(di Francesca Romana Riello) Duecento metri. Sulla carta sembrano pochi. Percorsi a piedi lungo la vecchia strada della Polveriera di Avesa, ormai quasi inghiottita dalla vegetazione, diventano una distanza diversa. Sarebbe questo il tragitto compiuto avanti e indietro nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 dagli abitanti chiamati a portare fuori dalle cave le casse di esplosivo prima dello scoppio.

È da qui, dal luogo dove tutto avvenne, che Mauro Vittorio Quattrina, documentarista e regista veronese, ha deciso di riprendere in mano una storia tramandata per ottant’anni.

Quattrina non mette in discussione lo svuotamento della polveriera, l’esplosione, le otto vittime o il coraggio degli Avesani che quella notte entrarono nelle cave sapendo di avere a che fare con tonnellate di materiale esplosivo. A essere contestati sono i numeri, le quantità, i protagonisti aggiunti nel tempo e soprattutto l’idea che senza quell’intervento Verona sarebbe stata devastata.

«Qui siamo davanti a una stratificazione di racconti che con il passare degli anni sono diventati leggenda», sostiene Quattrina, che da mesi raccoglie testimonianze, pubblicazioni, fotografie e documenti sulla Polveriera.

A riaccendere la questione sono anche alcune delle ricostruzioni riproposte in occasione dell’ottantesimo anniversario. In una di queste il deposito viene descritto come «svuotato quasi del tutto», evitando una catastrofe capace di «devastare la città di Verona». Nello stesso materiale, però, compare anche la definizione di «svuotamento parziale delle cave». Una differenza tutt’altro che marginale, soprattutto se messa accanto alle testimonianze e ai numeri dell’epoca.

Polveriera di Avesa, la storia che chiede risposte
Resti dell’antica polveriera di Avesa

Ventitremila casse in una notte

Una vecchia pubblicazione conservata dal documentarista porta un titolo netto: «Ore 6.15: Verona è salva».

Il racconto riporta la testimonianza di Mario Agostini, fratello di Renato: alle 23 le persone impegnate nello svuotamento sarebbero state circa 500, un numero che si sarebbe progressivamente assottigliato fino a ridursi, verso le 2.30, a un centinaio di volontari.

Il dato che colpisce di più è un altro: circa 23 mila casse portate fuori, indicate come «poco meno di un terzo del totale».

Secondo quella ricostruzione, le casse venivano trasportate per 150-200 metri oltre i baraccamenti e fatte rotolare nella valletta. Altre fonti raccolte da Quattrina riportano quantità differenti: cambia il numero complessivo delle casse presenti nelle cave e cambia soprattutto la parte che sarebbe stata rimossa, un terzo, la metà, due terzi, fino ad arrivare nelle ricostruzioni successive a una polveriera svuotata quasi completamente.

«Il problema è proprio questo: quando metti le versioni una accanto all’altra, i numeri non coincidono», osserva Quattrina.

Quei duecento metri oggi si possono ancora percorrere. Restano tracce delle vecchie strutture militari, blocchi di cemento e il successivo poligono di tiro, mentre il bosco si è ripreso buona parte della zona. Quattrina si chiede quante casse, indicate in alcune testimonianze come pesanti una cinquantina di chili, potessero realmente essere trasportate avanti e indietro durante poche ore di lavoro notturno.

La stessa testimonianza racconta di contenitori che si rompevano durante il trasporto e del tritolo che finiva sulla strada, tanto da formare uno strato di polvere indicato tra i dieci e i quindici centimetri.

Le versioni si sovrappongono anche sull’identità di chi partecipò. Ed è proprio qui che, secondo Quattrina, si vede meglio come il racconto sia cambiato nel tempo. Nelle ricostruzioni più recenti compaiono insieme uomini, donne e ragazzi impegnati nell’operazione, fino a restituire l’immagine di un intero paese mobilitato per svuotare le cave. Le testimonianze raccolte dal documentarista restituiscono però ruoli più distinti: gli uomini nel trasporto delle casse, donne e ragazzi soprattutto nel portare acqua a chi lavorava.

«Da lì a rappresentare donne e bambini che trasportano le casse il passaggio è enorme», sostiene Quattrina.

Per il documentarista non è un dettaglio. L’immagine dei bambini impegnati a trasportare l’esplosivo rende inevitabilmente più potente il racconto, ma proprio per questo, sostiene, deve trovare riscontro nelle fonti e non nella forza simbolica che quella notte ha assunto nel corso degli anni.

La questione diventa ancora più delicata perché questa ricostruzione non resta confinata alle commemorazioni. La vicenda della Polveriera viene proposta anche alle nuove generazioni e destinata alle scuole come ricostruzione storica di quei giorni. Per Quattrina, se quella vicenda viene portata nelle scuole come storia, diventa ancora più importante separare ciò che emerge dai documenti e dalle testimonianze dalle successive elaborazioni del racconto.

Polveriera di Avesa, la storia che chiede risposte
Foto aerea della Polveriera di Avesa

Polveriera di Avesa, la storia che chiede risposte

Per Quattrina pesa più di tutte un’altra domanda: Verona rischiava davvero di essere distrutta?

È uno degli elementi entrati con più forza nel racconto della Polveriera e ripetuto ancora nelle ricostruzioni più recenti: lo svuotamento avrebbe evitato una catastrofe capace di devastare Verona. Quattrina dice però di non avere trovato finora un documento tecnico originario che dimostri quale sarebbe stata l’estensione dell’esplosione se tutto il materiale fosse rimasto nelle cave.

La geografia aggiunge un elemento alla domanda: una misurazione sulla carta indica circa 4,5 chilometri in linea d’aria tra l’area della Polveriera e il centro di Verona, con un profilo altimetrico segnato dai rilievi che separano Avesa dalla città.

«C’è un monte da superare», osserva Quattrina. «Perché nessuno ha fatto questi calcoli prima di dire che Verona sarebbe stata distrutta?».

La distanza e l’orografia, naturalmente, non bastano da sole a stabilire quali sarebbero stati gli effetti della detonazione. Ma sono elementi che rendono necessaria, secondo il documentarista, una verifica tecnica dell’affermazione tramandata per decenni.

Per mettere alla prova almeno l’ordine di grandezza, Quattrina ha utilizzato anche NUKEMAP, il simulatore sviluppato dallo storico della scienza Alex Wellerstein per visualizzare gli effetti di un’esplosione nucleare, collocando virtualmente ad Avesa un ordigno da 3 chilotoni, una potenza che considera volutamente sovrastimata rispetto al contenuto della polveriera.

Nella simulazione di una detonazione in superficie il raggio indicato per i danni pesanti è di circa 314 metri, quello dei danni moderati arriva a circa 660 metri. Il centro di Verona resta molto più lontano.

Il paragone va preso per quello che è: una bomba atomica non è un deposito di tritolo e la simulazione non ricostruisce ciò che sarebbe accaduto ad Avesa nel 1945. Tipo e disposizione degli esplosivi, caratteristiche delle gallerie, confinamento e conformazione del terreno restano variabili determinanti.

«Non dico che bisogna credere a un programma», precisa Quattrina. «Chiedo semplicemente su quale documento e su quale calcolo si continui ad affermare che Verona sarebbe saltata in aria».

Gli effetti reali dell’esplosione furono comunque pesantissimi nell’area più vicina: grandi blocchi di tufo vennero proiettati fuori dalla cava e otto persone morirono, colpite dai massi. Ad Avesa si registrarono danni agli edifici e vetri infranti. Resta da dimostrare, secondo Quattrina, il passaggio da quei danni alla presunta distruzione di Verona.

Polveriera di Avesa, la storia che chiede risposte
Simulazione degli effetti un’esplosione da 3 kilotoni nell’area di Avesa

Don Graziani, la figura scomoda

Dentro questa vicenda rimane una figura difficile da incasellare nella lettura costruita nel dopoguerra: don Giuseppe Graziani. Secondo le ricostruzioni, fu lui a trattare con i tedeschi e a ottenere la possibilità di entrare nella polveriera per ridurre la quantità di esplosivo prima della detonazione. Il suo ruolo nella trattativa con i tedeschi compare nelle diverse ricostruzioni della vicenda.

Graziani aveva avuto incarichi religiosi negli ambienti militari della Repubblica Sociale e dopo la Liberazione venne arrestato. Quattrina indica inoltre un documento del novembre 1945, relativo al Consiglio comunale di Verona, nel quale sarebbe riconosciuto al sacerdote il ruolo avuto nel salvare Avesa, un atto che il documentarista considera centrale e che dovrà essere verificato direttamente nella documentazione dell’epoca.

Graziani porta alla questione più delicata: quella notte fu Resistenza oppure un grande gesto collettivo per proteggere il paese?

«Io non voglio togliere nulla agli Avesani, anzi», precisa Quattrina. «Sono entrati in una polveriera senza sapere realmente cosa ci fosse dentro e hanno rischiato la vita per salvare le loro case. Ma questo, per me, è un atto di protezione civile, non un’azione militare di Resistenza».

Un protagonista è rimasto quasi ai margini del racconto: il militare tedesco che avrebbe avvertito un abitante di Avesa dell’intenzione di far saltare il deposito. Da quell’avvertimento sarebbe partita la catena di persone che portò prima in parrocchia la notizia e quindi all’intervento di Graziani.

Quattrina sta raccogliendo documenti, testimonianze e fotografie aeree per un proprio lavoro sulla Polveriera. Su altri aspetti, a cominciare dalle modalità esatte che provocarono lo scoppio, ammette di avere per ora soltanto ipotesi, che lascia fuori dalla ricostruzione finché non troverà elementi in grado di sostenerle.

Il sentiero rimane percorribile tra gli alberi, tra i resti delle strutture militari e ciò che resta delle vecchie cave. Ottantuno anni dopo la natura ha coperto quasi tutto. La storia, invece, ha continuato ad accumulare strati. Ed è proprio da lì che Quattrina vuole ripartire: dai documenti, per capire quanto appartenga ai fatti e quanto al racconto costruito negli anni.

Polveriera di Avesa, la storia che chiede risposte
Il regista, documentarista e storico veronese Mauro Vittorio Quattrina