(di Francesca Romana Riello).Una seconda occasione a sei zampe, dal carcere al lavoro. C’è un modo diverso di guardare al carcere. Non come fine, ma come passaggio. Non come etichetta, ma come punto da cui ripartire. È da qui che prende forma “Liberi di Aiutare”, progetto presentato all’Intrepida 1938, dove la cinofilia diventa strumento concreto di reinserimento sociale.
A raccontarlo è Michele Nardi, presidente dell’associazione Liberi Liberi Articolo 27. Una storia personale complessa alle spalle, una linea chiara davanti: la pena deve rieducare. Lo dice la Costituzione, lo confermano i numeri. La recidiva resta alta quando mancano opportunità reali. Se non c’è lavoro, se non c’è relazione, si torna indietro.

Un progetto che prova a ridurre la recidiva partendo dalle relazioni
Il progetto nasce per rompere questo meccanismo. Creare competenze, ma anche responsabilità. Rimettere in moto persone che spesso si sono fermate molto prima del carcere.
Il cane, in questo, non è un dettaglio. Il rapporto con l’animale impone un cambio di postura: ascolto, costanza, rispetto. Non si può fingere. O funziona, o non funziona. E quando funziona, qualcosa si rimette in ordine anche dentro.
Il percorso è concreto: cento ore di formazione nel settore cinofilo, con una forte componente pratica. A guidarlo sono Angelica Da Ronco e Massimo del centro Freedog di Villafranca. L’obiettivo è formare figure spendibili nel mercato: dog sitting, educazione di base, attività sportive. Prima ancora, però, un metodo. Imparare a leggere il cane, riconoscere stress ed emozioni. E, insieme, imparare a leggere sé stessi.

Lo sport entra come strumento: ricerca olfattiva, attività ludiche, discipline accessibili. Massimo lo dice senza giri di parole: bastano anche pochi minuti al giorno, se c’è continuità.
Attorno al progetto si muove una rete fatta di operatori, istituzioni e terzo settore. Camillo Smacchi insiste su un punto spesso sottovalutato: servono competenze certificabili, titoli che abbiano un peso nel mercato del lavoro. Lavorare con gli animali significa entrare in una dimensione di scambio diretto: fiducia, responsabilità, presenza; cose che fuori spesso mancano.
Sul fronte istituzionale, Patrizia Bisinella richiama la situazione del carcere di Montorio e la necessità di riattivare percorsi lavorativi, oggi ancora limitati. Il nodo resta quello: senza lavoro, il ritorno alla vita è incompleto. Alessandro Boggian, per Opes Verona, sottolinea il ruolo delle associazioni come ponte tra formazione e inserimento. L’Intrepida ospita e riconosce il valore dell’iniziativa.

Una seconda occasione a sei zampe, dal carcere al lavoro
Il cuore dell’incontro, però, sono le testimonianze. C’è chi ha attraversato il carcere per anni senza mai incontrare un’opportunità del genere. Chi arriva da comunità terapeutiche e prova, per la prima volta, a immaginare un lavoro. Il confronto è diretto, a tratti duro. Si parla di carceri che non preparano all’uscita, di modelli che responsabilizzano e altri che bloccano.
Nardi usa un termine preciso: reificazione. Trasformare le persone in oggetti. Il progetto, allora, assume un altro significato: non solo insegnare un mestiere, ma restituire una posizione. Responsabilità verso sé stessi e verso l’altro, anche quando l’altro è un cane. Le persone non sono la loro pena, può sembrare scontato, ma nei fatti non lo è.
Alla fine restano le strette di mano, una foto di gruppo, i ringraziamenti. E una domanda che rimane aperta: se questo tipo di progetti resta isolato, rischia di diventare una buona storia. Se diventa sistema, può cambiare davvero il modo in cui guardiamo al carcere.

