all’uso dei flussi migratori trasformandoli  in merce da strumentalizzare quando occorre in chiave politica. 

D’altra parte, allargando lo sguardo all’Unione Europea, tale chiave di lettura troverebbe piena conferma. La verità, infatti, non è tanto l’intento di Bruxelles di scoraggiare i flussi migratori irregolari, ma affermare, invece, un sistema di gestione delle migrazioni che punti, da un lato, a sostenere il processo di ibridazione delle società europee, per destabilizzarne l’ordine sociale ai fini di un miglior loro controllo, e, dall’altro, a creare le condizioni per un abbassamento dei livelli salariali, favorendo manodopera a basso costo, per compiacere gli interessi delle multinazionali i cui lobbisti gravitano in maniera indegna sui centri decisionali di Palazzo Berlaymont  condizionandone le scelte.

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Andrebbe in questa direzione del resto proprio la recente iniziativa, intrapresa dalla Commissione UE, di consentire l’istituzione in Paesi terzi dei c.d. “return hubs”, sul modello italiano in Albania.. Tale mossa di Bruxelles non sembrerebbe affatto risolutiva nel neutralizzare i traffici migratori clandestini, bensì tesa ad alimentare i circoli della criminalità organizzata transnazionale – ma non solo questi – trasferendo il fenomeno da una base nazionale ad una europea comunitaria per collegarlo funzionalmente ai fondi strutturali dedicati.

Il costo di un singolo rimpatrio, con tale sistema, verrebbe ad aggirarsi attorno ai 44/48.000 euro, rappresentando nel complesso una spesa enorme e spropositata che se fosse sinergicamente utilizzata dai Paesi europei per progetti di sviluppo nei Paesi di origine dei migranti, – sotto l’egida di una istituzione multilaterale indipendente – potrebbe costituire la vera soluzione al problema delle migrazioni clandestine. favorendo al contempo il progresso delle locali società.  L’Africa va lasciata agli africani, e gli africani non devono più essere trattati alla stregua di merce “naturale”, ma vanno rispettati nei loro diritti e non esposti al rischio di un loro vergognoso sfruttamento».  

La Turchia , che non dimentichiamoci controlla lo stretto dei Dardanell, chiave di accesso dal Mar Nero al Mediterraneo, sta tornando protagonista in quello che un tempo i Romani chiamavano Mare Nostrum. Ha basi in Libia, possiede metà Cipro è presente in Siria e recentissimamente  ha stretto un sorta di “ Alleanza Sunnita” con l’Arabia Saudita e il Pakistan. A suo avviso come va interpretata la presenza turca sulla nostra ex quarta sponda e quali rischi ci sono per l’Italia e le nostre rotte energetiche e commerciali , nonostante Ankara faccia parte della Nato?

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«Non poteva mancare nella disamina da Lei proposta un riferimento allo Stretto dei Dardanelli. E’ bene ha fatto a citarlo in questa intervista. 

Che la Turchia stia acquisendo un crescente protagonismo nella regione mediterranea ed euro-asiatica è indubbio.  Da quando Bruxelles  ha chiuso le porte ad Ankara per il suo ingresso a pieno titolo nell’Unione, la Turchia ha iniziato a guardare altrove, cercando di riscuotere progressivamente crescenti successi nell’affermarsi quale potenza emergente con un proprio ruolo geopolitico. 

Un ruolo che viene, peraltro, “rispettato” dai Paesi occidentali consapevoli, non tanto della forza militare di Ankara – ben rilevante ancor oggi – quanto della sua capacità “ritorsiva” connessa ad una posizione geopolitica di indubbio rilievo strategico per il controllo dei flussi migratori e delle vie trasportazionali energetiche e commerciali tra il Mediterraneo e la regione euroasiatica. Questo spiegherebbe il ruolo attivo svolto dal Paese, sotto le vesti del “Panturanismo” e delle affinità turcomanne, verso i Paesi dell’Asia centrale, nonché il consolidamento delle sue posizioni strategiche nel Medio Oriente e nello stesso Mediterraneo. 

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Ed è a quest’ultimo riguardo che meriterebbe spendere una riflessione sulle ricadute che il ruolo svolto dalla Turchia verrebbe ad avere sulla posizione dell’Italia. Purtroppo, e mi si perdoni il modo poco ortodosso di annunciarlo, Ankara sta letteralmente “scippando” proprio nel Mediterraneo  il ruolo al nostro Paese! 

L’Italia, dotata di una posizione geo-strategica unica nel Continente europeo e con una proiezione euro-mediterranea al crocevia di più continenti, e per questo assolutamente invidiabile, sta scadendo progressivamente di protagonismo per accontentarsi dei lasciti residuali di altre Potenze. Lo vediamo dalla marginalità alla quale il nostro Paese è stato relegato in Siria, in Libia, nel Medio Oriente e in Egitto, e dalla sua incapacità di parlare ai Paesi del Sud del Mondo con una voce che non sia quella coralmente allineata con i suoi Partner occidentali.

Da interlocutore inevitabile, come si era affermata fino a pochi decenni orsono, nelle storiche dinamiche fra i Paesi di tutte le sponde del Mare Nostrum, oggi la nostra Italia conta purtroppo ben poca cosa. Se cerca protagonismo nell’area euro-atlantica, dominio riservato delle Potenze continentali, il suo ruolo ne esce sconfitto, o per lo meno umiliato, come dimostrato dai tentativi dell’attuale Governo di agire da “ponte” tra Washington e Bruxelles.

Circa l’altra area rilevante, quella del Mediterraneo, Roma incontra pure lì enormi difficoltà ad affermarsi in autonomia per via dei lacci imposti da Bruxelles, ove immancabilmente la voce più ascoltata è quella delle grandi economie continentali. Perfino il c.d. Piano Mattei per l’Africa stenta ad affermarsi a causa di una sua difettosa impostazione che di tutto sa, tranne che dei veri principi che avevano ispirato l’azione dell’Enrico Mattei, artefice di una politica energetica e commerciale del tutto innovativa rispetto a quella di matrice predatoria perseguita dai Paesi ex Potenze coloniali. 

E proprio per questa sua posizione, protesa nel cuore del Mediterraneo, l’Italia dovrebbe a mio avviso giocare un ruolo realmente incisivo, e non solo nel ricercare una partecipazione al controllo di tutte le vie marittime di ingresso – sviluppando sinergie con i Paesi geograficamente interessati -, ma anche nel trovare soluzioni alle crisi esistenti con un concreto e attivo ruolo di mediazione.  Ma per essere un buon mediatore, affidabile e riconosciuto, occorre essere in primo luogo indipendenti, saper gestire la propria politica estera e di difesa in autonomia, senza cioè condizionamenti esterni, né pressioni, e soprattutto saper controllare la propria sicurezza esterna. 

Al contrario, vediamo che il nostro Paese sta diventando  sempre più una retrovia logistica per sostenere operazioni militari di terzi Stati e una piattaforma permanente di transito per flussi di migrazioni clandestine destinati a sottrarre utili risorse al nostro Paese compromettendone l’ordine pubblico e sociale. 

In questo quadro geopolitico a geometria molto variabile, l’Italia si trova oggi a dovere competere con altre Potenze, quelle già affermatesi storicamente come attori globali, ma anche con quelle emergenti che, da  “competitor” regionali, sono capaci di perseguire una politica estera spavalda, ma efficace nel raggiungimento dei loro obiettivi strategici. E la Turchia, come da Lei citato, si sta affermando proprio tra questi Paesi a dispetto di un protagonismo italiano decisamente in libera caduta geopolitica! » 

Ambasciatore l’importante raccolta di firme  che sta portando avanti con il suo “ Comitato per un Italia Neutrale” , si prefigge una svolta nella nostra politica estera più che mai assente come negli ultimi anni. Ci ricorda molto i famosi “ Paesi non Allineati” che durante la Guerra Fredda erano al di fuori della Nato e del Patto di Varsavia. Come sta andando questa campagna dove si punta a raccogliere le 50 mila firma necessarie per il progetto di Legge?

«Rispondo molto volentieri a questa domanda. E ciò in quanto il progetto per la inteso ad inserire in Costituzione lo status di neutralità dell’Italia, da me promosso con l’obiettivo di presentare in Parlamento un progetto di legge di iniziativa popolare, ben si attaglia al quadro geopolitico da Lei introdotto costituendo – e lo dico con una punta di mal celato orgoglio  – una svolta storica decisiva per il nostro Paese. 

E’ dalla fine della 2ª Guerra mondiale, infatti, che l’Italia, oltre a vedersi negato un pieno riconoscimento di riabilitazione per via delle gravose restrizioni imposte dalle Potenze vincitrici alle sue potenzialità di sviluppo –  e ciò nonostante la guerra combattuta per oltre un anno e mezzo a fianco degli Alleati contro la Germania – si è trovata costretta successivamente ad accettare le condizionalità derivanti dalla sua appartenenza all’Unione Europea, da un lato, e, dall’altro, dall’adesione all’Alleanza Atlantica

La pace ‘giusta e duratura’

L’Italia una “nazione minorata”

 «I vincoli imposti, infatti, hanno fatto dell’Italia una “nazione minorata”, un mercato di sbocco per i prodotti delle multinazionali americane e un baluardo contro la minaccia di un comunismo al tempo in espansione.  Non solo, ma i condizionamenti ai quali il nostro Paese è stato obbligato l’hanno soprattutto privato della peculiarità più esclusiva, ovvero della sua proiezione mediterranea quale fattore di potenza che avrebbe garantito lo sviluppo di tutte le potenzialità connesse a questa sua congenita vocazione geografica.

Non è un caso se le conseguenze negative più evidenti di tale situazione sono sotto i nostri occhi: da un lato, grazie all’Europa, stiamo scambiando la dipendenza per cooperazione, e, dall’altro, la delega di difesa a terzi Stati come una forma di sicurezza nazionale. 

La realtà è che tra le varie forme di subalternità cui l’Italia si è piegata nella sua Storia recente, quella più grave e più pericolosa non è tanto la subalternità politica o strategica, bensì quella mentale. E ciò in quanto la propaganda politica di tutti questi decenni ci ha indotto a credere che per noi italiani non c’è altra libertà se non quella di decidere solo come obbedire e non come scegliere il nostro destino. 

Rimettiamo allora la capacità di decidere del nostro futuro al popolo italiano stesso!  Ma questo sarà possibile unicamente se riusciremo ad operare un ripensamento critico su quale debba essere oggi e per il futuro il vero ruolo dell’Italia. Se non si controlla la propria sicurezza, non si possono controllare evidentemente neanche le proprie decisioni politiche. E per controllare le decisioni politiche occorre decidere in indipendenza e autonomia in materia soprattutto di politica estera e di difesa, ovvero in condizioni di sovranità e alla luce degli interessi nazionali del Paese.

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Ma sappiamo noi oggi quali sono i veri interessi nazionali dell’Italia?  Se lo chiediamo ai politici attuali la risposta sarà immediata: nell’Alleanza Atlantica e nell’Unione Europea. Nulla di più falso allo stato dell’attuale corso geopolitico mondiale! La  NATO e l’ UE si sono rivelate, infatti, oggi due immani sciagure per il nostro Paese: il processo di costruzione europea, per i modi e i termini in cui è stato gestito e condotto, ha causato una gravissima retrocessione economica dell’Italia che da 4° potenza industriale mondiale all’inizio degli anni ’90 è diventata oggi la 9°, mentre l’appartenenza alla NATO ha causato una crescente esposizione dell’Italia al rischio di coinvolgimenti in guerre che il suo popolo né ha voluto, né ha mai cercato. 

Guerre, peraltro, alle quali il nostro Paese ha partecipato perfino in aperta violazione dell’Art. 11 della Costituzione, là ove si statuisce chiaramente come l’Italia debba “ripudiare la guerra” quale principio inderogabile di condotta. 

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Ma proprio per rendere imperativa tale norma nasce il mio progetto che intende trasformare, inserendo la neutralità all’Art.11, il “ripudio della guerra” da mero principio etico come è ora – e che come tale è suscettivo di essere violato – in una vera e propria norma precettiva, cogente e inderogabile da parte di tutte le Istituzioni.  

Il progetto non è certamente facile da realizzare. Anche se la raccolta delle firme a sostegno dell’iniziativa sta andando avanti con successo per tutte e tre le forme di sottoscrizione (online sulla piattaforma del Ministero della Giustizia, presso i Comuni di residenza e presso i banchetti), devo tuttavia ammettere che, nonostante l’enorme diffuso interesse trasversale rilevabile per il progetto, si nota una certa carenza di consapevolezza sull’importanza del tema da parte dei media di fedeltà governativa – e questo mi sembrerebbe ovvio -, mentre alcune correnti di pensiero – e questo sembrerebbe più grave – tenderebbero ad eccepire la inutilità del progetto per via della inamovibilità dei vincoli che ci legano all’Alleanza Atlantica. 

 A questi soggetti io direi due cose.

Primo, che l’Italia oggi è a un bivio per decidere il suo futuro corso storico a fronte dei radicali cambiamenti geopolitici in atto e delle riconfigurazioni delle aree strategiche mondiali. Una situazione, questa, che impone l’emancipazione, dopo tanti decenni di subordinazione agli equilibri voluti alla fine della IIa Guerra mondiale, dai vincoli e dai condizionamenti imposti dalle Potenze vincitrici che ancor oggi attentano alla nostra libertà di gestire la politica estera.

Secondo, gli italiani dovranno acquisire nel loro dibattito nazionale l’idea di uno status di neutralità quale condizione storica imprescindibile per riappropriarsi dei propri interessi nazionali, che non sono certamente nell’appartenere a schieramenti militari, controproducenti per il bene della Nazione, ma utili solo ad altre Potenze, bensì nel sostenere un ruolo di mediazione nelle crisi, nel favorire processi di distensione internazionale attraverso la dotazione di una “diplomazia preventiva”, e nel recuperare una proiezione euro-mediterranea, ormai compromessa, la sola che potrà in maniera esclusiva promuovere il progresso economico del Paese in una dimensione di libero interscambio con il resto del mondo, ristabilendo lo stato sociale e garantendo un futuro di pace alle future generazioni. 

L’Italia neutrale è necessaria per dare un futuro ai nostri figli

 Da qui, a mio avviso, l’importanza di raccogliere non solo le 50.000 firme necessarie per legge per portare in Parlamento l’iniziativa sulla neutralità, ma un numero ben superiore, che sia di impatto al mondo della politica per far comprendere come dietro il progetto non ci sia solo un limitato numero di simpatizzanti sottoscrittori, ma un popolo intero convinto della necessità di un radicale cambiamento di rotta per il nostro Paese».      

Crede che in Italia dopo oltre 80 anni dalla fine della 2ª Guerra Mondiale , si possa arrivare progressivamente a riappropriarci della nostra sovranità o siamo destinati a restare un protettorato statunitense con una “classe politica vile e inadeguata”?

«Il quesito che mi pone è, invero, molto interessante, ma assai critico perché implica valutazioni di natura storica che si basano su sviluppi di non facile prevedibilità. 

L’aspetto pregiudiziale, a mio avviso, è comunque domandarsi se gli italiani  siano oggi pronti ad accettare un progetto di neutralità dell’Italia quale svolta profondamente innovativa, o se preferiscano restare intrappolati nella più facile dicotomica scelta tra una destra che non riesce ad affermare i propri obiettivi, e appositamente li adatta alle circostanze per  convenienza, e una sinistra che punta invece a disgregare i sistemi valoriali tradizionali per preferire un globalismo anodino quale premessa per una chimerica “governance” mondiale.  

Occorre, per rimediare al nostro destino di subalternità impostoci alla fine della 2ª Guerra mondiale, cambiare innanzitutto veste mentale ai cittadini.  E a tal fine sarà necessario escludere di proposito ogni forma di disfattismo circa l’impossibilità di realizzare una sovranità nazionale e convincersi, invece, che per questo la via maestra è una sola: indurre il maggior numero di italiani a pensarsi come soggetti attivi della propria Storia assegnando al nostro Paese lo status di neutralità quale condizione imprescindibile per dare all’Italia non soltanto un nuovo volto politico, ma anche un nuovo ruolo sul piano geopolitico.

Un passato che non esiste più

 Dovremo, infatti, capire e far capire che il momento è giunto per noi italiani di affrancarci dai condizionamenti di un passato che non più esiste, e che né potrà ripetersi in futuro, e che l’attuale contingenza internazionale, caratterizzata, da una lato, dal progressivo disimpegno militare degli Stati Uniti dall’Europa, e, dall’altro, da una percepibile iniziale disarticolazione dei processi decisionali dell’UE, è circostanza del tutto favorevole ad uniniziativa per la neutralità dell’Italia che dovrà divenire l’obiettivo cardine di un nuovo corso storico nazionale mirato al recupero della sovranità. E la sovranità – vorrei precisare –  non è un valore storico-giuridico superato, come piace pensare ad alcuni esponenti del globalismo. 

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Io dico che “la sovranità sta allo Stato come l’anima all’uomo”.  Essa rappresenta l’insieme delle espressioni storiche, sociali e istituzionali di un popolo e si conforma pienamente, quale presidio insostituibile dei suoi poteri, alle esigenze della vita di relazione della Comunità internazionale come oggi la intendiamo e come l’abbiamo intesa da secoli. La neutralità, pertanto, in questa prospettiva, non potrà che essere la condizione insostituibile per garantire l’indipendenza e la stessa sovranità; ovvero, la premessa per una vera riforma dell’Italia. 

Una riforma madre di tutte le riforme da adottarsi sul piano economico, per la promozione del grande mondo delle PMI, segreto del successo italiano, sul piano sociale, per il riconsolidamento dello stato e della giustizia sociale, sul piano culturale, per alimentare la ricerca e l’innovazione attraverso la valorizzazione dei sistemi formativi, ma soprattutto sul piano della politica estera e di difesa per le quali finalmente potremmo assumere le nostre decisionalità in tutta autonomia evitando pericolosi coinvolgimenti in guerre cercate da altre Potenze.

Solo così potremo offrire ai nostri giovani un modello di società in cui non dovranno scegliere, per sopravvivere, l’arruolamento nell’Esercito, ma seguire le proprie libere vocazioni verso una completa realizzazione personale. 

Ribadisco: la neutralità non è semplicemente un’idea, una proposta. La neutralità per il nostro Paese è un progetto concreto, conseguibile e realizzabile che ben si adatta non solo all’Italia del domani, ma anche al mondo del domani; un modello di ruolo a garanzia di una Comunità internazionale non più fondata sui rapporti di forza e sulla competitività, bensì sulla solidarietà e la coesistenza pacifica. 

Sollecito, dunque, tutti gli italiani a credere fermamente in questo progetto – né, peraltro, mi sembra vi siano valide alternative per un vero cambiamento –  e li sollecito altresì a dimostrarlo con la sottoscrizione dell’iniziativa legislativa popolare promossa dal Comitato Italia Neutrale il cui sito  invito gli interessati a visitare per ogni utile approfondimento ed informazione».