(paolo danieli) La legge sul suicidio medicalmente assistito è arrivata in Consiglio Regionale. Una precisazione: a renderlo legale è una sentenza della Corte Costituzionale. La Regione ne ha semplicemente approvato i tempi e le modalità.
Ciò nondimeno ha trovato l’opposizione, dei consiglieri di Fratelli d’Italia, di Futuro Nazionale, di Resistere Veneto. E già questo stride con l’oggetto della legge, squisitamente etico e quindi riguardante la sensibilità e la coscienza di ciascuno a prescindere dall’appartenenza partitica. Ma questo è.

La vita intesa come dono di Dio
La motivazione dei contrari è nota. Riecheggia quella della Chiesa Cattolica: la vita è un dono di Dio, non può essere nella nostra disponibilità e quindi nessuno può decidere di uccidersi. Nemmeno se il dolore, fisico o psichico, diventa insopportabile. Per questo, sostengono, ci sono le cure palliative, fatte apposta per dare sollievo ai malati terminali. Piuttosto potenziamo l’assistenza domiciliare, le cure palliative, la terapia del dolore.
In questo ragionamento c’è una contraddizione di fondo. E un pizzico di ipocrisia.
Tutti sappiamo che quando un malato è terminale gli viene somministrata la morfina in dosi crescenti. Più soffre, più viene aumentata la dose. L’effetto collaterale è l’inibizione del centro respiratorio. Risultato: il paziente, sedato, smette di soffrire, ma anche di respirare, in quanto la morfina gli ha annullato lo stimolo nervoso che il cervello manda ai muscoli necessari alla respirazione. Cioè muore. Esattamente come se fosse eutanasia o suicidio mediamente assistito.

Nelle cure palliative portate all’estrema conseguenza, come avviene di solito, la morte sopravviene come effetto secondario della somministrazione della morfina. Nel secondo caso avviene come effetto diretto. La differenza è solo formale. La sostanza sta semplicemente nella libertà di scelta del malato. Nel primo caso il paziente è soggetto passivo di un protocollo terapeutico gestito da altri. Nel secondo è soggetto attivo che esercita una libera scelta.
In ogni caso le idee vanno sempre calate nella realtà. In Italia, dov’è difficile trovare posto in una casa di riposo, o negli ‘hospice’, dove l’assistenza domiciliare, eccezioni a parte, non funziona bene, pensare di potenziare le cure palliative è un’ottima idea, ma per domani, non per chi sta soffrendo oggi.
E la politica ha l’obbligo di pensare agli italiani di oggi. Anche perché non è che il suicidio medicalmente assistito escluda le cure palliative. Anzi. Più alta è l’attenzione sul fine vita, tanto più lo sarà l’impegno per tutto quello che ci sta attorno.
