Intervista all’economista Gabriele Guzzi
Mentre un’Unione Anti-Europea sempre più screditata sta facendo il possibile per portare i popoli del vecchio continente alla rovina economica e allo scontro militare contro la Russia, monta la protesta, sia pur con connotazione diverse, contro la progressiva messa in liquidazione dello Stato sociale da parte delle oligarchie dominanti.

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ne ha parlato con il prof. Gabriele Guzzi, economista e scrittore autore di “ Eurosuicidio come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci”. E’ stato economista a Palazzo Chigi e al Dipartimento della Programmazione Economica della Presidenza del Consiglio. E’ stato presidente di Rethinking Economics Bocconi e ha lavorato per lavoce.info. E’ dottore di ricerca in Economia, indirizzo Storia del pensiero economico, presso l’Università Roma Tre con una tesi sul rapporto tra Heidegger e Marx nella genealogia metafisica della teoria del valore. Insegna storia economica all’Università di Cassino. Collabora con Limes, Il Fatto Quotidiano, Econopoly-Il Sole 24 Ore, Rai Radio.

Prof.Guzzi la Francia è stata spesso l’apripista nelle proteste contro l’attuale “eurocrazia” di Bruxelles, dagli agricoltori, ai gilè gialli e ora con gli studenti. Molte le città francesi scosse da disordini, ma anche da atti di teppismo fine a se stesso. Come giudica queste proteste ? Chi le ha organizzate e quali sono a suo avviso i motivi?
«I motivi sono diversi, spesso confusi e contraddittori. Ma il nodo politico esiste eccome. L’Europa è stata schiacciata da 3 decenni di regole economiche autolesioniste. Da 4 anni, in poi, stiamo pagando il prezzo di una guerra non nostra, che ha le sue cause in ragioni che ci danneggiano direttamente. La Francia nei prossimi anni dovrà imprimere una svolta fortemente restrittiva al bilancio pubblico, come fece l’Italia dal 2011 in poi. Sarà un tempo di grosse turbolenze».
Crede che dagli studenti possa venire un moto di rivolta che in un prossimo domani riesca a coagulare istanze giovanili e dei lavoratori, oppure alla fine il sistema saprà come anestetizzare e spegnere tutto?
«La storia ci dimostra che senza un pensiero strutturato le rivolte non portano a nulla. La rivoluzione necessita di una teoria prima che di battaglie per le strade. Temo che fino a quando non si costituirà una visione alternativa, che si organizzi in corpi intermedi, movimenti e partiti, saranno moti di rabbia disordinati, il più delle volte effimeri».
Prof Guzzi , quale è il suo parere sulla presenza di molti giovani “ francesi” di seconda generazione tra le file dei manifestanti che si sono abbandonati ad atti di violenza contro cose e persone. Un tempo sarebbero stati catalogati come “canaglia”, quella che distrugge per il gusto di distruggere con un forte risentimento verso chi li ha accolti. Forse la cosiddetta “assimilazione della République” è miseramente fallita, e non solo in Francia, mentre l’integrazione non è mai stata concepita, colpa dei numeri, delle differenze etniche, culturali, religiose? A chi ha giovato fino ad oggi l’immigrazione incontrollata?
«Veniamo da decenni in cui tutta la politica è stata fondata sui principi di libera circolazione di persone, merci e capitali. Abbiamo esautorato la democrazia, gli spazi pubblici e lasciato che le città si trasformino in centri commerciali di marginalità. In questo, milioni di persone sono arrivate nei nostri paesi, con origini culturali e sociali spesso diversissime, in un contesto di scarsi investimenti. Cosa ci aspettavamo? La bomba sociale è il frutto più naturale di 30 anni di politiche antisociali».

In Germania il ceto medio basso, quello più penalizzato dal sistema liberista europeista, soprattutto nella ex DDR, ha individuato nei partiti di opposizione come AFD di Alice Weidel e BSW di Shara Wagenknech la leva per far cambiare direzione alla Germania, lei cosa ne pensa?
«Penso che portino avanti, in modi ambigui, istanze giuste. Credo però che non ci sia spazio per una trasformazione dentro gli attuali steccati della destra e sinistra. Bisogna prendere il meglio di queste tradizioni e riproporle in un’altra elaborazione culturale».
In Italia manifestazioni degli studenti si sono succedute in alcune importanti città del Centro Nord, mentre al Sud erano i padri di famiglia lavoratori a protestare a causa dei rincari dei carburanti e delle ricadute su tutta la filiera che ne deriva, dai trasporti alla grande distribuzione, all’agricoltura. Nel secondo caso si è andati subito al nocciolo del problema, mentre la contestazione giovanile è parsa meno incisiva e semmai guidata anche da frange estreme di sottoproletari italiani e non, che poco o nulla hanno a che vedere con salari, lavoro, casa, studio visti gli obiettivi attaccati. Nessuna sede sindacale, istituzionale presa di mira, nemmeno di partiti o di associazioni datoriali , banche, borsa.. Anche il Comune di Milano è stato a quanto sembra risparmiato, comune che è corresponsabile dell’apertura incontrollata della città al mercato immobiliare internazionale, con la conseguente progressiva espulsione del ceto medio basso dalla città, a favore dei ricchi di tutto il mondo. Lei che conclusioni a tratto da queste proteste nazionali?
«Mi sembrano processi molto frammentati, caotici, senza alcuna regia comune. Questo è un grosso pericolo. La rabbia deve incanalarsi in processi trasformativi organizzati, se no è il caos, e il sistema può facilmente controllare queste proteste nei modi più disparati. La violenza, poi, è stata spesso un modo per spegnere le proteste, richiamando una svolta autoritaria. In Italia abbiamo avuto la strategia della tensione. Dovremmo ricordarci meglio a cosa ha portato».

In conclusione l’Italia delle conquiste sociali, dall’introduzione dei Contratti Collettivi Nazionali nella legislazione, TFR e poi Inps, Inail tra gli anni ’20 e ’30, fino ad arrivare allo Statuto dei Lavoratori, al Dlgs sulla sicurezza nei posti di lavoro, scala mobile ecc. sta sparendo… La nostra nazione è sempre più avviata verso una deriva liberista iniziata con le Leggi Treu del 1997, legge Biagi Maroni del 2003 per finire con la regolamentazione del diritto di sciopero e il Job Act di Renzi, che hanno scardinato e precarizzato il mondo del lavoro senza contare che i salari sono fermi da decenni. Sanità e scuola pubblica sotto attacco a tutto vantaggio del privato. Lei che considerazioni ha tratto da tutta questa situazione voluta sia dai governi di centro sinistra che da quelli di centro destra, gli stessi che hanno svenduto importati asset strategici e che colpiscono la piccola e media industria? Forse i nodi stanno arrivando al pettine? Che soluzioni sarebbero auspicabili per invertire il moto attuale che ci vuole sempre più poveri ,più sfruttabili e più ricattabili?
«Siamo in un momento apocalittico, non nel senso della fine del mondo, ma del disvelamento di processi storici molto lunghi. Siamo sicuramente nella fine di un mondo. Il neoliberismo ha fallito. Ha promesso modernità, emancipazione, globalità. Ha prodotto regresso, schiavitù, rabbia, isolamento. L’UE è stata l’avanguardia mondiale di tutto questo. I leader europei sono ancora del tutto interni all’Eurosuicidio: vanno avanti per forza di inerzia, ormai quasi più per ignoranza che malafede. Non hanno le minime categorie culturali per capire anche solo cosa è successo, figuriamoci per proporre qualcosa di diverso. Spero fortemente che riusciremo a produrre una transizione ordinata e pacifica, e che non serva una guerra per risvegliare questa Europa addormentata».
