Mettersi in ginocchio non ci rende meno razzisti. Come lo stare in piedi non ci rende degli aguzzini. E se la piantassimo con questa manfrina?

Partita Italia Galles: tutti in ginocchio! Non un ordine, una raccomandazione dell’Uefa. Perché in ginocchio? Un segno d’adorazione al dio pallone? Macché. Un segno di adesione alla campagna “black lives matter”, orchestrata in America per l’omicidio di un afro-americano da parte di un poliziotto. Una vergogna. Bianca o nera fosse stata la vittima. Ma è stata l’occasione per scatenare una campagna mondiale contro il razzismo, per affermare, come ce ne fosse bisogno, che la vita dei neri conta. Un tema molto sentito negli Usa dove gli afro-americani troppe volte sono vittime di soprusi da parte della polizia.

Il contrario di quello che avviene in Italia. Ma il mainstream non poteva farsi sfuggire un’occasione come gli europei di calcio per lanciare i propri slogan, per celebrare i propri riti per la mondializzazione e il melting-pot. Quindi, scimmiottando quello che già era avvenuto negli stadi di baseball e di football negli Sates, l’Uefa ha ben pensato di chiedere alle squadre di inginocchiarsi prima dell’inizio della partita. Alcune nazionali dell’est si sono rifiutate. A Roma i giocatori gallesi si sono inginocchiati tutti, quelli italiani no. Si sono messi in ginocchio solo in sei. Gli altri sono rimasti in piedi. Alla cosa non è stato dato grande risalto. Un po’ di polemica sui social, e basta. S’è preferito concentrarsi sul dato tecnico, sulla qualificazione. Nessuno ha osato mettere in discussione la legittima scelta degli azzurri che non hanno raccolto la raccomandazione degli organizzatori del campionato. S’è preferito glissare.

Pensa solo se questo fosse avvenuto in una partita del Verona e che alcuni gialloblù non si fossero messi in ginocchio. Apriti cielo! I soliti razzisti! Invece è successo all’Olimpico. Così tutti a parlare del gol di Pessina. Meglio così.

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