(Giorgio Pasetto) L’elezione del presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio rappresenta uno dei momenti più delicati e significativi per il futuro del calcio italiano. Non si tratta di una semplice votazione tra club, ma di un processo articolato che riflette la natura stratificata e profondamente politica del sistema calcistico nazionale.

A eleggere il presidente è l’Assemblea Federale, un organismo composto da tutte le principali componenti del calcio italiano: le leghe professionistiche (Serie A, Serie B e Serie C), il mondo dilettantistico, e le associazioni di categoria come calciatori, allenatori e arbitri. Tuttavia, il vero elemento distintivo di questo sistema è il peso differenziato attribuito a ciascun blocco. Non tutti i voti valgono allo stesso modo.

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Il peso delle componenti della FIGC

La Lega Nazionale Dilettanti, ad esempio, detiene una quota decisiva (34%),superiore a quella delle singole leghe professionistiche (Lega Serie A 12%, Serie B 5%, Serie C 17%). 

A questa si aggiungono il peso rilevante dell’Associazione Italiana Calciatori (20%) e quello dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio (10%), Assiciazione Italiana Arbitri (2%). Il risultato è un sistema che premia la costruzione di alleanze trasversali più che il semplice potere economico o mediatico.

Per essere eletto, un candidato deve ottenere la maggioranza assoluta dei voti. Questo implica inevitabilmente la necessità di negoziare, mediare e aggregare consenso tra mondi spesso molto diversi tra loro: dai grandi club di vertice fino alle realtà dilettantistiche diffuse su tutto il territorio nazionale.

Negli ultimi anni, questo meccanismo ha portato alla conferma di figure in grado di consolidare equilibri interni, più che a promuovere veri cambiamenti strutturali. Ed è proprio qui che si inserisce una riflessione cruciale: il calcio italiano ha bisogno di stabilità o di una profonda trasformazione?

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Giorgio Pasetto

Il sistema elettorale della FIGC, così com’è strutturato, tende a favorire candidati capaci di tenere insieme più anime, spesso a scapito di visioni radicali o riformatrici. Eppure, mai come oggi, il movimento calcistico nazionale sembra attraversare una fase in cui il cambiamento non è più rinviabile: dalla sostenibilità economica dei club alla valorizzazione dei giovani, fino alla modernizzazione delle infrastrutture e della governance.

La speranza, dunque, è che dalle prossime elezioni possa emergere una figura nuova, autorevole e indipendente, capace non solo di ottenere consenso, ma di guidare una vera rivoluzione. Un presidente che non si limiti a gestire l’esistente, ma che abbia il coraggio di mettere in discussione equilibri consolidati, proponendo una visione chiara e ambiziosa per il futuro del calcio italiano.

Perché se è vero che il sistema elettorale premia le alleanze, è altrettanto vero che il futuro della FIGC — e dell’intero movimento — dipenderà dalla capacità di scegliere non solo chi mette d’accordo tutti, ma chi è davvero in grado di cambiare le cose.